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MARCO SANFELICI: U.E.F.A. EUROPA LEAGUE, UNA COPPA IN CONTINUA TRASFORMAZIONE

C’era una volta un gruppo di città europee che facevano a gara ad organizzare rassegne, saloni, festival, raduni e…fiere. Dalla Grecia fino alla Finlandia era un susseguirsi di momenti topici per dimostrare il livello di progresso raggiunto. Gia, il progresso; nome ormai desueto e quasi colpevole, se è vero che qualcuno si è messo in testa di decrescere e di esserne pure felice. 

In una società ottimistica, che traeva spinta dalla voglia di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e che aveva in modo non omogeneo, ma condiviso, assaporato la bellezza di vivere in pace inseguendo i sogni, potendoli realizzare, il calcio aveva il principale scopo di far evadere dalla fatica quotidiana e ricevere come ricompensa l’orgoglio di trasferire attorno ad un campo di gioco le attese e le vittorie.

Nacque così la terza Coppa europea, dopo la Coppa dei Campioni della metà degli anni ’50 del secolo scorso e la Coppa delle Coppe verso la fine degli stessi anni. Ovviamente i tornei erano aperti ai vincitori rispettivamente dei relativi campionati e delle coppe nazionali. Si trattava di allargare lo spazio a compagini che non erano in grado di competere con autentici squadroni, ma che avevano comunque dei valori da calare in campo ed esperienza da elargire fuori dai confini patrii.

Onore alla Roma che nel 1961 fu la prima squadra italiana a fregiarsi del titolo “fieristico”. La manifestazione andò avanti fino al 1971, anno in cui senza perdere nemmeno una partita da settembre a maggio, per via della regola del gol doppio fuori casa, introdotto proprio in quell’anno, la Juventus perse la Coppa delle Fiere in una finale di andata e ritorno pareggiando 2 volte, a vantaggio del Leeds, antica squadra di Charles. La Coppa fu data definitivamente al Barcellona e fine, è proprio in caso di dire, delle…fiera.

Il calcio però evolveva e con esso anche il numero e la qualità delle squadre europee. Dal 1972 si pensò di riorganizzare la “terza coppa” non più esclusione di città elitarie ospitanti fiere e saloni, ma per merito sportivo. Così si passò ad ospitare, secondo un coefficiente sportivo oggettivo (si incominciò a dare importanza al cosiddetto “ranking”), le formazioni delle nazioni in funzione di un ordine di importanza di risultati. Spagna, Inghilterra ed Italia si accaparrarono quattro posti ciascuno per le “deluse” dell’anno prima, società che avevano magari sfiorato lo scudetto o che avevano lottato fino in fondo e che per l’occorrenza si erano rafforzate non poco per essere ancora più competitive. Negli anni ’70 e ’80, spesso la concorrenza ai nastri di partenza della Coppa U.E.F.A. (questo il nome deciso per la vecchia Coppa delle Fiere) risultava più selezionata e qualitativamente più elevata spesso addirittura della Coppa dei Campioni. Con l’aggiunta di un turno supplementare per smaltire le pretendenti. D’altronde mai nessun milanista oserà sminuire il livello della Steaua Bucarest affrontata in finale nell’89 e terrà conto dell’assenza delle squadre inglesi dopo i fattacci dell’Heysel. Erano anni in cui la Coppa U.E.F.A. valeva senz’altro di più dell’intermedia Coppa delle Coppe. A Milano però, tutto tace.

Arrivò il vento dell’est a spazzare via la quiete organizzativa del calcio continentale. L’esplosione dell’U.R.S.S. e della Yugoslavia e la divisione di Repubblica Ceca dalla Slovacchia, nonché la riammissione delle squadre inglesi, imposero l’invenzione della Coppa Intertoto al fine di completare il tabellone della Coppa U.E.F.A. (la vinse pure la Juventus nel 1999). Durò con mille complicazioni fino al 2007, quando Michel Platini mise ordine al caos allargato di centinaia di squadre. Si fecero partecipare le compagini delle federazioni meno quotate ad uno stillicidio di qualificazioni per pochi posti nei gironi che contano. Nel contempo, per le federazioni più importanti si iniziò a determinare la partecipazione alla Champions League non solo più per i vincitori dei rispettivi campionati nazionali, ma anche a chi si era classificato immediatamente dietro. Si diede un posto in Europa League ai piazzati mediocri, ai qualificati dai turni preliminari e, dagli ottavi in avanti, alle squadre terze nei gironi di Champions, come una riammissione ad una coppa, ma con il marchio di retrocesse. La Coppa delle Coppe si butto nel materiale da smaltire e cordialità.

Se da una parte si assiste ad una Champions macchinosa, piena di partite estive nelle città più impensabili per arrivare a 8 elette, ma tra le meno valide; gironi in cui le posizioni servono per eventuali dispute in casa o meno; scontri diretti legati non sempre al vero valore, ma sovente ad episodi; l’ Europa League perde di validità di anno in anno e le squadre che la frequentano sono necessariamente e per intrinseca organizzazione di secondo piano. 

Urge una riforma consistente e riequilibrativa in seno all’organizzazione delle manifestazioni calcistiche europee, per dare nuova credibilità ad un movimento che dire sperequato è dire poco. Sia consentita una punta di nostalgia, pensando a serate indimenticabili, in cui era in palio il superamento del turno contro una squadra bulgara che aveva avuto la meglio all’andata o in un sedicesimo di finale contro il Manchester City. Altri tempi ed altro calcio e tanti calcoli economici in meno: era progresso felice, senza decrescere.

Marco Sanfelici

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