Ad Est della Signora

RIZA LUSHTA, IL NON ALBANESE CHE GRIFFO’ LA SECONDA COPPA ITALIA

Riza Lushta oggi in pochi lo ricordano, faceva parte di una Juventus simpatica, ma poco vincente, ovvero quella dei primi anni quaranta, squadra sovrastata dai cugini granata. Riza Lushta riuscì comunque ad iscrivere il suo nome nella gloriosa storia della Juventus: fu infatti, come vedremo, uno dei principali artefici del successo, il secondo dei tredici conseguiti dai bianconeri, vinti dalla compagine torinese nella coppa di casa nostra, manifestazione che dal 1960 ha ottenuto una valorizzazione internazionale in virtù della Coppa delle Coppe a cui è collegata ed in seguito all’Europa League.

Ma conosciamo meglio Riza Lushta, il quale tiene a precisare com’egli non sia affatto, come tutti credono, albanese, ma bensì soltanto proveniente dall’Albania, dove ancora nel 1939 figurava nei ranghi dello Sport Club Tirana, prima di approdare al Bari. E con lui in quel Club militava un altro elemento molto noto ai calciofili patiti come me di Est Europa, overò quel Krieziu che nelle file della Roma contribuì al conseguimento del primo scudetto dei giallorossi capitolini.

Ma allora, di dov’è esattamente il Riza? Ed è lui a fornire la risposta in un intervista rilasciata a Tuttosport pochi anni fa “Sono jugoslavo, nativo esattamente di Mitroca, e da bambino i miei mi portarono in Albania e di qui è sorto l’equivoco. Pensi che anche Krieziu si diceva fosse albanese e invece anche lui, come il sottoscritto, era originario della Jugoslavia. A Tirana frequentai sino al quarto anno di agricoltura, ma la passione per il calcio era al di sopra di ogni cosa, così andai allo Sport Club dove ebbi la fortuna di trovare un ottimo allenatore di scuola ungherese. Poi un amico italiano un giorno vedendomi giocare mi disse: “perché non vieni in Italia a provare?” Cosa che feci quasi subito e finii al Bari”.

Lushta, pur non essendo centravanti nel vero senso della parola ma più una moderna punta di movimento, aveva un certo feeling con il gol. Nella prima stagione all’ombra della Mole giocando come mezzo sinistro, realizzó nove reti a fianco di Guglielmo Gabetto che ne realizzò sedici per poi accasarsi al Toro. La stagione successiva, quella datata 1941-42 passò stabile al centro dell’attacco per il fallimento del sudamericano Banfi successore di Gabetto: “Fu quella una stagione positiva per il sottoscritto, anche se finimmo al sesto posto; con sedici reti fui il cannoniere bianconero numero uno ed anche nel mio terzo e ultimo campionato nella Juventus risultati all’altezza della situazione con diciassette reti, due solo in meno di Sentimenti III. Poi ci fu l’interruzione bellica” ricorderà Riza anni dopo.

In quell’anno la Juventus conquistò anche la Coppa Italia, trofeo vinto in finale contro il Milan (ribattezzato Milano dalle leggi fasciste). Riza fu protagonista soprattutto nella gara di ritorno vinta per 4-1 dai bianconeri grazie ad una sua tripletta, dopo il pareggio ottenuto nell’andata per 1-1 in casa dei rossoneri. Lushta fu capocannoniere del torneo con 8 reti, primo giocatore non italiano a riuscire nell’impresa.

Lushta giunse alla Juventus, per un caso fortunato. All’epoca militava nel Bari e con la maglia dei galletti pugliesi nel maggio del 1940 affrontò la Juventus ed i biancorossi s’imposero per 2-1 grazie alla doppietta messa a segno da Riza che, giocò una partita sontuosa. In tribuna lo notò Borel II detto “Farfallino” e ne caldeggiò l’ingaggio. La Juventus battè la concorrenza di Venezia e Fiorentina grazie alla mediazione del presidente di allora, il Conte De la Forest. E da quel giorno la sua vita si legò alla Vecchia Signora trovandosi, immediatamente, a suo agio.

La Juventus all’epoca giocava con il “Metodo”, inventato da Vittorio Pozzo e Hugo Meisl e, come già ho detto, Lushta giocava come mezzo sinistro ma non si limitava a correre e portare palloni. Aveva, infatti, un buon senso della rete che si affinò avendo a fianco elementi della levatura di un Meazza, Borel, Sentimenti III, Locatelli. E prima ancora Colaussi e Gabetto. E con quella difesa che ti trovavi alle spalle era naturale puntare in avanti. Elementi come Parola erano eccezionali. Sul piano puramente tecnico nientedda dire quindi a quella Juventus ricca di fuoriclasse, tuttavia la maggior parte di quei campioni erano avviati oramai sul viale del tramonto. Borel II, Meazza, Colaussi, ad esempio, non erano più quelli di qualche stagione prima. Fu invece un grosso sbaglio la cessione di Gabetto, questo sì. Lui scattava bene, faceva i goal difficili.

Riza era anchegli dotato di grande tecnica ed era fisicamente forte, e anche se allora si giocava duro, si poteva godere di una maggiore libertà d’azione, situazioni che ne esaltavano il gioco!

Vestì i colori bianconeri fino alla fine della seconda guerra mondiale per poi trasferirsi al Napoli, lasciando una firma indelebile sulla gloriosa storia della Juventus!

Danilo Crepaldi

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