Nero Su BIanco

Marco Sanfelici: a passi indietro si completa il calcio di Sarri.

Minuto 88 di Juventus – Lazio, post covid 19 (siamo proprio sicuri, post?). Paulino fa una smorfia di fastidio derivato da un muscoletto della schiena. Urge il cambio. Gli unici adatti sono Wesley e Zanimacchia, under 23 di Lega pro. Prima però di snocciolare le litanie al contrario, vedo spuntare la postura, palo telegrafico, tipica di Rugani. 

Non oso credere alle foschissime pupille. Penso tra me e me: deve trattarsi di un vero miraggio, anche se l’ora è di tarda sera. Troppo bello! Troppo in sintonia col calcio, quello vero, quello che non fa compromessi con le idiozie da tastiera. Troppo finalmente libero da pastoie simil tattiche, evinte in sproloqui alla whisky and soda tra una lezione e l’altra a Coverciano. Troppo immune dal sacchianesimo sparato sottoforma di app nelle nuove versioni di Ios o Android.

Dice: è il caso di gridare al miracolo in siffatte iperboli esagerate? Eccome, rispondo. In un contesto di partita in pieno controllo, riaperta da una “bonucciata” puntuale come la sfiga, con in gioco la vittoria presso che finale del nono scudetto filato, in una stagione che passerà alla storia esattamente come quelle del 1942 e del 1916, a 6 o 7 minuti dal triplice fischio finale, recupero compreso, qualche Sarri d’antan avrebbe preferito una mezza punta per dare profondità alla squadra. Invece, non so per quale intercessione, a Torino ne abbiamo di santuari, la materia grigia del mister ha il sopravvento sulla teoria tutta da dimostrare.

Difesa a 5. “Udite ac videte”, direbbe Catullo (quello che amava Lesbia). Schieramento 5 – 4 – 1, con CR7 che se volesse, farebbe il 5° di centrocampo, a suo piacimento. E quando vedo Rugani randellare un laziale che ha avuto l’ardire di occupare la trequarti, ricacciandolo indietro di 20 metri spingendolo con tutto il corpo e rischiando l’ammonizione, capisco immediatamente che l’ordine di entrata è stato: mena come non hai fatto mai in carriera e possibilmente, palla in tribuna.

Ah, che aria fresca che respiro. Mi sembra di rivedere il panorama frastagliato delle vette che dall’alto Vertosan, oltre quota 3000, si stagliavano nel cielo color d’immenso, sul versante del Monte Bianco. Ricordi di adolescente rampante.

Sarri ha dimostrato al mondo che conosce l’ostruzione, che ha presente la melina sudamericana (quella secondo cui, la palla sparisce e ricompare negli spogliatoi, mentre non si gioca più manco ad implorare la Virgen de Guadalupe), che non disdegna il perdere tempo. E’ la rivelazione che mancava per annoverarlo tra i veri allenatori di calcio. E’ la volta buona per sentirlo più vicino al concetto di calcio universale, purificato dagli orpelli dei talebani modaioli. 

Perchè ricorrere ai mezzucci non del tutti edificanti, è una pratica quotidiana di tanta gente, che non si fa scrupoli a proposito. Perchè mai, se si tratta di tagliare un traguardo storico, Sarri Maurizio da Figline Val d’Arno se ne dovrebbe privare? Si potenzia la difesa e si rinuncia ai fronzoli, quelli che avrebbero buttato i soliti rosiconi nell’orgasmo più inverecondo se solo, per non avere difeso, la Lazio avesse raggiunto il pareggio. Mi vengono i sudori freddi a pansare alle migliaia di tappi che sarebbero saltati. Ma Sarri ha compreso e digerito il Moloc Juventus e gli ha sacrificato un pezzo di “sarrismo”, senza minimamente vergognarsi, come è giusto che sia ed io sono fiero di lui.

Marco Sanfelici

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