Nero Su BIanco

Il merito di SARRI? Essere andato convintamente contro se stesso

Siamo circondati da una pletora di tifosi che seguono la corrente e da un nugolo di pseudoesperti che passano le giornate a chiedersi dove stia un qualche merito da attribuire a Maurizio Sarri, come se la principale occupazione dell’italica schiatta fosse quella di apporre medaglie sul petto di coloro che contano. Per la verità, il tempo andrebbe impiegato assai meglio ma, tra redditi elargiti in molteplici maniere e lavori che salutano e non tornano, resta soltanto la magra consolazione di aprire un social a caso ed allenare i polpastrelli.

Sarri, dunque. La domanda sgorga dall’ipofisi. Quale è il suo merito più grande, ora che si entra nel clou di una stagione disgraziata, scombiccherata e speriamo unica per l’eternità? Avrà bene il diritto a qualche straccio di riconoscimento, il mister che occupa la panchina più prestigiosa dello Stivale, se è vero che è ritenuto il propiziatore del miracolo “Empoli” e dell’emanazione divina “Napoli”! Possibile che alla Juventus non stia lasciando nulla?

Sarri ha un merito decisivo e nessuno fino ad ora se ne sta accorgendo. Sembra proprio che la diseducazione in campo calcistico e la diffusa non conoscenza della materia costringa ad una cultura pressocchè inesistente tra gli appassionati e, ciò che è di una gravità inaudita, tra i cosiddetti “addetti ai lavori”: una pennellata di falli di mano in area, giudicati in funzione di quali squadre ne beneficiano; una discussione sterile sull’applicazione del V.A.R. e l’autoreferenzialità è salva.

Sarri ha il merito di avere capito che il suo “sarrismo” era arrivato al capolinea e da subito. La missione era di vincere e convincere e immediatamente la stagione è partita col nuovo mantra: facciamone uno in più degli altri. Può andare bene al Poggibonsi, alla Cuoiopelli, ma alla Juve no, non scherziamo. Per carità, si sono visti attimi di spettacolo assoluto, ma anche rimonte cocenti, come con il Napoli e si ringrazia Kulibaky o come con l’Atletico Madrid, dopo un’autentica lezione di calcio, terminata in parità. Tre reti rimontate all’Allianz dai Ciucci, due dai Colchoneros in riva al Manzanarre.

Che Sarri abbia ricevuto qualche imbeccata dai senatori e da qualche dirigente “pallone d’oro”, è più che possibile. Proprio qui parte il grande merito: non essersi incaponito, ma aperto al dialogo con chi obbiettivamente può scaravoltare sui campi di allenamento tonnellate di esperienza spicciola. Poco per volta la squadra si è ricompattata attorno ad un credo interiorizzato in mille battaglie, trovando un equilibrio che il Sarri di Napoli non era in grado di trasmettere.

Fatto punto alla giornata n° 32 la Juventus non è la squadra che ha segnato di più, ma quella che ha subito meno reti. Incredibile, caro Maurizio da Figline Val d’Arno, ma vero. E per corollario, in Italia vince chi subisce meno, non chi crea di più. Sarri ha capito che contro la tradizione non si può andare, se si tratta di una tradizione consolidata a tal punto da diventare segno distintivo di un modo di interpretare il football.

Sarri, venuto a Torino per rivoluzionare una storia centenaria, ha rivoluzionato se stesso, con pazienza e costanza, andando contro i propri princìpi senza rincrescimento, ma cogliendo il meglio dell’abitudine juventina a vincere, dando un calcio ai fronzoli. Maurizio ha smesso di voler essere un Copernico a tutti i costi, perché si è accorto che prima di ora aveva visitato tante teorie celesti, anche intriganti e solleticanti, ma mai come ora gli era capitato di sbarcare sul sole. E se ti è dato di stare sulla nostra stella, incominci a fregartene abbastanza delle teorie eliocentriche, lo sanno anche alla N.A.S.A.

Marco Sanfelici

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