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ESCLUSIVA RBW1897: INTERVISTA A ROBERTO BECCANTINI

Una chiacchierata con Roberto Beccantini


«Per il nostro progetto editoriale, è un enorme onore, poter dialogare con uno dei migliori giornalisti italiani
Quel Roberto Beccantini, penna per molti anni di Tuttosport, La Gazzetta dello Sport e La Stampa, giurato del Pallone d’oro fino al 2010 e oggi collaboratore de «il Fatto quotidiano», «Guerin sportivo» e http://www.eurosport.com.
Uno dei massimi conoscitori della realtà bianconera e del mondo Juve.

1) Come nasce il disegno e l’intenzione di intraprendere la carriera del giornalista?


«A Bologna, da ragazzo. Grazie a un maestro come Gianfranco Civolani. Cominciai prestissimo, adoravo la parola scritta, il fruscio della carta, i blitz notturni in stazione a prendere “Stadio”, con papà. E poi subito a casa: a leggere, a studiare, a sognare».

1 bis) Vocazione e sogno di bimbo ? Oppure casualità e coincidenza di vita ?


«Vocazione è parola grossa. Preferisco sogno, che trovo più romantico. Mi piacevano i giornali, le firme. Sto parlando degli anni Cinquanta-Sessanta, quando la televisione era appena nata. Comandava l’inchiostro».

2) Quali erano i suoi idoli sportivi di gioventù?


«Omar Sivori nel calcio, Livio Berruti nell’atletica, Gianfranco Lombardi nel basket. E dal momento che le prime righe le scrissi sul baseball mi piace ricordare, della Fortitudo dell’epoca, il lanciatore: Gianni Lercker. Più Carlo Morelli, che lavorava alla “Radiostampa” e, per questo, vedevo più fuori campo che sul diamante».

3) A quali eventi o manifestazioni sportive, a cui ha avuto occasione di assistere per la sua professione, è rimasto più legato?


«Nel basket, ai tre spareggi-scudetto fra Ignis e Simmenthal all’alba dei Settanta. E alla storica, feroce, romanzesca finale olimpica Usa-Urss del 1972, con il canestro di Alexandr Belov che sancì un risultato storico (e molto, molto controverso, visti i tre secondi dell’epilogo, giocati e rigiocati per ordine dall’altissimo). Nel volley, una sfida-maratona a Modena fra Panini e Virtus Minganti. Nel tennis, la finale Lendl-McEnroe al Roland Garros del 1984, con John che va sul due a zero facile e poi crolla al quinto. Nel calcio, Italia-Brasile 3-2, con la tripletta di Pablito».

Veniamo all’oggi, fuori campo.

4) Il progetto aziendale di Andrea Agnelli ha profondamente mutato la Juventus, intesa sia come società sportiva, che come società finanziaria. Dove ritiene siano stati ottenuti i risultati più brillanti e dove invece ci siano ancora lacune evidenti e margini di ulteriore crescita?


«I risultati più brillanti li ha ottenuti in Italia, anche se due finali di Champions non sono briciole. Secondo me, bisogna lavorare molto sul vivaio, sui giovani. Farne valenze, come una volta con i Bettega, i Giovinco, i Marchisio, e non solo plusvalenze. Ci andrei piano pure con i parametri zero. Sono inoltre molto curioso di pesare la Juventus del dopo Cristiano, quando verrà l’ora, snodo tanto suggestivo e globale a livello d’immagine quanto strumento insidioso a livello di spese (e ricadute sugli stipendi della rosa)».

5) Dopo cinque anni di Regno Allegri, si è deciso di interrompere il sodalizio vincente. Lei era per il cambiamento di guida tecnica, oppure avrebbe proseguito il rapporto con il tecnico livornese?


«Il trasloco fra Allegri e Sarri è la seconda iniziativa anti-storica compiuta da Andrea Agnelli, dopo l’ingaggio di Cristiano. Anti, cioè contro la storia del club e del concetto di fabbrica. Si è passati, in onore della globalizzazione, dal tifoso di Nichelino al tifoso di Pechino. Si sono cercati un balzo commerciale e d’immagine (attraverso Cristiano) e una sterzata di tipo estetico (attraverso il Sarrismo). Cinque anni di Allegrismo non sono pochi: la svolta ci poteva stare. Grandissimo gestore, Massimiliano mi ha sempre trasmesso l’idea che, con quella rosa, avrebbe potuto giocare meglio. Mi spiego: più Juventus-Barcellona 3-0 e meno Juventus-Napoli 0-1 senza uscire dalla metà campo. Ma poi ho visto la Juventus di Sarri e allora qualche dubbio mi è venuto. Rimango per la scossa: tanto per verificare gli effetti che fa o farà, intrigato com’ero, e come sono, dal rapporto allenatori-giocatori. Per la cronaca, sono “giocatorista”».

6) La dirigenza bianconera ha optato per Maurizio Sarri. Anche e soprattutto per la ricerca di un gioco più “chic”, “glamour” ed attraente a livello estetico. A che punto è l’auspicata rivoluzione “sarrista”?


«A metà strada. Ci vuole calma, pazienza. Spero che, comunque finisca questa travagliatissima stagione, “C’era Guevara”, come lo chiamo, venga confermato. Le rivoluzioni costano: non si può pensare di cavarsela con una bruciatura sul bavero. E la gestione di Cristiano, a 35 anni, non è facile. Risolve molti problemi, altri ne crea. Bravo, Maurizio, a recuperare il miglior Dybala. Che Allegri, dopo aver lanciato e valorizzato, aveva perso. Con Mandzukic alla Benzema, Paulo avrebbe dovuto fare l’Isco. Non funzionò».

7) A suo parere, concedere ulteriore tempo di lavoro, per modellare i suoi concetti, potrebbe affinare la qualità del gioco e limare le deficienze di organizzazione, oppure l’ambiente da “Juve Top Club” ha rigettato il tentativo di trapianto delle idee di Mister Sarri?


«Con la storia non si patteggia, e la storia della Juventus, ripeto, è sempre stata fondata sui risultati. Tra parentesi, l’organico che Sarri ha ereditato da Allegri era e rimane un gruppo dalla pancia piena, un po’ avanti con gli anni, abituato a un tipo di calcio più attendista. Quando Arrigo Sacchi arrivò al Milan, trovò una base alla quale Nils Liedholm aveva già trasmesso i rudimenti della zona. Allegri e Sarri sono due mondi altrettanto validi ma lontani, opposti. Anche se poi, perfino con Maurizio sono spesso i solisti a firmare i risultati, come Dybala e il Marziano a Bologna, con il Lecce, a Marassi. Rammenti sempre la massima di Liedholm: lo schema è quella cosa che, provata in partita, riesce perfettamente in allenamento».

8) Pur con le lacune palesate in stagione, ritiene la rosa bianconera sufficiente per il successo finale in campionato?
Oppure, Inter e Lazio possono disporre di potenza di fuoco tale, da interrompere il dominio degli ultimi otto anni?


«Soltanto la Lazio penso che possa insidiare il nono della Juventus. Le due partite di coppa, molto sbiadite, mi avevano spinto e rimescolare le percentuali-scudetto, un po’ più Lazio e un po’ meno Juventus, con l’Inter a distanza. Le porte chiuse sfumano le differenze. Vedremo».

9) Terminiamo con un argomento, che il sottoscritto non ama particolarmente, ma è hobby di molti. Il calciomercato. Secondo lei, quali sarebbero i nomi di due calciatori raggiungibili, in grado di innalzare, senza dubbio alcuno, il valore della formazione titolare per la prossima stagione?


«Bisogna preparare il dopo Cristiano. In linea di massima, un terzino, un centrocampista, un attaccante. Arkadiusz Milik potrebbe andare. Di Arthur la propaganda dice un gran bene, la qual cosa mi preoccupa. Solo, non basta: serve altro. Luca Pellegrini è un terzino casinista, ma sulle fasce l’effervescenza può essere un pregio: lo si provi. Potrà mai fare peggio di Danilo? Kulusevksi ha fisico, ha tritolo, ma anche un piede solo. Si troverà di fronte a foreste, a muri, dovrà fare a sportellate, “sport” che per fortuna adora. I corpi degli avversari sono gli alleati più preziosi. Anche se per il tridente di Sarri sarebbe forse più funzionale Federico Chiesa».

Di Daniele Mulazzani

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