Nero Su BIanco

Professionismo, professionalità e cuori sacrificati

È il calcio contemporaneo, bambole. O per meglio dire, il calcio stracontemporaneo, quello del post coronavirus, che trae dalla pandemia nuova linfa per trasformarsi in ultrafuturibile.

E’ il calcio che macina, tritura, maciulla ogni sentimento legato al cuore e di ogni raggiungimento di obbiettivo ne fa un inutile merito. Come se un demone instillasse il veleno letale del “colpo di spugna” e si impadronisse a largo raggio degli abitanti del mondo pallonaro e li piegasse al proprio volere, fino a giungere alla paralisi del sangue, raggelato dalla rincorsa spasmodica della plusvalenza.

Così si assiste alla tessitura di una fitta ragnatela di contatti tra dirigenti di squadre in situazione di necessità di aggiustamento del bilancio che, in piena inattività agonistica, preparano a tavolino (superficie aborrita, ma tant’è) gli scambi scientifici per chiudere il semestre potendo mostrare la mano destra con indice e medio levati in segno di vittoria. 

Fuor di metafora, è il caso sotto gli occhi di tutti di Pjanic ed Arthur Melo. Felici loro, felici le società, felici i bilanci. Poi però, con un grandissimo sospiro di sollievo, la stagione riparte, anche se a porte chiuse. E se sono vuoti gli spalti, non ne restano gli spazi per i commenti dei tifosi sui social, laddove si fanno strada tutte le perplessità di chi identifica forse ingenuamente un giocatore con la “causa” (utilizzare il termine “bandiera” sarebbe uno spreco senza senso). La domanda sorge spontanea: da qui a settembre, quale sarà l’indice di gradimento di Miralem a Torino e di Arthur in Catalogna? Fino a che punto sarà consentito sentire “nostro” il bosniaco in bianconero e il brasiliano in blaugrana? E se in finale di Champions League dovessero giocare l’uno contro l’altro, non sarebbe come giocare contro il proprio destino, segnato e siglato da almeno 4 mesi. Alla faccia dei sentimenti, ma lo chiamano “

Parimenti si assiste alla frantumazione dei meriti, merce ormai del tutto irrilevante, sacrificati all’altro demone poco propenso a farsi da parte e che risponde al nome di “programmazione”. Sulla porta dell’ufficio dei direttori sportivi è appeso un cartello sul quale si fa divieto severo dell’utilizzo del termine “affetto”.

La Juventus Under 23 ha vinto da qualche giorno la Coppa Italia di categoria, prendendosi una rivincita nei confronti dei “seniores” uccellati ai rigori, aggiungendo altro argento nella sala dei trofei, dopo soli 2 anni dalla formazione della sua realtà. Ci sarebbe da organizzare un festone (inteso come grande festa, non come grosso nastro) con mille ringraziamenti ai ragazzi ed allo staff tecnico. Una serata e nulla più, visto che c’è ancora l’obbiettivo della promozione in B da centrare. Niente affatto, bambole. Non c’è tempo per i festeggiamenti. Il tempo lo si trova invece per annunciare che dal prossimo anno la seconda squadra sarà allenata da Andrea Pirlo. Per carità, un grandissimo ben tornato a …Mozart, ma di Fabio Pecchia fresco vincitore che ne facciamo? Altra domanda: quale sarà la motivazione da trasmettere ai propri giocatori, sapendo che dei risultati eventualmente acquisiti, sarà privato un minuto dopo il fischio finale dell’ultima partita? Tutto già programmato prima, con esenzione dal risultato sul campo.

Il sollevamento dal ruolo di mister di Dino Zoff, all’indomani della doppietta Coppa Italia – Coppa U.E.F.A. fu vissuto dall’ambiente juventino come una iattura e siccome Maifredi ci mise tanto del suo, ci si guardò bene negli anni a venire da un cataclisma del genere, fino ai giorni nostri. Oggi è la regola fatta caposaldo degli affari tra club d’alto livello. E se qualcuno eccepisce, si sente dire che ragiona da tifoso. Vero, da tifoso, proprio colui che paga l’abbonamento, che non sa se sarà rimborsato e che non si deve agitare nemmeno troppo al suo posto, per evitare l’intervento di uno stewart. E’ il calcio contemporaneo, bambole. Prendere o lasciare.

Di Marco Sanfelici

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