Storie di Juve

Dino Zoff, l’addio al bianconero nella serata europea più triste

La finta di Magath su Bettega e quella terribile parabola senza senso.

Più volte candidato al pallone d’oro (sfiorò la vittoria nel 1973) occupa la posizione 47 nella classifica dei migliori calciatori del XX secolo, secondo la rivista World Soccer.

Nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio del 1942 da mamma Anna e papà Mario che sin da subito gli trasmettono gli antichi valori della fatica, della dedizione e del lavoro.

Famiglia umile e dignitosa quella degli Zoff che dalla mattina alla sera lavora nei campi per arrivare alla fine del mese; il piccolo Dino capisce subito che prima del calcio ci sono lavoro e scuola, poi, magari un giorno, chissà…

Così inizia a lavorare in un’officina di Gorizia per aiutare in casa, e tra un motore sistemato e l’altro trova il tempo di andare a giocare anche pallone; fatica e sacrificio il solito mantra che gli permette però di non perdere di vista il proprio obiettivo: diventare un calciatore professionista.

Troppo basso

Non si abbatte neanche quando, alla Marianese, lo vanno a vedere giocare Inter e Juventus, scartandolo poi per via dell’allora sua bassa statura. Ecco quindi che si ricomincia con i campi e l’officina, rimboccandosi le maniche e tenendo sempre a mente quello che per papà Mario era un vero e proprio mantra; fatica e sacrificio, fatica e sacrificio.

Non a caso, negli anni, Dino Zoff ha confessato più volte di aver preso spunto e ispirazione da Fausto Coppi, che incarnava alla perfezione questi valori fondamentali di quella bella Italia, ormai orfana di campioni di tale spessore etico e morale.

C’è una forte correlazione tra il ciclismo e il ruolo del portiere; in entrambe le situazioni si è da soli a misurare ogni singola percezione che arriva dal proprio corpo; è la fatica del ciclista durante l’ultima scalata che si interseca con il tuffo del portiere, ultimo baluardo, da cui dipende tutto, la vittoria o la sconfitta.

E’ il superamento dei limiti naturali e fisiologici la vera sfida, quella che ogni corridore ha per natura nei propri connotati; è la cifra che differenzia il campione dal buon giocatore, tra un vincente e un perdente, tra chi taglia il traguardo per primo e chi pensa che la fortuna aiuti gli audaci.

Dino Zoff esordisce in Serie A nel 1961 grazie all’Udinese, a soli 19 anni, contro la Fiorentina; alla corte della Vecchia Signora invece arriva nel 1972 dopo 5 stagioni al Napoli e 143 presenze con i partenopei.

E’ l’anno delle Olimpiadi di Monaco e del ventenne Pietro Mennea che inizia a far parlare di sé grazie a una medaglia di bronzo nei 200 metri; in Italia la Fiat 127 diventa auto dell’anno; viene ucciso il commissario di polizia Luigi Calabresi, vittima del terrorismo eversivo; si distinguono i film “La classe operaia va in paradiso” di Elio Petri e “Lo chiamavano Trinità”, prima pellicola della fortunata serie, con protagonisti Bud Spencer e Terence Hill.

La prima volta

Insieme a Zoff la Juventus sceglie di rinforzare anche l’attacco nella stagione 72/73 con l’arrivo di José Altafini. In panchina siede Čestmír Vycpálek alla sua seconda stagione in bianconero dopo aver guidato le giovanili della Juventus due anni prima.

La squadra a fine stagione si conferma Campione d’Italia per la quindicesima volta dalla sua fondazione, mentre in Europa conosce la prima sconfitta in finale di Coppa dei Campioni (raggiunta per la prima volta proprio in quell’anno) a Belgrado, contro il calcio totale degli olandesi dell’Ajax.

Dino Zoff e la Juventus dovranno attendere la stagione 76/77 per alzare al cielo il primo titolo europeo della loro storia. Avvenne ai danni dell’Athletic Bilbao nella doppia sfida che vide trionfare i bianconeri grazie alla regola dei goal fuori casa con la rete al ‘7 del primo tempo, allo stadio San Mamés, di Roberto Bettega, quella sera in completo blu, un colore decisamente fortunato nelle finali vittoriose della Vecchia Signora – l’andata di Torino si era conclusa 1-0 in favore della Juve che pur perdendo 2-1 in Spagna riuscì ad aggiudicarsi il trofeo continentale.

Un vincente nato Dino Zoff; prima di vestire il bianconero era stato Campione d’Europa con la Nazionale italiana in modo assolutamente rocambolesco e meritato, come un premio inaspettato, che lo fa trovare al posto giusto e nel momento opportuno grazie alla sua professionalità, dedizione e serietà.

L’Italia era in procinto di disputare lo spareggio contro la Bulgaria che avrebbe designato la quarta squadra che avrebbe poi preso parte alla finale del torneo.

Nel primo atto della sfida i bulgari si erano imposti per 3-2 nella gara di andata di Sofia; il portiere titolare dell’allora Commissario Tecnico Valcareggi era Enrico Albertosi e il suo vice Lido Vieri.

Ironia della sorte e per un disegno astrale riservato ai soli predestinati quale era Dino Zoff, si infortunarono entrambi in prossimità della partita di ritorno, costringendo il ct a “ripiegare” su Zoff e Roberto Anzolin, decidendo quindi di puntare sin da subito sull’entusiasmo del giovane friulano, poiché la sfida si sarebbe giocata al San Paolo di Napoli, la casa della squadra in cui militava in quell’epoca Dino.

Per la cronaca l’Italia si impose contro la Bulgaria per 2-0 ottenendo così l’accesso alla fase finale della competizione, riuscendo poi a conquistare contro la Jugoslavia il suo primo e fin qui unico Campionato Europeo della sua storia.

Pleonastico ricordare il successo da capitano di Zoff ai mondiali del 1982 sempre con la maglia della nazionale all’età di 40 anni, nel meraviglioso e indimenticabile mondiale di Spagna, ultima grande competizione disputata con la maglia azzurra.

Il sipario che si chiude

E di atto finale si trattò anche quello della famosa disfatta di Atene, dove incredulità e sconcerto si mescolarono alla delusione di una sconfitta che ancora oggi sembra essere rimasta sospesa tra una presa in giro e un piccolo incubo.

Era la Juventus dei 6 Campioni del Mondo insieme agli stranieri Michel Platini e Zbigniew Boniek, con in panchina Giovanni Trapattoni e che arrivò imbattuta alla fine di quel cammino europeo in terra ellenica.

Novi minuti, tanto bastò per impedire a Zoff di vincere la Coppa dei Campioni che già a Belgrado lo aveva fatto piangere al suo arrivo in bianconero; la chiusura del cerchio, una risata del destino, una “pernacchia” fatta dall’universo, ed ecco che anche grandi storie d’amore come quella tra di Dino Zoff e la Juventus si ritagliano un piccolo e recondito spazio nelle delusioni sportive più cocenti della storia del club torinese.

Felix Magath che con una danza indecifrata, e forse non voluta, salta Bettega, evita il contrasto di Tardelli e inizia caricare un singolare tiro dal limite dell’area di rigore che neanche il più attento dei fotografi pensa di immortalare per la velleità dell’intenzione finale.

Una giocata a metà tra un pallonetto e un diagonale secco, che prende una traiettoria sgradevole e si insacca non lontano dall’incrocio dei pali.

Immobile, frastornato, quasi inebetito, Zoff non prova neanche l’intervento, quasi a non voler credere a tanta sfrontatezza del ventinovenne tedesco; rimasero solo la contemplazione delle esultanze dei giocatori avversari e il soporifero gelo che da quel momento permeò gli spalti di fede bianconera, per una delle partite più strane a cui si sia mai assistito nella storia della Coppa dei Campioni.

Forse quella partita non è mai finita per Zoff e per i tifosi della Juventus; negli occhi ancora l’asfissiante marcatura a uomo di Rolff su Platini; la ricerca costante del fuorigioco da parte dei tedeschi per spezzare le trame di gioco offensive della Juventus; l’intervento nel secondo tempo, in area di rigore, ai danni sempre del numero 10 transalpino a opera di Stein che gli stessi giocatori dell’Amburgo a fine gara riterranno opportuno riconoscere come falloso; la prodezza del portiere tedesco sul colpo di testa in tuffo di Bettega – Stein risulterà il migliore in campo quella sera.

Fu così che Dino Zoff si congedò in campo dalla Juventus chiedendo dopo Atene di essere sostituito dal suo secondo Luciano Bodini per le ultime partite della stagione.

Da buon friulano tutto d’un pezzo sappiamo che Dino per quella partita non si concesse mai il lusso della disperazione, per chi come lui, sin da piccolo, era stato cresciuto a pane, fatica e sacrifici: no, davvero, è un’esibizione a cui non va concesso il fianco perché anche la delusione, come la gloria, può durare solo un attimo.

Simone Pompili

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