INTERVISTE CALCIATORI

INTERVISTA ESCLUSIVA A PIETRO VIERCHOWOD

Poco tempo fa ha criticato le marcature di oggi, sottolineando la mancata lettura dell’azione in rapporto ai movimenti dell’avversario e della palla. Quali consigli darebbe a due giovani centrali come Demiral e De Ligt?

Bisogna partire dalle cose semplici. Io capisco che la marcatura a uomo sia oramai lontana dalla direzione che ha preso il calcio attuale, ma ci sono situazioni particolari come quando sei in area di rigore o in porzioni di campo potenzialmente critiche in cui il pericolo non è più la palla, bensì l’uomo.
In quei frangenti devi necessariamente stare più vicino all’uomo della tua zona di competenza, devi marcarlo più stretto, è lui il pericolo numero uno in quel momento. Troppo spesso oggigiorno vedo invece l’attaccante staccato 10 metri rispetto al difensore e questo gli dà la possibilità di ricevere palla e puntarlo. E il difensore che fa a quel punto? Scappa all’indietro, non lo affronta più come una volta.
C’è proprio una disabitudine alla vicinanza all’avversario e all’affrontarlo con coraggio, si preferisce scappare indietro.
Ma facendo così si fa peggio a mio parere, perché in questo modo quando l’attaccante arriva a 18-20 metri dalla porta se tu non sei lì addosso a lui ma gli sei distante qualche metro, ha tutto il tempo di pensare, guardare, prendere la mira e tirare bene a rete. Se invece lo marchi da vicino può anche calciare si, ma magari ti tira addosso, o comunque hai la possibilità di rimpallare la conclusione e contrastarlo col piede. Inoltre se sei più vicino al tuo rivale, forse anche il suo compagno di squadra non gli passa la palla perché lo vede marcato, e si perde un tempo di gioco che per la squadra che difende potrebbe essere essenziale.
Nel calcio d’oggi penso per gli attaccanti la vita sia piuttosto semplice onestamente, basta infatti che si stacchino dal marcatore e arretrino un po’ per prendere la palla, anche di 5 metri, che il centrale difensivo non esce affatto, non li segue, rimane lì fermo sulla linea. E non c’è niente di più sbagliato, perché la punta così riceve il pallone, lo stoppa, è solo e può servire un altro avversario che nel frattempo si infila alle spalle del difensore, che in quel momento è in pratica fregato.


Due anni in prestito, prima a Firenze, poi a Roma. Nell’avventura giallorossa incontra Liedholm e la zona. Come fu passare a quel tipo di marcatura per un mastino come lei?

Credo che in parte debba essere passato il messaggio sbagliato, perché non è vero che nella zona non si marca. La zona dice esattamente che nel tuo settore di competenza qualsiasi giocatore avversario debba essere preso in consegna. Poniamo il campo sia suddiviso in tanti piccoli quadrati, ognuno di appartenenza di un giocatore. Ecco, in quel settore di tua competenza tu devi essere vicino all’avversario il più possibile, non puoi essere staccato 10 metri come vedo spesso. Per questo i centrocampisti avversari ricevono sempre la palla liberi. Qualche anno fa si giocava in modo diverso, magari era meno bello, ma senza dubbio era molto più difficile in quanto le distanze erano più accorciate e i tempi per pensare e controllare il pallone molto più brevi. Adesso i nuovi allenatori nella fase difensiva invece consentono e accettano che i giocatori avversari abbiano questa libertà, che ci siano distanze in fase di marcatura. Non ho capito se perché non lo sanno, o perché non l’hanno mai fatta… Ma basterebbe leggere qualsiasi libro della zona per capire come va marcato l’avversario, come si restringono gli spazi, perché il tempo e gli spazi sono due aspetti realmente determinanti.
Per quanto riguarda l’esperienza alla Roma con il passaggio per me da una marcatura feroce a uomo ad una a zona, devo dire che in quei 10-11 mesi, guardando soprattutto i miei compagni e chiedendo a loro, ho imparato piuttosto in fretta come si faceva, al di là delle spiegazioni teoriche del mister. E in effetti se tu vai a rivedere quella Roma, noi non giocavamo dietro a 4 a quei tempi, ma addirittura a 3, perché Di Bartolomei, che doveva essere il centrale di fianco a me e in pratica fare il famoso libero, giocava invece davanti alla difesa e così avevamo un uomo in più a centrocampo.


Lei è arrivato a Torino per coronare il sogno dei sogni bianconeri nella stagione 95-96. E fortunatamente c’è riuscito.
Quante altre volte era stato vicino alla Juve in precedenza visto che se ne parlava praticamente ad ogni sessione di mercato?

Vi svelo questo retroscena che ancora non ho raccontato a nessuno.
Il presidente della Sampdoria Mantovani mi aveva ceduto ad Agnelli nell’estate del 1990, quella dei mondiali italiani. Oltretutto che con la nazionale avevamo come capo delegazione Boniperti, il quale per un mese ogni mezz’ora passava nella mia stanza a chiedermi quando sarei passato alla Juventus.
Nel frattempo però Mantovani, che già mi aveva venduto come detto dando la sua parola, fece un clamoroso dietrofront ripensandoci e mi chiamò dicendo: “Guarda Pietro, io ho dovuto cederti perché non potevo dire di no ad Agnelli, però tu dì che non te la senti di andare a Torino e che per ora preferisci rimanere a Genova, insomma… prenditi la colpa!”.
E così avvenne.


La finale con il Barcellona è stata un rammarico grande per la sua esperienza blucerchiata. Cosa ci può raccontare di quella partita e cosa ha imparato da una sconfitta così dolorosa?

Innanzitutto siamo stati molto molto contenti di essere arrivati in finale, per una squadra come la Sampdoria che non era nell’élite del calcio ed era alla sua prima partecipazione in Coppa Campioni fu un evento davvero straordinario, addirittura vincerla sarebbe stata una apoteosi, una cosa incredibile.
Noi siamo arrivati a quella partita battendo la squadra campione in carica, che era la Stella Rossa, andando a vincere non a Belgrado ma sul neutro di Sòfia perché in quel momento in Jugoslavia c’era la guerra. Stella Rossa che all’epoca era una squadra pazzesca, ricca di tanti campioni e giocatori fortissimi, tra cui il mio futuro compagno di squadra Vladimir Jugovic, centrocampista di livello altissimo.
Pronti via, dopo 10 minuti perdevamo già 1 a 0, però alla fine vincemmo 3 a 1 la partita.
Per quanto riguarda la finale del ’92 vi posso dire che a mio avviso noi eravamo sicuramente molto più forti di quel Barcellona, però quella serata andò proprio storta, sbagliammo dei gol incredibili, Valli in particolare si mangiò un gol già fatto al novantesimo con uno scavino che superò il portiere ma prese il palo esterno. Oltretutto Gianluca anche nella finale di Roma con la Juventus sbaglió un gol molto simile, superando van Der Sar con un dribbling e calciando a porta vuota sull’esterno della rete… Chissà che fantasmi nella sua testa… Fortunatamente poi ai rigori vincemmo contro l’Ajax, dando così una grande soddisfazione ai tifosi juventini dopo le lacrime dell’Heysel e togliendoci una soddisfazione di rivalsa in modo particolare noi tre ex sampdoriani, io, Lombardo e appunto Vialli. Dopo 4 anni riuscimmo a coronare quel sogno svanito di alzare la coppa più ambita.


Lei ha sfidato in pratica tutto il meglio del calcio mondiale per più di due decadi. Quale è stato l’attaccante più difficile in assoluto da marcare e quale invece quello più tosto della Juventus quando ci affrontava da avversario?

Ce ne sono stati tanti bravi, ho vissuto molte sfide complicate e duelli difficili.
Ho anche marcato Maradona ogni tanto quando venivo impiegato da mediano.
Ma come attaccanti puri penso che Van Basten e Careca siano stati i due più completi che ho affrontato in carriera.
Nessuno parla mai di Careca ma in realtà era veramente forte, uno tra i migliori mai venuti in Italia. Bravo con entrambi i piedi, abile nell’uno-due, velocissimo, forte anche di testa e correva dietro a tutti, era sul serio impegnativo marcarlo.
Ho marcato anche Ronaldo quando ero a Piacenza negli ultimi anni e l’ho marcato bene onestamente, nelle sfide in velocità mi trovavo a mio agio.
Paradossalmente però non era quando incontravo questi campioni che ero preoccupato perché alla fine se avessero segnato avrebbero tutto sommato fatto il loro e io non avrei avuto molte responsabilità, mentre se li avessi marcati bene avrei avuto soltanto meriti e inoltre tenere la concentrazione alta contro di loro veniva naturale; quando invece incontravo squadre inferiori e attaccanti meno quotati passavo settimane di preparazione alle partite meno tranquille, sapevo che se avesse segnato il mio uomo avrei avuto critiche dure.
Tra gli attaccanti juventini il più scorbutico da affrontare è stato senza dubbio Roberto Bettega: forte fisicamente, molto dotato tecnicamente e calcisticamente parlando cattivo, ti dava delle gomitate per prendere posizione durante i duelli corpo a corpo che ti mettevano giudizio.


Ha vinto uno scudetto a Roma, che è una cosa epocale, uno con la Sampdoria, che è più unico che raro, e portato a casa l’ultima Champions della Juve, anche questo purtroppo evento assai sporadico nonostante le tante finali disputate dai bianconeri.
Quale secondo lei tra queste è stata sportivamente l’impresa più difficile da realizzare?

Gli scudetti, in piazze come quelle, sono traguardi difficili e storici da raggiungere. Oltretutto che prima di giocare a Roma venivo da una stagione nella Fiorentina nella quale perdemmo uno scudetto all’ultima giornata in favore proprio della Juventus, entrambi a pari punti noi pareggiammo a Cagliari e loro vinsero a Catanzaro con gol decisivo di Liam Brady. L’odio tra le due tifoserie nacque proprio da lì, prima non c’era mica.
Quindi arrivai secondo a Firenze, vinsi lo scudetto l’anno dopo nel 1983 a Roma a distanza di quarant’anni dal primo vinto dai giallorossi nel ’42 sotto il fascismo, e vinsi il titolo nel 1991 con la Sampdoria.
Ma per quanto siano state grandi grandi imprese, sono comunque competizioni lunghe i campionati, ci arrivi con percorsi in cui puoi permetterti anche diversi errori.
Personalmente però aver rigiocato e vinto la Coppa dei Campioni dopo 4 anni dalla sconfitta di Wembley, a 37 anni, ritengo sia stato qualcosa di sensazionale, emozionante, appagante.
Quell’Ajax oltretutto era una grande squadra, erano i campioni in carica, avevano un allenatore in quel momento tra i migliori che era van Gaal e giocatori di grandissima qualità, da van Der Sar a Kanu, da Blind ad Overmars, da Davids a Kluivert, dai fratelli de Boer a Litmanen, passando per Finidi.
Ma noi giocammo una stupenda partita, meritando di vincere ben prima dei rigori.


Da giovanissimo ha sfiorato il Milan e la possibilità di giocare accanto a Baresi, ha battagliato una vita con Mannini al suo fianco nella Samp e alla Juventus è stato compagno di reparto di Ciro Ferrara. Oltre questi tre grandissimi interpreti, c’è un difensore di scuola italiana o straniera che ha particolarmente ammirato e con il quale le sarebbe piaciuto giocare?

Vi rispondo Scirea.
Ci ho giocato insieme solo alcune partite in Nazionale ma mi sarebbe piaciuto davvero avere molte più possibilità di essere accanto a lui.
Era un grande, grandissimo giocatore.
Di suprema intelligenza, sempre al posto giusto pur non essendo velocissimo.
Per le caratteristiche opposte e complementari che avevamo saremmo stati proprio una grande coppia di centrali difensivi.
Scirea era eleganza applicata al calcio, una lettura della palla e di come si sarebbe svolta l’azione semplicemente perfette.
Un altro difensore che mi piaceva molto e da cui ero affascinato proprio perché agli antipodi miei come interpretazione del ruolo era Krol, prima pilastro dell’Ajax più forte di sempre che rivoluzionó il calcio e poi difensore nel Napoli dei primi anni ’80.


Il suo con la maglia azzurra è sempre stato un rapporto un po’ tormentato: prima per problemi fisici e poi per scelte tecniche non è riuscito mai ad essere protagonista quando contava, come avrebbe meritato per le sue indiscutibili qualità. Si è mai dato una spiegazione del perché? Si è mai pentito alla luce dell’infortunio di Baresi nel mondiale del ’94 di non aver accettato la chiamata di Sacchi?

Guardando le cose col senno del poi si, mi sono pentito di non essere andato al mondiale americano perché avrei avuto modo di giocare da protagonista.
Ma è facile dirlo ora. In quel momento però ho fatto quella che per me era la cosa giusta, nel rispetto del calciatore che ero.
Quando Sacchi mi disse: “Vieni a fare da chioccia”, risposi no senza indugi, io volevo giocare, mi sentivo di poter essere protagonista e determinante sul campo.
Il rimpianto più grosso è certamente quello del 1982, quando a causa dell’infortunio non potei dare il mio contributo alla squadra iridata.
Però… La delusione più cocente legata alla maglia azzurra è di sicuro quella del mondiale del 1990, la semifinale contro l’Argentina a Napoli. Io quella partita l’avrei dovuta giocare da titolare per marcare Maradona. Questi erano i piani. Invece non andò così.
Faccio un breve riepilogo, un piccolo passo indietro per spiegare meglio quel momento.
Erano 4 anni che ero fuori dalla Nazionale, perché Vicini dopo il 1986 non mi chiamó più visto che decise di mettere fuori dal suo progetto tutti quelli della vecchia gestione.
Nel ’90, 5/6 mesi prima dell’inizio dei mondiali, ci fu un amichevole in Olanda alla quale Ferri, mi pare per infortunio, non poté partecipare e siccome c’era Van Basten da marcare e Vicini aveva paura di prendere 4 gol decise di convocarmi per limitare il centravanti orange. Per me era un’imperdibile opportunità dopo tutto quel tempo senza azzurro, non potevo sprecarla. E infatti non la sprecai, disputai una grandissima partita convincendo il CT a includermi nei convocati per la rassegna iridata.
Mi mise in lista con la promessa che mi avrebbe impiegato per farmi marcare gli attaccanti più forti e pericolosi che avremmo incontrato nel percorso mondiale. Risposi di si naturalmente, anche se non avrei giocato sempre avrei comunque avuto la possibilità di mettermi in luce marcando i più forti, era una chance affascinante, una sfida suggestiva per uno col mio carattere e la mia ambizione.
Quando si trattó di giocare contro l’Argentina in semifinale io avrei dovuto francobollarmi a Maradona, perché lo avevo sempre marcato molto bene, anche a detta del fuoriclasse argentino stesso che più volte si era espresso in modo positivo nei miei confronti dopo i duelli sul rettangolo verde, dove lo avevo contenuto tante volte senza menarlo, ed era difficile ve lo assicuro.
Insomma avrei duvuto scendere in campo dall’inizio e così non fu, Vicini cambió idea all’ultimo momento e non ho mai saputo il perchè. Inoltre quando manca una mezz’ora circa alla fine della partita, vinci uno a zero e l’Argentina sta iniziando a metterti in difficoltà, tu ti aspetti di entrare perché la soluzione era semplicissima, ovvero far entrare me a centrocampo al fianco di Ancelotti e limitare così Maradona, il pericolo numero uno. Che era pane per i miei denti. Ma questo non successe.
Mi dispiacque tantissimo, ancor oggi se ci penso sento il sapore amaro di quella delusione, un vero rammarico.
E poi… la beffa di farmi giocare la finalina per il terzo posto a Bari contro l’Inghilterra… era un po’ da presa in giro, probabilmente mi vide incazzato e decise di darmi quel contentino ma arrivati a quel punto non è che me ne fregasse oramai granché. Peccato

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