Storie di Juve

Roberto Baggio, il fenomeno che mise d’accordo tutti, tranne i suoi allenatori

L’eleganza di “Raffaello” che ancora oggi viene accostata al suo stile di gioco, e che permise al “Divin Codino” di diventare uno dei migliori giocatori della storia del calcio mondiale.

Abbiamo già ampiamente discusso di cosa sia il talento e di quanto sia difficile, per chi non ne possiede l’incantesimo, comprenderlo, apprezzarlo e metterlo nelle condizioni di essere poi espresso: no, davvero troppo complicato.

Perché si ha la terribile e imperdonabile colpa di pensare che “la dote” parta dal corpo e dalla mente, anziché comprendere che questa possa risiedere nell’animo di chi ne è un sano portatore.

Roberto Baggio nella sua immensa carriera ha praticamente avuto dissapori con quasi tutti i suoi allenatori; Sven-Göran Eriksson alla Fiorentina, per esempio, voleva cederlo in prestito al Cesena per fargli fare esperienza e perché voleva a tutti i costi farlo giocare a destra.

Giovanni Trapattoni pretendeva che il “Divin Codino” rientrasse a centrocampo per dare una mano alla squadra in fase di copertura, accusandolo inoltre di non voler giocare per i compagni.

Marcello Lippi, che lo aveva allenato sia alla Juventus che all’Inter, non ha mai nascosto i dissidi con Baggio che deflagrano proprio a Milano quando gli chiese apertamente di fargli i nomi dei “rivoltosi dello spogliatoio”, ottenendo un ovvio rifiuto dal suo numero dieci – il tecnico poi smentirà di aver fatto una simile richiesta al giocatore.

Nella sua esperienza al Milan, con Fabio Capello prima e con Arrigo Sacchi poi (suo grande estimatore ai tempi della nazionale), tutti e due concordi nel liberarsi della classe di Roberto Baggio il prima possibile; Carletto Ancellotti addirittura mise il veto al suo passaggio al Parma proprio in virtù dell’imminente cessione da parte della società rossonera.

Stesso rapporto conflittuale con il tecnico Renzo Ulivieri quando il “Divin Codino” andò al Bologna e che portò l’allenatore a rassegnare le dimissioni (poi rifiutate), in seguito a una discussione avuta con Baggio prima di uno Juventus-Bologna, in cui il tecnico comunicò al giocatore che non sarebbe partito titolare, il quale, appresa la notizia solo il giorno precedente al match, lasciò il ritiro e non andò in panchina.

Roberto Baggio nasce a Caldogno il 18 febbraio del 1967, il sesto di otto fratelli. I primi calci dati al pallone sono quelli nella squadra di paese, e a soli 12 anni porta proprio il Caldogno alla finale del campionato segnando 45 goal in 26 partite…

«Lo porta con sé, un pomeriggio, perché finalmente si tolga dalla strada e non combini danni eccessivi come quello di finire in un fosso con il motorino sul quale Roby e altri tre amici facevano i fessi per attirare l’attenzione di una tipa. Lo allena il fornaio del paese, che è anche calciatore in una squadra di Serie D, Gian Piero Zenere. Ed è subito talento. Faticano a tenere i goal che Baggio segna, ogni volta, e alla fine non è raro che dalla panca debbano chiedere all’arbitro quale sia il punteggio della partita. Così iniziano a soprannominarlo “Baggino” in paese, dove per strada spesso gli urlano: “se non sfondi tu non sfonda nessuno.”» – fonte “Un ragazzo tutto d’oro”

Non passa inosservata questa cosa nella zona del vicentino e proprio la Lanerossi Vicenza lo acquista nel 1980 per la cifra di 500.000 lire; dopo aver incantato negli allievi e nella primavera, a soli 16 anni viene aggregato alla prima squadra dove resterà fino al 1985 segnando 13 goal in 36 partite.

“Noi, gli Allievi, divertivamo tremila spettatori a partita. L’allenatore, Savoini, mi aveva detto che somigliavo a Zico, ma non ero l’unica attrazione di quella squadra. C’erano ragazzi straordinari, che per vari motivi non sono riusciti a sfondare. Il ricordo di quel Vicenza è rovinato dal dramma della droga. Molti di quei ragazzi furono sconfitti dal cancro del secolo. Una piaga, un destino assurdo.” – fonte “Un ragazzo tutto d’oro”

La Fiorentina gli mette gli occhi addosso proprio in quell’anno e già a marzo riesce ad accaparrarselo per circa 3 miliardi di vecchie lire. C’è però da terminare la stagione con il Vicenza e proprio alla fine di quel campionato, durante una maledetta partita contro il Rimini, Baggio si rompe il crociato anteriore del ginocchio destro; tre anni prima si era già operato al menisco.

Una lunghissima degenza di 501 giorni, sofferenze a non finire e la rieducazione solitaria; ecco cosa dichiarava in un’intervista di tanti anni fa:

“L’infortunio al ginocchio mi mise di fronte alla realtà della vita. In quel periodo ero bello, ricco e già famoso. Alla Fiorentina ero approdato con la nomea del prodigio, ma non riuscivo a dimostrarlo. Quell’incidente mi tenne lontano dai campi di gioco per un’eternità e mi costrinse a lavorare in solitudine: io e il mio preparatore atletico. Non trascorsi un giorno di vacanza, ogni tanto chiedevo a un amico: ‘scusa, ma esiste ancora il mare o l’hanno prosciugato?’ Un inferno, anzi, un calvario che non oso augurare neppure al peggiore dei miei nemici.” – fonte “Un ragazzo tutto d’oro”

La Fiorentina lo aspetta con pazienza e fiducia e, finalmente, il 21 settembre del 1986 Baggio debutta in maglia viola nella gara casalinga vinta per 2 reti a 0 contro la Sampdoria.

Si accasa alla corte della Vecchia Signora dopo il mondiale del 1990 per la cifra di 18 miliardi di lire. A Torino, in quegli anni, si stava cercando di cambiar pelle e si andava verso una rivoluzione sulla falsariga del vittorioso Milan Berlusconiano e che portò sotto la Mole Antonelliana diverse novità.

Manager di riferimento divenne Luca Cordero di Montezemolo che mise a disposizione del mercato la cifra monstre di 70 miliardi di lire, che oltre al “Divin Codino” permise di far approdare in bianconero il fresco Campione del mondo Thomas Häßler, il talentuoso Paolo Di Canio, insieme a un giovane Eugenio Corini e allo stopper brasiliano Júlio César.

In panchina si sedette Gigi Maifredi, esponente della “nouvelle vague” tecnica, proveniente dal Bologna e seguace tattico del calcio a zona, un’ulteriore conferma questa, semmai ce ne fosse stato il bisogno, di voler a tutti i costi rispondere sul campo allo straordinario Milan di Arrigo Sacchi.

Le aspettative vennero disattese in quella stagione e Baggio dovette attendere la stagione 92/93 per alzare al cielo il suo primo trofeo: la Coppa Uefa!

Decisivo in tutta la competizione, Roberto si caricò letteralmente sulle spalle la squadra nella doppia semifinale con il Psg in cui segnò tra andata e ritorno tutti e tre i goal della Juventus, e nella doppia sfida contro il Borussia in cui siglò una doppietta nella prima gara a Dortmund ipotecando già in quella serata il terzo successo dei bianconeri nel torneo.

Protagonista indiscusso di quel trionfo continentale, Baggio, alla fine dell’anno solare vinse il Pallone d’Oro, il Fifa World Player e l’Onze d’Or (prestigioso riconoscimento assegnato dalla rivista francese Onze Mondial al miglior giocatore militante in un club europeo), dopo aver concluso quella stagione con 21 goal in campionato, 6 in Coppa Uefa e 2 in Coppa Italia, con al braccio anche la fascia di capitano.

Deve attendere la stagione 94/95 per alzare al cielo altri due trofei con la maglia della Juventus (Coppa Italia e Campionato) in quella che sarà la sua quinta e ultima stagione bianconera che gli regalerà anche una cocente sconfitta in finale di Coppa Uefa contro il Parma dei miracoli.

Non è un anno banale il 1994; a Torino arriva la “Triade” composta da Moggi, Giraudo e Bettega. Si veniva dai mondiali degli Stati Uniti d’America e dal rigore calciato in curva da Baggio; già, un rigore, e pensare che il “Divin Codino” fino a quel maledetto calcio dagli undici metri aveva siglato in campionato la bellezza di 34 rigori su 38 con una stratosferica media di 0,89, pensate un po’…

Sulla panchina della Juve viene chiamato per sostituire Trapattoni il tecnico Marcello Lippi; il nuovo allenatore predilige un modulo più offensivo, il 4-3-3, che tende a relegare a ruolo di esterno Baggio e lo condanna spesso alla panchina.

Ci si mette anche l’ennesimo infortunio al ginocchio destro, a Padova il 27 novembre del 1994, complicando ulteriormente le cose e tenendo fuori dal campo il “Divin Codino” fino a marzo del 1995 quando rientra nella semifinale di Coppa Italia contro la Lazio.

Una serie di combinazioni, coincidenze e scelte (a posteriori più che giustificate) che favoriranno l’avvento e la definitiva esplosione in casa juventina del ventenne Alessandro Del Piero, sul quale la nuova dirigenza bianconera deciderà di puntare sia per ragioni economiche che anagrafiche, e che determineranno il mancato rinnovo del contratto di Baggio in scadenza a giugno.

Abbiamo iniziato parlando di talento e di come sia di difficile gestione, ma non abbiamo sottolineato di come questo possa comunque albergare nell’intimo di un ragazzo normalissimo come lo è stato a tutti gli effetti Roberto Baggio.

Ci piace ricordare infatti di quando lui stesso raccontava di aver marinato la scuola da ragazzino per andare al campetto con i suoi coetanei; o di come si innamorò di Andreina, sua moglie, allorché come un qualsiasi quindicenne ebbe il proverbiale “colpo di fulmine” vedendola passare con il motorino, rimanendone folgorato nella sua totale pavidità del momento; infine, in che modo, davvero sia la normalità ad essere di casa nel suo animo.

“Tra di noi è stato davvero un colpo di fulmine. Per Andreina presi una sbandata storica, a 15 anni, che mi ha portato fino all’altare il 2 luglio del 1989. Ricordo la scena come se fosse adesso; era estate, poco prima che cominciasse il ritiro del Vicenza, me nestavo tranquillo in piazza, a Caldogno. Bene, mentre ero lì vidi passare Andreina in motorino, con un’amica. Dico subito: ‘che carina, la voglio conoscere!’ Al prossimo giro la fermo, prossimo ancora… sembravo Fantozzi, ho aspettato talmente tanto che Andreina se l’è filata via. Sono tornato a casa con il morale sotto i tacchi, deluso.

Ma dopo cena, verso le nove, mi affaccio alla finestra e la rivedo passare in motorino. Avevo le vertigini. A quel punto ho preso il coraggio a due mani, mi sono messo a fischiare peggio del Trap e l’ho fermata. Una stretta di mano, un sorriso e le ho ‘rubato’ un anellino come pegno d’amore. Gliel’ho ridato il giorno del fatidico sì.

Da bambino sentivo i ‘grandi’ del paese parlare di figli, soprattutto di maschi, che portano avanti il tuo nome, con i quali parli delle tue cose. Discorsi che mi sono rimasti dentro, che hanno influito sulla mia giovinezza. Non sono un pantofolaio ma quasi: mi piacciono il caldo di casa mia, la campagna, i trattori.” – fonte “Un ragazzo tutto d’oro”

Qui stiamo parlando di #StorieDiJuve, è vero, ma ciò che è doveroso ricordare in questo brevissimo racconto su Roberto Baggio e con cui ci piacerebbe congedare i nostri lettori, accadde il 17 settembre del 1989 al San Paolo di Napoli, sotto gli occhi, quasi increduli, di Diego Armando Maradona.

Il Pibe de Oro quel giorno era inspiegabilmente seduto in panchina e a prendersi tutto il palcoscenico ci pensò Baggio, almeno per quanto riguarda il primo tempo.

Al ’22 il dieci della viola entra in area di rigore, ubriaca di finte Renica, che lo stende, e lo manda sul dischetto del rigore; Baggio non sbaglia e segna il suo primo goal di giornata. Ma è dopo soli nove minuti che lo stadio viene ammutolito da uno dei goal più belli della storia del calcio italiano.

Roberto prende la palla nella propria metà campo, apparentemente sembra avanzare lentamente, in realtà viaggia più veloce degli altri; elegante, leggero, la palla incollata al piede. Di nuovo Renica gli si fa incontro e per la seconda volta in pochi minuti viene saltato senza troppi complimenti sulla trequarti; è il momento di dribblare Corradini al limite dell’area del Napoli allungandosi la palla con la punta del piede destro; Baggio adesso è in area e tra lui e il goal c’è solo il portiere Giuliani che prova a uscire alla disperata; Roberto lo fa sedere accarezzando con la suola la palla e appoggiando in rete quasi da dentro la porta, come a dare un’ultima pennellata, difronte a uno stadio completamente annichilito da tanta disinvoltura e raffinatezza nel far dimenticare solo per pochi secondi che quello era il prato verde del “dies argentino”.

“Un giorno apro il giornale e leggo che la Reggina sta trattando Baggio. Telefono a Cesare Medori, un amico di Roberto, e gli chiedo: ‘Ti chiedo un piacere, chiamalo e fammi parlare con lui’. Baggio mi disse che era vero ma che non era convinto perché non voleva allontanarsi dalla famiglia. Colsi al volo l’opportunità e gli chiesi: ‘Ti piacerebbe giocare a Brescia?’ Roberto rispose: ‘Magari’. Saltai nella macchina e andai nell’ufficio del presidente Corioni. Questa è la storia dell’emarginazione di Roberto Baggio.

Dicevano che era rotto. Un paio di allenatori importanti gli avevano fatto terra bruciata. Roberto mi raccontò: ‘Dribblo il mio preparatore e davanti ho il deserto’. Cattiverie.. da anni Roberto aveva un ginocchio che lo faceva tribolare, ma si curava. Si presentava agli allenamenti un’ora prima ed era l’ultimo ad abbandonare il campo. E poi le partitelle con lui diventavano poesia.” – Carlo Mazzone

Simone Pompili

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