#StorieDiJuve

Fabián O’Neill, la storia del talento che incantò Zinedine Zidane

Una parabola discendente e sfortunata del giocatore che trasse in inganno anche Luciano Moggi.

Fabián Alberto O’Neill Dominguez nasce in Uruguay il 14 ottobre del 1973 a pochi mesi dal secondo colpo di stato avvenuto in giugno nel piccolo paese sudamericano.

Cresce in una località dell’entroterra, “Paso de los Toros”, dove viene accudito dalla nonna materna in seguito alla burrascosa separazione dei genitori; nelle sue vene scorre sangue latino e irlandese.

Muove i primi passi da calciatore nel Defensor, dove ancora oggi, se provate a chiedere di Fabián, qualcuno vi racconterà con un affettuoso volto sorridente, della sua nonna e di quanti compleanni festeggiò la signora in quel periodo, tanti da far saltare decine di allenamenti al povero O’Neill…

Sono gli anni non solo delle prime marachelle, ma anche dei primi bicchieri di coca cola mischiati alla birra per “El Mago”, che nonostante la sregolatezza e gli eccessi già in tenera età, si concedeva il tempo per incantare con le sue giocate gli avventori dei campetti delle periferie uruguaiane.

Per questo motivo non passa inosservato agli occhi dei dirigenti del Nacional di Montevideo che subito lo inseriscono nel settore giovanile all’età di 15 anni, fino a farlo esordire nella prima squadra nel 1992 dove Fabián riesce subito a vincere il campionato.

Spavaldo, talentuoso, senza nessuna cura del pericolo, O’Neill era in campo il classico giocatore uruguagio che abbinava il proprio estro alla “garra charrúa”.

Per comprendere cosa sia questa peculiarità prendiamo in prestito una famosa citazione di Jules Rimet, che pare venne pronunciata dopo il triplice fischio della finale del mondiale 1950 tra Brasile e Uruguay, il famoso Maracanazo: “Nel calcio, giocare bene a volte non basta. Devi anche farlo profondamente, come fa l’Uruguay.”

Viene acquistato dal Cagliari nel novembre del 1995, dove si trova a raccogliere l’eredità calcistica di un altro grande trequartista charrua: Enzo Francescoli.

Interminabili tunnel, colpi di tacco e una visione di gioco fuori dal comune, ecco come si presenta Fabián al San Paolo di Napoli per la sua prima partita in Serie A.

In terra sarda colleziona 120 presenze e 12 goal, ma soprattutto, accumula aneddoti incredibili di vita notturna su cui il patron cagliaritano Cellino riesce a chiudere un occhio, forse entrambi.

Come quando in viale Diaz urta con la sua auto una moto; alta velocità, omissione di soccorso, due feriti (fortunatamente poi guariti), sembra essere questo il crepuscolo della sua prima avventura al Cagliari dove l’ineluttabilità degli eccessi lo costringono a dover lasciare la Sardegna.

Il talento però è cosa rara; non sempre lo si riesce a codificare per poi gestirlo; non puoi considerare l’idea di dargli delle regole, perché da quel momento, forse, non stai più parlando di talento.

E’ quello che probabilmente pensò Luciano Moggi il giorno in cui decise di acquistare Fabián O’Neill.

Arriva alla corte della Vecchia Signora nell’estate del 2000 per la cifra di 18 miliardi di lire più il prestito di Raffaele Ametrano; a Torino insieme a lui sbarca il neo Campione d’Europa con la Francia David Trezeguet; ad attenderli per una stagione dalle grandi aspettative nel capoluogo piemontese c’erano Alessandro del Piero e Zinédine Zidane.

“Per loro è un lavoro, lo prendono così. Arrivano all’allenamento con abito e cravatta, si cambiano, si allenano, si fan la doccia e se ne vanno.” Fabián O’Neill

Da queste parole è facile intuire il disagio che provocava in lui, “El Mago”, il proverbiale stile Juve. Però, e lo abbiamo già sottolineato, cosa possono osservare gli occhi di chi sa leggere l’indole estrosa del genio, è sintetizzabile nel pensiero di un’esteta per eccellenza quale è stato Zizou: “Emejor era Fabián O’Neill.”

Non c’è bisogno che si traduca ciò che ancora oggi lascia sgomenti tutti, dagli addetti ai lavori ai tifosi. Ma non si può, e non si deve nemmeno descrivere la debolezza di un uomo dalla vita dissoluta, come un giudizio che lo ascriva come persona di poco conto.

Un suo grande ex compagno al Cagliari, Diego Lopez, ancora oggi così ne parla: ”Ci sono fuoriclasse come Cavani e Suarez, ma se parliamo di giocatori di calcio completi, di quelli che sembrano nati per il pallone, Fabián era sopra tutti. Lui era un trequartista puro, Ventura lo trasformò in regista e Fabian esplose definitivamente, tanto che lo prese la Juventus di Zidane. Se Zizou è arrivato a spendere quelle parole…

Aveva fisico, tecnica, giocate illuminanti: aveva tutto. Fuori dal campo era un ragazzo d’oro: se ci fosse stata la necessità di dividere un pasto lui lo avrebbe fatto. Fabián era generoso, disponibile e se io sono rimasto a vita a Cagliari lo devo a lui: dopo sei mesi stavo per andare al Siviglia.”

Certo, rimangono i soldi sperperati, le “sbronze” fino a tarda notte e le tante donne che hanno provato a cambiare il destino di “El Mago” che ben presto si sarebbe trasformato in una inevitabile parabola discendente.

“Ho guadagnato tanti soldi grazie al mio agente, ma adesso li ho persi tutti fra donne, scommesse e vizi vari, e vivo da povero. A Cagliari ero un idolo, ma quando lottavamo per non retrocedere i tifosi mi gridavano “ubriacone!”, poi salimmo in A e quegli stessi tifosi mi pagarono da bere. Funzionava così il calcio da quelle parti”. – Fabián O’Neill

Perché Luciano Moggi non volle vedere tutto questo prima di depositare il cartellino di Fabián O’Neill?

Un grande dirigente sa quello che è giusto per la società che rappresenta, ma a volte, deve anche arrendersi al proprio istinto; deve farlo in nome di quella regola non scritta che concede all’animo la bellezza del talento.

Si osserva con silenzio la maestria dell’artista che notoriamente tradirà le nostre aspettative morali; non a caso è la moralità che spesso frena il capolavoro, che non conosce preconcetti e briglie.

L’arte di per sé esprime sofferenza, tormenti e turbamenti; non sarebbe tale se si riuscisse a superare il concetto di afflizione, che nel caso di Fabián è stato più forte di tutto.

Moggi probabilmente vide questo, e non l’errore, che molti, ancora oggi, tendono ad attribuirgli nella trattativa che ci fece incontrare “El Mago”.

Quella di Fabián O’Neill somiglia tremendamente alla storia di George Best o Paul Gascoigne, in cui però si ha la possibilità di ammirare di come le stesse intuizioni avute dal grande dirigente bianconero possano avere esiti ed epiloghi diametralmente opposti e diversi sul campo.

Perché alla Juve, è inutile ricordarlo, non avvenne nulla di quello che tutti si aspettavano dall’uruguaiano di sangue irlandese.

“La mia carriera poteva essere migliore se le società in cui giocavo mi avessero aiutato? No, perché io non volevo aiuti né psicologi, la colpa è stata solo mia. Il calcio però è strano: a Cagliari dopo la retrocessione i tifosi mi insultavano sulla spiaggia gridandomi ‘ubriaco’, poi quando siamo tornati in A gli stessi tifosi mi offrivano da bere. E quando andai alla Juventus da idolo divenni l’ultimo, perché lì c’erano i fenomeni veri come Zidane. Tifo Real Madrid solo perché c’è lui.” – Fabián O’Neill

Oggi fa il barista, ha poco denaro, tanti demoni, ma non ha rimpianti, e questo è già molto. Ha fatto quel che si sentiva di fare. Persino un video su youtube, dove, mani in tasca solleva una birra e batte sul tavolo a tempo di musica.

Vive con la suocera, la sua terza moglie e il figlio Flavio, calciatore anche lui, di cui si parla un gran bene, come a sperare che l’universo posso ridare indietro agli amanti del calcio quel meraviglioso dono che Fabián volle custodire egoisticamente solo per sé.

Simone Pompili

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