Ad Est della Signora

La Gazzella che fece innamorare l’Avvocato bambino

I contatti fra l’Est Europa, quello stesso Est che sarebbe poi rimasto confinato al di là della cortina di ferro per quarant’anni, e la Vecchia Signora che veste di bianconero sono stati molto più frequenti di quel che normalmente si pensi e sono iniziati in un tempo lontano ormai rintracciabile solo nelle pagine ingiallite della storia. Un tempo in cui il comunismo era confinato alla sola giovane Unione e l’Italia era in mano al regime fascista.
Il calcio di quegli anni – gli anni venti che portarono in dote un solo scudetto alla Vecchia Signora – aveva il suo Gotha oltre che in Italia, anche in Uruguay ed in Europa fra
Austria, Ungheria e Cecoslovacchia, ovvero la mitteleuropa erede dell’impero Austro-
Ungarico.
La scuola calcistica danubiana spopola e l’Ungheria, l’Austria e la Cecoslovacchia ne
erano le figlie predilette e nazionali quali il “Wunderteam” austriaco ma anche la nazionale ungherese (che aveva rifilato un pesante 9-3 a quella italiana) e la Cecoslovacchia finalista ai
mondiali del 1934, stavano lì a testimoniarlo.
La Juventus, al cui timone erano da poco giunti gli Agnelli, era affamata di vittorie: all’attivo aveva un solo scudetto datato 1905 e per tornare a trionfare aveva deciso di guardare in direzione Est e più precisamente in Ungheria, dove un giovanotto elegante, che più che un
calciatore pareva un aristocratico della decaduta nobiltà asburgica, aveva attirato le attenzioni del presidente Edoardo Agnelli che lo voleva a tutti i costi veder vestire il
bianconero: Ferenc Hirzer.


A segnalarlo fu l’allenatore, magiaro anche lui, Jozef Karoli, ma a far sì di portarlo a Torino dopo una lunga trattativa fu proprio Edoardo Agnelli. Superate le resistenze della federazione calcistica ungherese, Hirzer giunse a Torino nel Settembre del 1926, debuttando il 4 Ottobre nella partita casalinga contro il Parma in cui segna tre reti nel 6-1 finale; una settimana dopo fu il Milan ad essere seppellito di reti, ancora una volta furono 6 reti a 0, con Ferenc ancora protagonista.
Il suo arrivò scatenò le fantasie dei tifosi suscitando consensi clamorosi, che si
trasformarono, ben presto, in una vera e propria adorazione. Tra i tifosi che assistevano incantati ai suoi tocchi di classe vi era anche un giovane virgulto della famiglia Agnelli, di
nome Gianni. Il futuro Avvocato si innamorò all’istante di lui e negli anni successivi lo ricorderà come uno dei suoi giocatori preferiti. Inoltre era bello, alto, biondo, con un fisico
statuario e le ragazze torinesi si innamoravano immediatamente di lui! In campo soleva
portarsi un pettine ed ogni tanto si fermava a sistemarsi la chioma dorata,
soprattutto dopo i gol: bello come un attore di Hollywood e decisivo in ogni partita, lui poteva
permetterselo. Sembrava un Dio figlio del bel Danubio blu.
La sua fama cresceva a dismisura e le squadre avversarie lo temevano tanto che i
“bianchi” della Pro Vercelli gli riservarono una sorveglianza davvero particolare, una sorta di tripla marcatura. L’ungherese non si scompose e ricevuta palla saltò in
velocità i tre malcapitati difensori vercellesi servendo una palla d’oro a Pastore, che di par suo segnò il gol decisivo di quel match. Proprio per la sua velocità, Férénc
venne soprannominato la Gazzella.


Il resto della stagione fu una cavalcata trionfale, conclusa dalla vittoria nelle finali Nord a spese del Bologna e dalla finalissima con l’Alba Roma, battuta sia in casa che fuori con
punteggi di 7-1 e 5-0, che lasciavano ben poche repliche agli avversari. La Juventus era per la seconda volta campione d’Italia ed alla fine del campionato, Hirzer, capocannoniere
della squadra, aveva segnato qualcosa come trentacinque goal in ventisei partite, una
media incredibile!
Purtroppo le nuove norme federali penalizzarono il campione ungherese, infatti nell’anno successivo, oriundi a parte, era possibile tesserare solamente due stranieri schierandone però uno solo. Hirzer fu vittima anche di qualche infortunio e fu costretto a saltare molte partite, riducendo il suo apporto alla squadra, fu così che giocò solamente diciassette partite
segnando quindici goal, un bottino comunque di tutto rispetto.
La stagione successiva le nuove norme, volute dal partito fascista, permettevano
l’utilizzazione dei soli oriundi, questo in supporto all’autarchia voluta da Benito Mussolini,
ed Hirzer fu costretto, a soli venticinque anni, a lasciare l’Italia per tornare nella
nativa Ungheria. Se ne andò lasciando un vuoto incolmabile, dopo aver giocato
quarantadue partite e segnato cinquanta goal. Erano altri tempi, siamo d’accordo, ma nessuno riuscirà più a segnare a questi ritmi, nel nostro campionato. La leggenda narra
che alla sua partenza il piccolo Gianni Agnelli pianse lacrime amare.

Danilo Crepaldi

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