Storie di Juve

“Cosa faccio quando sono triste? Semplice: penso alla Juve del 1990 e a Totò Schillaci!”

Mestizia – dal latino mestitia – sentimento di interna afflizione, affine alla tristezza, ma di questa più contenuto e persistente, che assale chiunque sia transitato, in maniera consapevolmente cosciente, attraverso quel 1990 del calcio italiano che coinvolse la Juventus, Salvatore Schillaci e un Mondiale tra i più belli di sempre.

Nato e cresciuto nel quartiere popolare di San Giovanni Apostolo, Totò è uno dei tanti “picciriddi” cresciuti nell’eterna alternanza tra sogni nel cassetto e difficili realtà quotidiane, che ti spingono sin da giovanissimo a fare enormi sacrifici.

Schillaci, mentre gioca a calcio nelle giovanili dell’Amat Palermo, aiuta il padre muratore a non far mancare nulla alla propria famiglia, facendo il gommista e cercando di ritagliarsi dei piccoli spazi di tempo da dedicare agli allenamenti.

“Da noi, per emergere, devi avere la fortuna che qualcuno venga a scovarti. Non ci sono scuole calcio, i club investono poco nel settore giovanile. Ho conosciuto tanti ragazzi che potenzialmente sarebbero stati dei talenti e che si sono scoraggiati. Io ce l’ho fatta perché ho avuto il coraggio, magari l’incoscienza, di puntare tutto sul calcio.” – Salvatore Schillaci.

Si parte

Tutte le sue rinunce e privazioni in favore del calcio vengono ripagate nel 1982 quando viene ingaggiato dal Messina – nonostante un corteggiamento del Palermo non andato a buon fine per colpa di soli 7 milioni di differenza nella trattativa con l’Amat.

In quegli anni Totò ha la possibilità di lavorare con Franco Scoglio prima e Zdeněk Zeman poi, grazie al quale nella stagione 88/89 riesce a segnare 23 goal nel campionato cadetto e vincere la classifica di capocannoniere.

Fu la stagione decisiva che permise a Schillaci di farsi notare dalle grandi società di Serie A e, come normale conseguenza, venne acquistato dalla Juventus nella stagione 89/90 per 6 miliardi di lire.

La Vecchia Signora in quella stagione decise che era arrivato il momento di rifarsi il trucco, complice il deludente campionato appena trascorso in cui era rimasta esclusa dalla lotta scudetto.

In difesa, dopo tredici stagioni, cedeva il passo Antonio Cabrini che lasciava in eredità la fascia di capitano a Sergio Brio; arrivavano Dario Bonetti al centro della retroguardia e Sergej Alejnikov in mezzo al campo.

Nel reparto offensivo si assistette a una rivoluzione ben più marcata. Fecero le valige Altobelli e Laudrup, vennero riconfermate le due mezzepunte Zavarov e Rui Barros, e si decise di puntare sui semisconosciuti Salvatore Schillaci e il giovanissimo di belle speranze Pierluigi Casiraghi.

Ma non era ancora tutto; a sconvolgere e stravolgere davvero l’ambiente juventino fu quel maledetto 3 settembre del 1989, durante l’inizio della stagione, in cui morì prematuramente l’allora allenatore in seconda di Zoff, in un incidente stradale a Babsk, in Polonia, l’ex bandiera e capitano della Juventus Gaetano Scirea.

“Durante la prima parte della propria vita, ci si rende conto solo dopo della felicità che è stata perduta.” – Michel Houllebecq.

La fine di un’era e la rinascita immediata

La stagione che si continua comunque a svolgere sembra ricalcare quella dell’anno appeno trascorso: risultati altalenanti in campionato, che, però, vengono addolciti da un buonissimo cammino in Coppa Uefa e in Coppa Italia.

Questo, in una società come la Juventus non basta, e il 5 febbraio del 1990 il presidente Giampiero Boniperti rassegna le dimissioni; arriva il momento di Vittorio Chiusano, già a capo del consiglio di amministrazione del club, per tentare di non ripetere un’altra stagione senza titoli in bacheca.

La svolta arriva l’11 marzo quando la Juventus batte allo stadio Comunale il Milan con un rotondo 3-0, rientrando nella lotta scudetto, e permettendo a Schillaci di iniziare ad ascendere agli onori della ribalta fornendo una straordinaria continuità di prestazioni, che probabilmente partirono proprio da quel match in cui sbloccò il risultato già al 7’.

Quella di Totò fu una stagione incredibile in Serie A: concluse il suo primo campionato nella massima competizione nazionale con 30 presenze e 15 reti.

Nonostante ciò, la Juventus si piazzò al quarto posto in campionato, come l’anno precedente, a 7 punti di distanza dal Napoli di Maradona che si laureò Campione d’Italia.

Ma questa non è la classica cronistoria in cui ci sono solo numeri e statistiche: qui parliamo degli occhi “strabuzzati” di Schillaci, della fame di arrivare, della ricerca del tempo perduto di quando si è giovani, in cui si è sacrificato tutto per arrivare all’obiettivo di una vita intera, forse, l’unica vera ragione per cui ne sarebbe valsa la pena.

Il 25 aprile la Juventus conquista la sua ottava Coppa Italia ai danni di uno strafavorito Milan; è il preludio a un’altra vittoria (inimmaginabile solo qualche mese prima) che avverrà ai danni della Fiorentina di Roberto Baggio (ormai promesso sposo dei bianconeri) il 16 maggio, ad Avellino, nel ritorno della doppia sfida in finale di Coppa Uefa, che regalerà alla Juve il secondo titolo della competizione europea.

Schillaci contribuirà in maniera considerevole segnando 4 reti e risultando il miglior marcatore del torneo per la Vecchia Signora.

Tra campionato e coppe, Totò è il miglior cannoniere dell’attacco juventino di quella stagione e, come per un atto dovuto, Azeglio Vicini lo convoca per l’imminente Mondiale italiano con il ruolo di riserva di Carnevale.

“Ero già al settimo cielo per la convocazione in nazionale. Certo, in allenamento davo tutto me stesso per convincere l’allenatore, ma nemmeno un folle avrebbe mai potuto immaginare cosa mi stava per accadere.” – Salvatore Schillaci.

“Dribbling” o “Ciao”?

Il clima gradevole che si avverte non fa pensare all’estate appena iniziata, piuttosto a una persistenza primaverile che allieta queste ore di attesa che ci separano dalla partita di stasera.

Mio figlio ha appena compiuto 7 anni e chissà come lo vivrà questo Mondiale, il fatto che mi abbia chiesto di comprargli una bandiera dell’Italia, però, mi fa pensare che anche lui sia contento che tutto stia per iniziare.

Non credo mangerò stasera, nonostante mia moglie sia un’ottima cuoca; sono incredulo difronte alla felicità, mischiata alla tensione, che un semplice evento sportivo possa trasmettere a un’intera comunità.

Le strade sono tremendamente deserte e dipinte da vessilli tricolori. Le persone sono in casa che attendono come me l’inizio di Italia-Austria: è un momento bellissimo, di cui vorrei trattenere il più possibile ogni minima sensazione che sto avvertendo.

Trasecolo solo per richiamare Mario, mio figlio, che è ancora appiccicato davanti alla televisione con in mano “Ciao”, la mascotte dei Mondiali… a essere sinceri io avevo votato per il nome “Dribbling”!

“Corri, vai da mamma che devi fare il bagnetto, altrimenti niente partita…”

«Giannini… lo nomina sempre Marietto, che poi non è neanche un giocatore della Juve: niente, niente mi diventa della Roma questo bambino?

Certo, il “Principe” non si discute, dietro a Vialli e Carnevale poi; dai che abbiamo una formazione di una bellezza unica, inoltre, chissà, magari il nostro Totò sta arrivando da una stagione incredibile, e può anche giocarlo qualche scampolo di gara per far rifiatare quelli là davanti.»

“Quel sogno, che comincia da bambino, e che ti porta sempre più lontano, non è una favola e dagli spogliatoi, escono i ragazzi e… siamo noi!” – Bennato/Nannini.

“Ehi sveglia, che andiamo a letto.”

“Ma papà, c’è la partita!”

“No Mario, è terminata, ti sei addormentato.”

“E… che cosa ha fatto Giannini stasera?”

“Questa è stata la serata di Totògol, poi domani ti racconta tutto papà, buonanotte.”

“Ci sono periodi nella vita di un calciatore nei quali ti riesce tutto. Basta che respiri e la metti dentro. Per me questo stato di grazia è coinciso con quel campionato del mondo. Vuol dire che qualcuno, da lassù, ha deciso che Totò Schillaci dovesse diventare l’eroe di Italia ’90. Peccato che poi si sia distratto durante la semifinale con l’Argentina. Una disdetta: abbiamo preso solo un gol in quell’edizione dei mondiali, e quel gol ci ha condannati.” – Salvatore Schillaci

Simone Pompili

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