Storie di Juve

Ridatemi la Coppa delle Coppe e il volto sorridente di Zbigniew Kazimierz Boniek

La Coppa che contribuì nell’arco di due stagioni a far entrare la Juventus nel mito.

Probabilmente si deve agli inglesi la creazione di questo torneo, vista la grande importanza che ricopre la loro coppa nazionale ancora oggi da quel lontano 1872, in cui venne ufficialmente istituita la prima edizione di Fa Cup.

Una competizione che ha saputo mantenere intatto nel tempo il proprio fascino, con tutte le squadre del “Regno” pronte a darsi battaglia (anche quelle dilettantistiche) fino alla consueta ultima gara di Wembley in cui il vincitore ha l’onore di essere premiato da un membro della famiglia reale.

Ecco, quasi certamente, dopo la nascita della Coppa dei Campioni (dominata in quei primi anni dal Real Madrid) e della Coppa delle Fiere nel 1955, furono proprio i britannici a spingere per avere un torneo a cui avrebbero potuto partecipare le vincitrici delle rispettive coppe nazionali e dare così seguito alla loro fascinosa Fa Cup.

Impossibile da immaginare

Era la stagione 83/84 e la Juventus di Trapattoni arrivava dalla cocente sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo. Nulla faceva presagire che quella in terra ellenica, sarebbe stata una delle sconfitte più dolci della storia del club torinese…

La Vecchia Signora, capitanata da Scirea, aveva l’obbligo di riscattare quanto accaduto l’anno prima e, forse, la vittoria di tutte le competizioni possibili, in quel momento, non avrebbe ancora placato tutta l’amarezza e la delusione di Atene.

Una formazione, anzi una corazzata, quella che si presentava ai nastri di partenza; rispetto all’anno precedente Vignola era il sostituto sulla fascia destra di Bettega, e Tacconi era deputato a raccogliere la pesante eredità tra i pali lasciatagli da Zoff.

In attacco Platini e Boniek sembravano ormai entrati alla perfezione nei maccanismi del Trap, mentre Rossi avrebbe rappresentato la solita certezza sotto rete.

Il solito Avvocato

Boniek, proprio lui sì, il famoso “bello di notte”:

“Ci trovavamo a New York per un evento qualche settimana dopo una mia prestazione straordinario in Coppa dei Campioni che si era disputata di sera. Durante il ricevimento di gala l’avvocato Gianni Agnelli ci presentò a Kissinger: presentando Platini disse questo è ”bello di giorno” e poi presentando me disse ”questo invece è bello di notte”. Sentendo questa presentazione alcuni giornalisti ripresero tale definizione contribuendo ad alimentare questo “appellativo” che personalmente ho sempre considerato una cosa simpatica e carina.”

Classe 1956, Zibì crebbe calcisticamente nel settore giovanile del Zawisza Bydgoszcz che gli permise di esordire nel calcio professionistico della sua amata Polonia a soli 17 anni.

L’arrivo a Torino avvenne nel 1982 con un intrigo che coinvolse la Roma di Dino Viola, il quale aveva già un accordo con il polacco che non andò a buon fine per motivi economici, e che permise a Boniperti di soffiarlo ai giallorossi facendo firmare a Boniek un importante contratto il 30 aprile del 1982 in quel di Varsavia.

Ironia del destino, la Juve della stagione 83/84 fece il suo esordio in Coppa delle Coppe contro i polacchi del Lechia Danzica; regolati prima da un rotondo 7-0 in casa, e da un 3-2 poi in terra polacca con il primo goal nella competizione di Zibì. Ma fu in semifinale e in finale che Boniek trascinò letteralmente la Juve; ad attendere il “bello di notte” nella doppia sfida delle semifinali c’erano i Red Devils di Ron Atkinson.

11 aprile del 1984

In Italia il giorno dopo si sarebbe costituito il movimento autonomista della Lega Lombarda, in Umbria stava per verificarsi un terremoto che avrebbe causato danni per 40 milioni di lire, e in America era morto da 11 giorni  Gaëtan Dugas, considerato il “paziente zero” dell’epidemia dell’AIDS.

All’Old Trafford il Trap decise di schierare un “muro protettivo” davanti all’area di rigore di Stefano Tacconi, lasciando il solo Boniek in avanti per tenere in apprensione i difensori inglesi. La mossa si rivelò azzeccata perché già al 15’ il polacco lanciò in campo aperto uno scatenato Rossi che, con qualità e un pizzico di fortuna, mise a segno il goal dell’1-0.

I diavoli rossi pareggiarono con Davies al 35’ e il risultato di 1-1 fu anche quello definitivo al triplice fischio finale della prima delle due gare.

Decisivo lo fu anche al ritorno Zibì; gli bastò solo un quarto d’ora dall’inizio del match al vecchio Comunale per andare in rete e indirizzare subito la partita verso la qualificazione. Cosa che però avvenne con qualche difficoltà visto il pareggio del Manchester al 70’ con l’irlandese Whiteside, e che costrinse i bianconeri a gettare il cuore oltre l’ostacolo proprio allo scadere del tempo regolamentare, dove con un guizzo del solito Paolo Rossi la Juve si portò sul definitivo 2-1, scongiurando così i supplementari e staccando il pass definitivo per la finale di Basilea in cui avrebbe incontrato i portoghesi del Porto.

16 maggio del 1984

La vecchia Signora, come già detto, è alla sua seconda finale europea consecutiva.

Accadde tutto nel primo tempo; prima Vignola, che al 13’ minuto portò in vantaggio i piemontesi prendendo d’infilata la retroguardia portoghese con un tiro a incrociare di sinistro dal vertice dell’area di rigore; poi al 29’ António Sousa, che con una stoccata da 30 metri sorprese Tacconi riportando la gara in perfetta parità.

Dieci minuti più tardi però, lo stesso Vignola lanciò a rete Boniek con un preciso pallonetto all’interno dell’area di rigore, che il numero 11 polacco, vestito di giallo quella sera, raccolse e riuscì a spingere in rete anticipando il portiere lusitano Zé Beto, per il 2-1 che rimarrà anche il risultato finale di quella partita consegnando la Coppa delle Coppe nelle mani del capitano Scirea.

Il maggio di quel 1984 entrava nella sua seconda metà tra incredibili piogge, temporali e dannose grandinate; la Roma di Nils Liedholm stava per perdere la finale di Coppa dei Campioni in casa contro il Liverpool; l’11 giugno sarebbe morto Enrico Berlinguer a causa di un’emorragia cerebrale, e Ferlaino, il 5 luglio avrebbe presentato Diego Armando Maradona al popolo Napoletano.

“All’epoca per tre anni siamo stati una delle squadre più quotate, se non la più quotata, al mondo. C’erano pochi club che avevano così tanti campioni in rosa. Però, pur avendo vinto tantissimo in Italia ed in Europa, ancora provo rammarico per quella partita persa ad Atene. Avessimo vinto quella sera contro l’Amburgo, l’anno successivo avremmo potuto giocare la coppa Intercontinentale e magari rivincere la Coppa Campioni invece della Coppa Coppe. Insomma, pur essendo ricordati come la squadra che ha vinto tutto, se avessimo battuto l’Amburgo avremmo vinto tre volte di più.”

No, caro Zibì, senza quella finale di Coppa Campioni persa con l’Amburgo, la Juventus, forse, non avrebbe mai conquistato la Coppa delle Coppe.

Quella sera, a Basilea, neanche voi giocatori vi rendeste conto che quanto appena fatto avrebbe portato la Juve, nel giro di soli due anni (grazie già alla presenza in bacheca della Coppa Uefa del 1977), a diventare il primo club europeo a conquistare tutte e tre le principali competizioni UEFA, ed essere insignito e riconosciuto come tale dalla stessa Union of European Football Associations con tanto di targa celebrativa.

Grazie!

Simone Pompili

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