Storie di Juve

Un sorriso… E ho visto la sua fine sul tuo viso

Che fai, non te la ridi prima del calcio di rigore decisivo in finale di Coppa dei Campioni?
“Del tiro dal dischetto di Roma, se ci penso, sento ancora le stesse sensazioni di allora!”
Classe 1969 Vladimir Jugović è stato sicuramente uno dei calciatori simbolo della Juventus che dominò in Italia, in Europa e nel Mondo a cavallo degli anni novanta.
Come buona parte dei giocatori provenienti dalla ex Jugoslavia, tenacia e grande sicurezza dei propri mezzi furono le caratteristiche principali che gli permisero di giocare nei centrocampi più forti d’Europa.
Cresciuto calcisticamente nella Stella Rossa di Belgrado, a sedici anni fece il suo esordio in prima squadra, e a diciannove era già parte di una delle mediane più belle di quel periodo – probabilmente tra le 10 migliori di tutti i tempi.
Infatti i biancorossi di Belgrado, nella stagione 90/91 schierati con un semplicissimo 4-4-2, si presentarono con questo tipo di centrocampo: Robert Prosinečki sulla destra, Dejan Savićević sul lato sinistro del rettangolo di gioco, in mezzo i signori Siniša Mihajlović e appunto Vladimir Jugović.
Facile quindi pronosticare un’annata importante, che però, si spinse oltre le più rosee aspettative per il club slavo che conquistò nell’anno solare il Campionato, la Coppa dei Campioni e la Coppa Intercontinentale, dove Vladimir venne nominato miglior giocatore della manifestazione, in seguito a una straordinaria prestazione impreziosita da una doppietta contro i cileni del Colo Colo.
“Quando ti permetti di segnare due goal in una finale così importante, capisci subito che potrai farcela a rimanere a galla nel difficile mondo del calcio.”
Il suo sbarco a Torino avvenne nella stagione 95/96 dopo 3 importanti stagioni alla Sampdoria in cui vinse anche una Coppa Italia.
Come scritto poc’anzi, il destino di Jugović sarebbe dovuto assomigliare a quello di Nick Mason che suonò con i Pink Floyd, oppure simile a quello di John Deacon che acompagnò con il suo basso le magie di Brian May e Freddie Mercury.
Infatti, alla Juventus, Vladimir trovò un centrocampo composto da Antonio Conte, Paulo Sousa e Didier Deschamps; a far innamorare subito di lui la tifoseria, la Società e l’allenatore furono queste dichiarazioni: “Vorrei vincere il campionato e la Champions League e mi impegnerò al massimo per raggiungere questi traguardi. Il calcio dovrebbe essere solo un gioco, ma la sua legge impone di vincere.”
Non c’è nulla da fare, il sangue slavo è inconfondibile; è tutto ciò che rappresenta lo stato di agitazione che prelude alla battaglia; è la missione che tutti noi spesso abbiamo sentito chiamare dal più recondito angolo del nostro cuore; è la salvezza che cerchiamo nel raggiungere un obiettivo e dare un senso alla nostra pavida esistenza.
22 maggio 1996, stadio Olimpico di Roma, la Juve di Lippi è difronte ai campioni in carica dell’Ajax.
Negli undici titolari non c’è Vladimir, ma cosa succede quando sei un predestinato?
Al 44’ è costretto a uscire dal campo Antonio Conte per infortunio che viene sostituito proprio da Jugović.
Per l’ennesima volta è pronto a giocare una partita epocale al fianco di compagni del calibro di Sousa e Deschamps; come se quella notte gli dèi del calcio si fossero ricordati di quel centrocampo della Stella Rossa di Belgrado che al San Nicola di Bari si laureò Campione d’Europa; come se il “filo di Arianna” tra Jugović e la storia non si fosse mai interrotto.
Ed eccolo lì; Silooy ha appena sbagliato il secondo rigore per l’Ajax e Vladimir si appresta ad andare sul dischetto: se segna, la Juventus vince la Coppa dei Campioni.
Prima della partita, l’allenatore dei lancieri Louis Van Gaal si era così espresso: “La nostra idea di calcio è molto migliore, ma loro hanno giocatori come Vialli e Ravanelli. E quei due hanno una mentalità che noi non abbiamo. Non si fermano mai; si spingono sempre, sempre al limite di quel che è tollerato. E forse i nostri giocatori questo non sapranno affrontarlo. Non sono duri abbastanza, non sono abituati. Saremo la squadra migliore, giocheremo il calcio migliore, ma la probabilità di perdere è alta. Non abbiamo quel genere di killer.”
“Che strano”, si starà chiedendo Vladimir mentre sta andando verso l’area di rigore e si gira, con un’insolita faccia rilassata per quel tipo di circostanza, verso le due panchine a bordocampo…
“Ha pensato a tutto Van Gaal, tranne al fatto che invece sarò proprio io a fargli perdere questa finale di Coppa dei Campioni”.
L’inquadratura della telecamera di quel momento è magistrale sul volto di Jugović e, ancora una volta, non può sfuggire la sicurezza del suo sguardo ora rivolto al portiere.
Un piccolo sorrisetto, irriverente, pieno di sé, prima di iniziare la rincorsa per battere il rigore e portare la Juventus sul tetto d’Europa.
La corsa leggera dopo il goal, il pugno destro alzato come atto dovuto per chi avesse solo osato pensare che quella palla non sarebbe entrata.
Pessotto che gli salta addosso cingendogli le braccia intorno al collo, come a ringraziarlo per quanto appena fatto; il braccio ancora in alto verso la curva: “tranquilli, è tutto vero”!
Ecco chi era Vladimir Jugović: la perfetta armonizzazione di ciò che molti sperano di vivere, ma che solo in pochi riescono a fare.

Simone Pompili

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