INTERVISTE CALCIATORI

Alessio Tacchinardi: i successi, il cruccio per le coppe e quei gol davanti a Maradona e Federer

Quanto sono stati importanti per lei gli anni trascorsi a Bergamo e quanto la figura quasi mitologica di Mino Favini? Secondo lei come deve comportarsi un genitore che segue suo figlio calciatore in erba?

Sono stati determinanti entrambi gli aspetti per me, per la mia crescita sia professionale che come ragazzo. Il nome di Favini magari è poco noto al grande pubblico ma il suo lavoro è stato importantissimo, a me ha dato tanti consigli fondamentali che mi hanno aiutato a migliorare e ad emergere. L’Atalanta invece è una società fantastica nella quale formarsi, che ti insegna la cultura del lavoro e ti inculca la serietà e la correttezza come principi fondamentali da tenere sempre a mente. Lì impari a correre e a pedalare, ti spiegano che atteggiarsi a fenomeno non serve a nulla, anzi è dannoso se vuoi arrivare in alto.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, ti dico che i genitori devono impegnarsi a fare meno danni possibili, cosa che recentemente non gli riesce molto bene visto che di errori in questo senso ne fanno a valanga, intervenendo o consigliando nel modo più sbagliato possibile. È anche vero che allo stesso tempo posso capire gli atteggiamenti di alcuni genitori, che non hanno minimamente avuto un vissuto sportivo di una certa consistenza e non sanno dunque cosa voglia dire arrivare a determinati livelli o fare il calciatore, vedono insomma quella chance che ha il figlio come la classica occasione della vita da non sprecare. È perciò per questa mancanza di esperienza, di un background sportivo vero, che commettono errori andando involontariamente contro gli interessi dei propri figli. Di certo la presenza di alcuni procuratori, che ronzano intorno a ragazzi di 14 anni o anche meno, è una cosa che non li aiuta, gli fa dimenticare di tenere i piedi per terra e di rimanere umili. Proprio per questo ho sempre pensato che per poter arrivare ai massimi livelli sia fondamentale per un ragazzo avere la fortuna di avere alle spalle due genitori che sappiano stare al proprio posto con intelligenza e riservatezza, che intervengano solo nel momento giusto e che consiglino rispettando le altre componenti che girano attorno a loro figlio, capendo il ruolo che ognuno ha, non scavalcando il lavoro altrui, quello degli allenatori e dei dirigenti vari.
Lasciateli giocare, divertirsi e crescere senza pressioni aggiuntive, questo è il mio consiglio.


Quando arrivò giovanissimo a Torino, tra i coetanei con i quali legò di più c’era sicuramente Alessandro Del Piero. Ci ricordiamo che un’esultanza particolare legava proprio lei a Del Piero, quasi un balletto, che facevate assieme. Ci può raccontare qualche aneddoto o retroscena a riguardo?

Forse nacque inizialmente con Ravanelli l’idea di una esultanza particolare. Stando sempre in camere vicine succedeva che vedevamo spesso dei film insieme e capitò che ci piaque in modo particolare una pellicola americana con protagonista Tom Cruise, dalla quale prendemmo spunto con Del Piero per fare quel balletto simpatico.


Per un centrocampista di valore quale lei è stato, quali sono i Tacchinardi del futuro?

Devo dire che guardandomi intorno in questo periodo è probabilmente Tonali ad avere caratteristiche simili alle mie. Tanti ho letto e sentito che lo paragonano a Pirlo, ma lui non è un Pirlo a mio avviso. Ha molta più forza fisica, è molto più incontrista. La sventagliata ampia e il saper fare legna, il contrastare, sono doti che Tonali ha e che erano anche le mie, per questo penso a lui come profilo simile. Chi accosta Pirlo a Tonali rischia solo di andare a far del male al ragazzo. Pirlo era un genio, un trequartista messo regista, non era certo un randellatore.
Tonali è tosto e ha personalità. Potrà fare veramente bene.


Nella sua carriera quali sono state le “sliding doors” più importanti?

Più che parlare di sliding doors, di attimi che mi hanno cambiato la carriera in un senso o nell’altro, mi viene in mente ora il momento in cui in TV vedo la premiazione della Champions League
Ho fatto una carriera importante, ricca di successi, ma certo perdere tre finali è stata dura e penso a come sarebbe potuto essere ancora più eccezionale il mio palmares se ne avessimo vinta anche solo un’altra, considerando pure l’Intercontinentale e la Supercoppa che hai la possibilità poi di giocarti e vincere. Le coppe per il sottoscritto sono state insomma un rammarico importante.


Delle finali di Champions perse quindi quale è quella che le brucia di più? Credo che per la maggior parte dei tifosi juventini sia quella di Manchester contro il Milan. Sono curioso di sapere la sua.

Ti devo dire la verità. Quella contro il Milan brucia, perché brucia ancora, ma non è quella che mi ha fatto più male. Da fastidio tanto averla persa perché quel Milan non aveva meritato di andare in finale, mentre noi avevamo fatto ai quarti e in semifinale partite realmente epiche, gli avevamo dato 20 punti di distacco in campionato, ma purtroppo questo è il calcio, devi accettarlo, è andata così e non puoi farci niente. La nostra era una squadra che con quel Nedved in stato di grazia totale non la batteva nessuno, quell’ammonizione a fine gara contro il Real ci tolse davvero tanto. Peccato.
Ma, come ti dicevo, quella che mi ha fatto più male è stata un’altra, la sconfitta contro il Dortmund, una squadra davvero modesta rispetto a noi. Ancora non mi capacito di come sia potuta finire in quel modo, considerando il nostro livello che in quelle stagioni era altissimo, forse unico nella storia del calcio europeo per continuità e per dimostrazione di forza e solidità mentale.
Certo, pure quella persa con gol di Mijatovic in fuorigioco ce l’ho qui, perché non era ancora stellare quel Real e avremmo potuto farla nostra. Ma ci arrivammo con un Del Piero praticamente a mezzo servizio per un infortunio patito qualche giorno prima e il Del Piero di quella stagione era una roba pazzesca, da paura, un giocatore imprescindibile e decisivo come pochissimi altri in quel momento storico. Non siamo stati fortunati in alcuni episodi e situazioni e i dettagli in Champions fanno tutta la differenza. Se non ci arrivi al massimo e con gli effettivi più importanti in forma, difficilmente la porti a casa.


Il gol e la partita ai quali è più legato?

Sono legato a tantissime partite, ho vissuto delle stagioni meravigliose e vittoriose in bianconero per cui non è facile scegliere. Però se devo dirne una, la prima che mi viene in mente è la partita al Delle Alpi contro il Parma, quando vincemmo il primo scudetto del nuovo corso con Lippi, dopo 9 anni di digiuno per la Juventus. È stata veramente un’emozione forte per me.
Di gol non ne ho fatti tantissimi. Ricordo sicuramente quello col Parma, in una partita persa in casa e alla quale poi seguirono le dimissioni di Lippi, perché in tribuna c’era Maradona e da allora ogni volta che ci siamo rivisti lui mi ricorda scherzando quella rete.
Un’altra volta ho segnato a Basilea ed in tribuna c’era Federer… Diciamo che pur non facendo tanti gol, quando li ho fatti è successo di fronte a personaggi importanti che si ricordano ancora di me.


Nella sua esaltante esperienza al Villarreal di Manuel Pellegrini, ha giocato con uno dei migliori numeri 10 argentini: Juan Roman Riquelme. Secondo lei come si sarebbe trovato in un campionato più tattico come il nostro?

Guarda, anche Roberto Mancini quando ero lì mi aveva chiesto consigli su Riquelme, ma gli dissi quello che ora sto dicendo a te. Premetto che come talento puro è insieme a Zidane il giocatore più forte con il quale abbia giocato, ma per come era il calcio italiano era assolutamente non adatto.
Era un ragazzo fantastico, ma con la testa non predisposta per il sacrificio che ti si chiede in Italia, lui amava giocare da professionista allo stesso modo in cui giocava per strada nel barrio, il che era la sua forza ma anche il suo limite più grande.
Non poteva insomma adattarsi al calcio italiano senza però perdere la parte più importante della sua essenza calcistica, e quindi sconsiglai anche lo stesso Riquelme quando mi chiese un parere.
Mi ricordo, per raccontarti un episodio che lo descrive perfettamente, che quando giocammo i quarti di finale a Barcellona nel 2003, quelli passati ai supplementari e in inferiorità numerica grazie al gol decisivo di Zalayeta, che Riquelme scese in campo dalla panchina e Rijkaard gli chiese di giocare a sinistra largo sulla riga, presumibilmente per allargare la nostra linea difensiva. Invece lui scese in campo, prese due botte e si fermò là. Giocatore fantastico ma ragazzo particolare, avrebbe potuto fare molto di più nella sua carriera se avesse avuto una predisposizione migliore verso la tattica e le esigenze di squadra. Voleva giocare solo dove sentiva fosse giusto per lui e non sempre questo è possibile.

Un ringraziamento sincero e speciale ad Alessio Tacchinardi, per la disponibilità mostrata e il tempo dedicatoci. Di seguito il link con il video tributo che abbiamo creato per lui!

 

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