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#rawdiamonds: Thiago Almada

Chiunque negli ultimi anni si sia messo al pc davanti a una qualsiasi versione di Football Manager sa benissimo di chi stiamo parlando: Thiago Almada, l’oggetto del desiderio di ogni fanta allenatore e di molti allenatori veri.

Biografia

Nato il 26 aprile 2001 a Ciudadela, quartiere di Buenos Aires noto per aver dato i natali a Carlos Tevez e per essere fra i luoghi più pericolosi del paese, Thiago reitera il fastidioso stereotipo del ragazzino venuto dal nulla, che tramite il calcio si vuole riscattare, ma la realtà è proprio questa. Prima di finire sul taccuino di Juventus, Manchester City e Barcellona il minuto ragazzino si occupava di altro; come fare l’assistente di un verduraio ambulante o raccogliendo bottiglie a rendere per racimolare qualche peso.

I sacrifici quotidiani non lo hanno mai distolto però dalla grande passione per il fútbol, giocato spesso nei “potreros”, spiazzi spelacchiati dove decine di ragazzini si contendono un pallone fra pietre, cocci e minacce. Inutile dire che la provenienza ambientale ne ha forgiato il carattere, focoso e tosto quanto basta per farsi largo fra gente più anziana e più grossa di lui, sino a divenire un idolo per “los italianos”, nomignolo con cui sono chiamati i tifosi del Velez Sarsfield, club nel quale entra a solo 5 anni e di cui è letteralmente innamorato.

Caratteristiche tecniche

Se qualcuno dovesse disegnare il numero 10 ideale l’immagine sarebbe molto vicina a quella di Thiago Almada.

El guayo ha piedi baciati da una cifra tecnica eccellente, grande capacità di guida del pallone in corsa e quando spara verso la porta non lo fa mai a casaccio. Infatti, nella stagione di debutto fra i grandi, ha prodotto ben un goal o assist ogni 87.2 minuti, mettendo a referto tre reti e due assist in 436 minuti di gioco, a soli 17 anni in Primera División Argentina, ma quindi in un contesto fisicamente molto duro.

Il piede preferito è il destro, ma non si fa problemi ad usare il mancino. Il dribbling è buono, legato a repentini cambi di direzione, agevolate dal baricentro basso, ed a scelte tecniche particolarmente raffinate.

Dal punto di vista caratteriale Almada ha fame in ogni aspetto del gioco, si aspetta di venire coinvolto costantemente dai compagni e ama prendersi le responsabilità delle scelte di gioco più delicate. Aggredisce mentalmente la partita e ne cerca il controllo. Difficilmente lo troverete avulso dal contesto di gioco, qualunque sia il contesto.

Fisicamente parlando però Thiago paga dazio, ad oggi le statistiche parlando di 1.71 per una sessantina di kili. Ha grande rapidità, astuzia, coraggio, ma in ottica europea è innegabile che urge massa muscolare, per poter reggere alla lotta in mezzo al campo. Il suo dinamismo unito alla partecipazione alla manovra lo rendono il punto focale del gioco espresso dalla squadra guidata da Heinze.

Tatticamente sfrutta bene l’ottima visione periferica e ha già un senso innato della posizione per giocare fra le linee in maniera proficua. Dotato di grande mobilità spesso cerca la posizione di seconda punta, partendo da sinistra, dove può concludere verso la porta.

Evoluzione

Il mondo del calcio è piuttosto d’accordo sul fatto che Almada abbia tutte le carte in regola per poter diventare uno dei prossimi crack del calcio mondiale, a livello altissimo, niente sindrome da Guido Vadalà per lui. Il riferimento che molti scout rimarcano per la sua crescita è quello di Giovanni LoCelso, ex Rosario Central ora al Tottenham, che pur continuando ad esprimersi bene come enganche, ha imparato a giostrare bene qualche metro più indietro come mezz’ala.

In un mondo ideale ci troviamo di fronte a una specie di nuovo Messi, ma siamo d’accordo che come Lionel ne nasce uno ogni cinquanta anni, per cui personalmente sposterei il paragone con un altro trequartista argentino che doveva spaccare il mondo: El Burrito Ariel Ortega. Stesso fuoco, stessa fantasia e capacità di coinvolgere i compagni, unite a tecnica e carisma fuori dall’ordinario.

Se riuscisse a convogliare bene le energie mentali nel calcio, senza restare intrappolato nel barrio, come spesso succede ai ragazzi che non riescono mai ad uscire del tutto dai quartieri marginali dove sono nati e se l’impatto fisico del calcio del vecchio continente fosse mite siamo di fronte a una possibile aggiunta di grande valore.

Stefano Follador

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