Da un'altra angolazione

Lukaku si, Lukaku no, la terra dei Lukaki – di Enrico Tordini

La vita è sempre una questione di scelte, basta sapere cosa si vuole. Lo dico perché queste geremiadi per la Juventus poco italiana, la Juventus che non valorizza i talenti del vivaio, cessioni di Spinazzola e Kean, che acquista stranieri a mazzi invece che puntare sui Tonali, Barella o similari mi paiono abbastanza stucchevoli. C’è una squadra che adotta integralmente quella filosofia, si chiama Athletic Bilbao, tessera solo giocatori baschi e ogni venticinque-trenta anni riesce anche a vincere un trofeo, interrompendo il duopolio Real-Barca. Oppure un’Atalanta, per rimanere in Italia, tanti elogi ma trofei zero. Per il resto Paratici e Nedved lavorano per fare gli interessi della Juventus, che non sempre coincidono con quelli del calcio italiano.
Il calcio italiano è una nobile decaduta, un movimento che ha vissuto venti anni al di sopra dei propri mezzi, si è infilato nel classico cul-de-sac e dovrà uscirne fuori da solo, ammesso che ci riesca, azzerando i vertici della Federazione e mettendosi in mano a manager competenti e non ai soliti servi di partito. La Juventus, che ha fornito l’asse portante della nazionale fino a ieri, non è una palestra per far crescere i giovani, e poi casomai vederli partire per club stranieri. Che Di Biagio si strappi i capelli, passatemi la battutaccia, per le partenze di Kean e Cutrone mi lascia indifferente assai.
Ci sono ancora duecento milioni che ci separano dalla vetta, la differenza tra il nostro fatturato e quello dei top club. E quest’anno abbiamo uno che, per i suoi precedenti bancari e per attitudine, di fatturato se ne intende, giusto per non farci mancare nulla. E quel gap puoi colmarlo con maggiori introiti dagli sponsor e con il merchandising, non con le chiacchiere. Quindi non stupiamoci se Kean o lo Spinazzola di turno partiranno per far posto a qualche calciatore più spendibile sotto il profilo dell’immagine, se vogliamo ingaggiare i CR7 o i De Ligt la strada da seguire è quella.
La botte piena o la moglie ubriaca, recita un celebre adagio popolare: noi, come dicevo all’inizio di questa rubrica, dobbiamo solo scegliere.


Detto ciò veniamo all’altro tormentone, lo scambio tra Lukaku e Dybala. A peso ci guadagniamo, quello è poco ma sicuro. Scherzi a parte, sono favorevole all’operazione. Qualcuno mi ha già bollato come filosocietario, perché avevo ipotizzato che era meglio ingaggiare un Petagna, che costa la metà del belga. E’ vero, mea culpa: dovendo spendere dei soldi non credo che Lukaku valga il doppio di Petagna, ma se Dybala rientra nello scambio la vicenda assume un altro aspetto.
Su Dybala si è detto di tutto e di più: chi lo ritiene un campionissimo mal utilizzato e chi un mezzo giocatore, la verità non la sappiamo. Le uniche cose certe sono che in campo non si amalgama benissimo con CR7 e che se passa un altro anno tra campo e panchina il suo valore scenderà in maniera esponenziale. Lo scambio con Lukaku ci consentirebbe di effettuare una plusvalenza monstre, Paulo fu pagato 40 milioni quattro anni fa ed è completamente ammortizzato, di far arrivare un calciatore più funzionale al gioco della Juve che verrà, se non altro per liberare CR7 dalle doppie o triple marcature. Lo so, in campo è brutto e sgraziato, ha dei fondamentali approssimativi, ma se devi arare un campo ti serve un trattore e non una berlina di lusso. E comunque tra campionato, coppe e nazionale a 26 anni ha segnato 250 reti, senza rigori e punizioni, è uno che la porta la vede. Inoltre il suo arrivo potrebbe convincere il Pipita ad accettare le offerte della Roma, e casomai lasciare al nostro amato Conte quel pennellone di Dzeko, giocatore con un grande futuro dietro le spalle.
Tornando a noi, il calcio è bello anche perché il tifoso si affeziona al giocatore, ma il manager deve fare l’interesse della squadra. E in campo internazionale, diciamolo, né la Joya né il Pipita hanno mai fatto sfracelli, sia con le squadre di club che con la maglia dell’Argentina. E a questa Juve manca una consacrazione internazionale. Il fulcro, per investimento e caratura tecnica, è CR7 ed è intorno a lui che si deve costruire una squadra che abbia un senso logico, e lo si deve fare adesso, perché l’età del portoghese non ti consente un progetto a medio termine.
E quindi… se bisonte deve essere che bisonte sia.

Enrico Tordini

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2 pensieri riguardo “Lukaku si, Lukaku no, la terra dei Lukaki – di Enrico Tordini”

  1. Dybala è (sarebbe) un campione, al pari di Neymar per intenderci, ma non ha la testa del campione. Non ha quello che ha trasformato un ottimo giocatore come CR7 in una macchina da gol: autostima, professionalità, egocentrismo, spregiudicatezza. I campioni a ogni difficoltà i impegnano il doppio, ogni partita in sordina è la spinta per farne altre dieci al top. Dybala non è così, è più ‘u picciriddu che La Joya. Insomma, è più un ragazzino spesso spaurito per il campo che un diamante. O meglio, è un diamante grezzo, ma al quale due panchine consecutive non servono d’insegnamento, ma lo deprimono. Bonucci, per citarne uno a caso, ha fatto tribuna (non panchina) in una partita per noi molto importante, è tornato con la bava alla bocca. Dybala si lamenta per una sostituzione. Ho già espresso un parere in merito. Io tra Lukaku e Dybala terrei cento volte Dybala, lo proverei con Sarri, adoro il suo tocco di palla e la sua eleganza in campo, ma oggi vale 100 milioni, prima ne valeva 130, domani in caso di nuovo fallimento ne varrebbe 60. La Juve ha fatto, cedendolo (se cessione sarà), un ragionamento economico e tecnico. Il problema di Dybala non è il posto in campo, Messi lo puoi mettere a centrocampo che fa sfaceli. Certo Dybala non è Messi, non lo è ancora e a mio avviso non lo diventerà mai, ma avrebbe potuto diventarlo. Allegri non ha sbagliato nulla, tranne fargli fiducia come trequartista atipico. Ha visto in lui capacità da trequartista, ma ha sbagliato nel valutare la sua testa. Dybala con la strafottenza di Neymar sarebbe più forte di Neymar, ecco. Dybala con la timidezza che mette in campo oggi non vale Bernardeschi. Ecco, tra i due meglio l’italiano, che almeno le palle le mostra, pur essendo tecnicamente inferiore. Dybala è un qui pro quo come Rugani. Serve carattere per giocare in un top team, non basta la tecnica, la classe, la simpatia e un’esultanza con marchio registrato. Se non hai le palle non giochi dove ti chiedono prestazioni top per il 90% delle gare.
    Ecco, adoro Dybala, stravedo per lui, poteva essere il nuovo Del Piero. Ma di Del Piero gli manca la grinta e la sicurezza nei suoi mezzi. L’umiltà e la rabbia. Ma è un normale giocatore, né ala né centravanti, né trequartista né seconda punta. Se avesse ascoltato Allegri e si fosse impegnato a imparare i nuovi movimenti, oggi varrebbe 150 milioni, avrebbe 20 gol in più come minimo, 15 assist forse. A queste condizioni sarebbe incedibile. Invece è rimasto lì, né carne né pesce, ad aspettare chissà che. Mi dispiace, ripeto, vederlo partire (se partirà) ma nella Juve di oggi non c’è tempo per aspettare che un giocatore di 25 anni diventi grande. Se sei un fuoriclasse decidi le partite già a questa età, e parlo di quelle difficili, e parlo di farlo con continuità. In primavera avrei avallato la sua cessione per arrivare a Joao Felix, uno che già ha mostrato più carattere di Dybala. Se lo vorremo con la nostra maglia, però, ci costerà minimo 250 milioni, perché lui, all’Atletico, farà vedere le palle. Il momento migliore per vendere Dybala è questo, perché non sappiamo se l’anno prossimo avrà ancora mercato giocando svogliato come sa fare lui.

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    1. Bravissimo Luca, gran commento. Te lo metto in evidenza sulla pagina Facebook perché merita.
      Mi ha detto Alessio che da inizio stagione collaborerai con noi per un appuntamento mensile. Sono molto contento.

      Lorenzo Nicoletti

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