Da un'altra angolazione

La metamorfosi Sarriana – di Enrico Tordini

Il primo compito di un allenatore, fuori dal campo, sarebbe quello di valorizzare la rosa che ha a disposizione. In quel senso, in attesa di eventi e sviluppi, bisogna dire che Antonio Conte sta facendo un egregio lavoro: dopo aver scaricato Nainggolan e Icardi adesso ha inserito in black list anche Perisic. L’Inter adesso si trova a dover vendere tre calciatori a fronte di due acquisti. Il bello è che le esternazioni di Pancrazio hanno messo la società nerazzurra in condizioni di avere il coltello dalla parte della lama: gli ipotetici acquirenti dei tre non hanno fretta di concludere, più passa il tempo e più il prezzo cala, mentre Manchester e Roma non intendono cedere di un millimetro, consapevoli che la rosa di cui dispone Antonio è praticamente priva di punte, con la sola esclusione di Lautaro Martinez.

La diplomazia non è mai stata il punto di forza del nostro, e gli anni che passano non sembrano aver smussato gli angoli del suo carattere. Chi sperava in un suo ritorno ha qualche spunto di riflessione.

E veniamo a noi, alle cose nostre. Prima partita amichevole della stagione contro una squadra molto più avanti di noi nella preparazione, sconfitta per 3-2 su svarioni dei nostri difensori e centrocampisti. Vedo che sui social è già partita la caccia al colpevole, che Rabiot è già bollato come ragazzino viziato, De Sciglio e Cancelo da crocefiggere, insomma uno scenario da fine del mondo o quasi. Nulla di nuovo, sostanzialmente, gli allarmisti avevano bisogno di prendere una sana boccata di ossigeno dopo tanta inattività.

Personalmente credo che sia presto per trarre conclusioni, la squadra deve assimilare i nuovi diktat Sarriani, gli errori individuali e il risultato finale sono dettagli di poca importanza. Piuttosto vorrei menzionare le parole di Sarri: “La squadra deve innanzitutto divertirsi, poi verranno anche i risultati.”

Ho leggermente abbreviato il concetto per meri motivi di spazio, ma questo era il senso. Trovare il gioco, e da lì partire per vincere le gare, questo è il nuovo diktat.

Scordatevi il “vincere non è importante ma…” di Bonipertiana memoria, che qua si volta pagina. La Juventus, per tradizione e tranne che in rari casi, ha sempre privilegiato la solidità all’estetica, il realismo all’utopia, con i risultati che ben conosciamo: qualche miliardo di scudetti e due misere Champions, tante quanto il Benfica (l’unica squadre europea più sfigata di noi, ma almeno loro hanno l’alibi di un maleficio lanciato da un loro ex allenatore) o il Nottingham Forest, oltre a un nutrito numero di finali perse.

Sarri è l’uomo della svolta, quello che dovrebbe condurci ad un diverso approccio mentale con il match, altrimenti avremmo potuto tenere Allegri e vincere altri ventiquattro scudetti consecutivi. Giocare per la Champions ti porta talvolta a sacrificare le altre competizioni, non è un caso che il Milan in Italia (prima del suo crollo verticale) e il Real Madrid, pur trionfando in Europa abbiano spesso lasciato lo scudetto e la liga a noi e al Barca.

Il minimo che si possa fare, in questi casi, è avere pazienza e fiducia. Si dice che “squadra che vince non si cambia”, invece la dirigenza ha scelto di cambiare proprio in ottica di quello che auspichiamo essere il definitivo salto di qualità. E’ un cantiere aperto, questa Juventus, un cantiere dove ci sarà da resettare tutto e da ripartire.

Ci vuole “halma”, come avrebbe detto qualcuno…

Enrico Tordini

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