Da un'altra angolazione

Da un’altra angolazione – Di Enrico Tordini

Non ci sto. No, non ci sto, come disse l’allora presidente Oscar Luigi Scalfaro, mille anni fa. Ok, quando c’è la Juventus di mezzo si ritorna al clima da caccia alle streghe, ma operiamo gli opportuni distinguo, per favore. Mi riferisco al tema plusvalenze, per chiarire le cose: le plusvalenze che ci hanno visto, per l’ennesima volta, salire agli onori della cronaca, insieme ai simpaticissimi nerazzurri milanesi, additati come esempio di taroccatura di bilanci.
La plusvalenza, per chi non lo sapesse, è la differenza tra il prezzo della cessione e di acquisto di un bene, in questo caso un calciatore, al netto dell’ammortamento. Esempio pratico, grossolano e senza entrare in tecnicismi: ingaggio il giocatore X, pagando 50 milioni di euro il suo cartellino, con un contratto quinquennale. Il giocatore “peserà” a bilancio per 10 milioni di euro annui. Se lo cedo dopo tre anni, con 30 dei 50 milioni di cartellino già ammortizzati, avrò un valore residuale di 20 milioni di euro e realizzerò una plusvalenza pari alla differenza tra il residuale e la vendita effettiva. Ad esempio: lo vendo a 60 milioni, realizzo una plusvalenza di 40 milioni. Se lo cedo a meno di venti milioni avrò una minusvalenza, seguendo lo stesso criterio logico e matematico.
Chiaro che la Juventus non è una onlus e gioca sulle plusvalenze, come tutte le altre squadre, ma sarebbe opportuno gettare una rapida occhiata alle nostre plusvalenze e a quelle nerazzurre, prima di infilare tutti nello stesso calderone. La lista delle nostre plusvalenze comprende calciatori che hanno un mercato e una quotazione, come Caldara, Spinazzola, Orsolini, Mandragora e Sturaro, giovani che hanno alle spalle diversi campionati di serie A e anche qualche apparizione in nazionale maggiore.
E’ anomalo che uno Spinazzola venga quotato 25 milioni di euro, o un Mandragora 22 milioni o un Orsolini 12 milioni? Se penso che dei buoni prospetti, ancora non affermati, come Barella o Chiesa, vengono quotati rispettivamente 50 e 60 milioni di euro, direi che siamo perfettamente in linea con i prezzi del mercato. Dove starebbe l’inghippo?
Diamo un’occhiata, invece alle plusvalenze nerazzurre: Andrea Pinamonti, anni 20, ultima stagione al Frosinone, forse è il calciatore più noto, per il resto ci sono fenomeni come Marco Sala o Andrea Adorante e nientepopodimeno che Zinho Vanheusden che, nonostante il nome da attore porno ( una bella riedizione de “Alle dame del castello piace fare solo quello” insieme a Rocco Siffredi e Anissa Kate, sarebbe il top ) pare essere un laterale belga di buone qualità. Tanto buone che è stato valutato 12 milioni di euro.
Appunto, c’è plusvalenza e plusvalenza, non mischiamo l’ottone con l’oro, per favore.
Eppoi due paroline sul nostro presunto debito di 500 milioni, strombazzato da Dagospia, un sito web che vive di pissipissibaobao, scandali presunti e simili amenità, e che si chiedeva come potesse la Juventus iscriversi al campionato con un tale passivo. Il passivo, a dire il vero, è calcolato su un periodo di tre anni, anche se fa comodo dimenticarselo.
La risposta è semplice: i quattro main sponsor della Juventus, Adidas, Jeep, Cygame e Allianz, hanno praticamente raddoppiato gli emolumenti. I contratti di sponsorizzazione erano tutti in scadenza nel 2018-2019, e l’ingaggio di Cristiano Ronaldo ha avuto un effetto propellente sull’appetibilità del brand Juventus, nonostante i disperati tentativi per dimostrare il contrario. Adidas, per citarne uno, è passato da un emolumento annuo di 23 milioni a uno di 51, per Jeep siamo su cifre simili. Aggiungiamo che lo stadio vale 300 milioni di euro e dal 2017 è diventato a tutti gli effetti un assett societario.
La Juventus è un’azienda a tutto tondo, con un fatturato ( ed un conseguente utile ) che è solidificato per il 70% e variabile per il restante 30%, in base ai risultati. La Juventus può esporsi, ha una sostanza di base, non è una scatola vuota come altre società italiane, quelle che devono ancora pagare dieci anni arretrati di affitto al comune proprietario dell’impianto dove giocano, senza fare nomi che conosciamo già.
Il mercato e gli istituti di credito non fanno il tifo, si basano sui numeri… se ne facciano una ragione.

Enrico Tordini

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