"Il Fazioso"

E se tornassimo a fare i tifosi?

Dice un vecchio adagio che, in Italia, ci siano più scrittori di libri che lettori. Nell’estate del 2019 pare che esistano più giornalisti (senza tesserino né qualifica professionale) che tifosi.

Ormai fare il semplice tifoso pare brutto. Perché uno magari sa scrivere benino, ha un po’ di seguito (che tempi stiamo vivendo: si può essere qualcuno, all’improvviso, dopo una vita nell’anonimato più ostinato) e vede che Massimo Zampini furoreggia in tv e che Antonio Corsa è ritenuto più autorevole, per le vicende juventine, di molti professionisti, e allora, si dice: “sai che c’è, quasi quasi ci provo anche io”. E, il modo migliore per provarci, è quello di diventare esperti di calcio mercato, millantando fonti, soffiate, conoscenze.

Sia chiaro, questa tentazione ha preso anche me, qualche anno fa. Ero il conduttore del primo podcast che parlava di calcio (I Faziosi, andati in onda dal 2012 al 2017) con particolare attenzione alle vicende delle squadre di Torino, e ho pensato di poter diventare un novello Zampini.

Solo che io di Zampini non ho le capacità, l’ironia, le conoscenze, la caparbietà di difendere una certa idea di juventinità anche al cospetto di agguerriti nemici famosi. E, sempre restando al citato Corsa, di lui non ho conoscenze (io, per dire, pur essendo di Torino non conosco neanche una donna delle pulizie della Continassa), la capacità di fare ragionamenti articolati, e la competenza in genere. Oh, ci ho provato, neanche con grande convinzione, ma niente, “famoso” per il mio ruolo di tifoso della Juve non lo diventerò mai.

Questo non mi preclude però di parlare, e scrivere, di calcio. Se mi invitano a parlare in un podcast o un programma YouTube, ci vado volentieri (vanto anche una partecipazione dal neo-guru Avism, ma, a mia discolpa, c’è il fatto che, allora, non lo conoscessi…) e ho accettato volentieri di scrivere in modo esclusivo per questo blog, perché i ragazzi sono davvero appassionati e so bene quanto impegno ci voglia per portare avanti un progetto ambizioso partendo dal basso.

Però poi si torna sulla terra. Sono solo un tifoso, lo sono da 40 anni esatti e ho visto un po’ di Juve, da quelle magiche di Platini e Lippi, a quelle sfigate di Marchesi, Maifredi e Ferrara. Parto dal presupposto che giocare a fare il Momblano sia poco edificante e molto rischioso. E anche poco ambizioso, a dir la verità, perché il simpatico Luca Fausto è pur sempre un giornalista che bazzica su canali televisivi secondari, nonostante il colpaccio dello scorso anno, con la trattativa su Ronaldo svelata in anteprima su tutti.

Abbiamo visto, durante queste settimane, personaggi prima sconosciuti ergersi a insiders di mercato che tutto sapevano sulla trattativa Guardiola. Tra l’altro, anche io ho avuto le mie fonti, ma le ho diffuse ben poco, perché il fatto che mi avessero detto di Ronaldo ad aprile del 2018 (prima di Momblano!), non significa che non si sia trattata di una botta di culo.

E stiamo assistendo alla ribellione del tifoso juventino che pretende che la società prenda le decisioni che più gli aggradano. Sì, lo juventino medio che cinque anni fa insultò Allegri, arrivando a dimettersi, come il noto deejay Linus. Che è rimasto vedovo di Conte anche oggi che il salentino è diventato interista. Che si strappava i capelli per il mancato acquisto di Iturbe. Che si è incazzato per il mancato rinnovo di Gabbiadini, per alcuni più forte di Manzdukic. E che oggi, non potendo arrivare il numero 1 degli allenatori, preferirebbe chiunque a Sarri, anche un Carrera qualunque (e qui pioveranno gli insulti, ma io me ne frego, Carrera non è un mister da Juve, oggi).

Ma stiamo parlando anche dello juventino che antepone la (propria) morale a quella della società Juventus. Quello cioè che vedrebbe lesa l’immagine internazionale della Juventus con l’arrivo del, presunto, misogino e omofobo Sarri.

Ora, sia chiaro, a tutti è consentito avere un’opinione, e chiunque può sentirsi in diritto di fare critiche. Ma ritengo che il mio diritto di critica sia del tutto secondario rispetto al dovere, da parte della Juventus FC, di fottersene di cosa penso io e di andare avanti per la propria strada. Anche perché, se la Juventus FC avesse dato retta alla maggioranza dei tifosi juventini, oggi non avrebbe vinto che un quinto di quel che ha vinto. E, tanto per dirne un’altra, non avrebbe quel meraviglioso nuovo logo che si è già imposto nell’immaginario collettivo di tutto il mondo.

Quel che voglio dire è che alla Juventus sanno quel che fanno. A volte, sia chiaro, fanno delle cazzate anche loro, ma le fanno a livello sportivo, perché nessuno può prevedere cosa accadrà sul campo. Ma negli altri settori, quello finanziario, quello politico, e quello di marketing, la Juve sa, mentre noi non sappiamo un cazzo. E lo dico con cognizione di causa, visto che, per professione, mi occupo proprio di marketing (e lo insegno pure!). Ma ho la convinzione che loro ne sappiano più di me e che, quindi, questa tanto millantata caduta di immagine internazionale per l’ingaggio di Sarri non accadrà.

No, la realtà è che dell’immagine della Juve non frega niente quasi a nessuno. Chi oggi si lamenta lo fa da un lato perché ancora scottato dal mancato arrivo di Guardiola, dall’altro per quello stesso moralismo applicato al calcio che sta tanto facendo soffrire il tifoso del Napoli.

Il tifoso del Napoli ci casca ogni volta. Crede che Higuain, Sarri, Koulibaly, siano dei simboli della napoletanità. Che credano davvero alla lotta al potere, all’amore per la città, alla mano sul petto. E così, quando poi assiste al “tradimento”, si logora e ripiomba nella sindrome vittimistica che li attanaglia, purtroppo, da decenni. Ma è solo calcio e vederci altro è ingenuo.

Come vedere altro nei propri allenatori. “Io un allenatore misogino e omofobo non lo voglio!” gridano oggi alcuni juventini moralisti. Ai quali rispondo: posto che Sarri sia tale (le cose che si dicono in campo o quando si è molto sotto pressione contano molto relativamente, come sa chiunque abbia giocato o allenato), io di come la pensa sui grandi sistemi della vita me ne fotto. Abbiamo preso un allenatore, non un filosofo. E’ un allenatore, non un guru. Ci sono società guidate da personaggi imbarazzanti anche a livello internazionale, eppure, queste società fatturano, attirano campioni, sono seguite da milioni di persone in tutto il mondo.

Abbiamo preso un allenatore, cosa pensi lui dei gay non mi interessa. Purché, sia chiaro, se lo tenga per se e non ne faccia parola in pubblico, non da tesserato della Juve!

A me chi vuole dare al calcio valori diversi da quelli per il quale è stato inventato (un divertimento, una passione, uno svago), lascia molto perplesso. E’ calcio, non è politica. Se poi non si accetta, come qualcuno ha detto, che un tesserato della propria squadra abbia idee anche retrograde, anche sbagliate, allora si lotti per fare degli esami di ammissione ideologici, o si faccia il tifo per squadre che abbiano la certificazione politically correct

Ecco perché dovremmo limitarci a fare i tifosi. Perché fare il giornalista (lo so, se uno pensa a certi giornalisti viene difficile crederlo), il dirigente sportivo, il responsabile marketing, il presidente di una società quotata in borsa è molto più complesso e delicato che fare il tifoso.

Io ho scelto cosa fare “da grande” per quanto riguarda la mia fede: ho deciso di tifare. Che non significa non esprimere dubbi, perplessità e anche critiche, ma significa avere fiducia e valutare i risultati sul campo. Perché sono i risultati sul campo l’unica cosa che conta… anzi, vincere, è l’unica cosa che conta…

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