Nero Su BIanco

La condanna di rivivere quegli attimi, la necessità di continuare a ricordare

Sono figlia bianconera dei mondiali 1982, i nostri eroi avevano portato l’Italia sul tetto del mondo… Cabrini, Gentile, Rossi, Tardelli, Scirea e Zoff. Quell’estate a Torino sono arrivati Le Roi Michel e il bello di notte Boniek.

La Coppa dei Campioni… una cavalcata trionfale che aveva creato così tante emozioni e aspettative. Avevamo insegnato il calcio in tutta l’Europa ed eravamo in finale dopo 10 anni! Il 23 maggio alcuni nostri amici sono partiti in macchina per andare ad Atene. Noi no, pensavamo di non essere stati contagiati… Sino alle 5 del pomeriggio del 24. Tutto è successo in attimo, ci siamo guardati e nello stesso istante abbiamo detto “Nom possiamo non andare”.

Così è iniziata la “febbre” da finale che ci ha portato ad Atene sicuri di tornare vincitori, invece siamo tornati tristi e sconfitti. Quella stessa “febbre” ci ha portato il 16/5/1984 a Basel per la finale di Coppa delle Coppe e poi a Bruxelles quel 29/05/1985. Ogni mercoledì di Coppa eravamo al Comunale per sostenere i nostri eroi perché nulla, neanche la febbre a 39, poteva tenermi lontana dalla mia Amata.

Di nuovo una cavalcata trionfale, neanche una sconfitta, ed ecco che il 24 aprile la Juve si qualifica di nuovo per la finale della Coppa dei Campioni. Con gli amici iniziamo immediatamente a progettare la trasferta: trovare i biglietti e prenotare l’albergo per i fedelissimi 5. Con il passare dei giorni contagiammo con la febbre da finale altri amici e parenti, alla fine noi saremmo andati in tribuna con zio e cugini, alcuni amici nella tribuna laterale e per gli ultimi arrivati i biglietti della curva Z.

Da quel momento ogni sera l’unico argomento era la finale. Viaggiavamo sull’onda dell’entusiasmo, la frase più ricorrente era “li abbiamo stracciati in Supercoppa, li battiamo anche adesso”. Eh già, perché 4 mesi prima al Comunale nella finale secca, la nostra Juve aveva vinto la sua prima Supercoppa Europea proprio contro il Liverpool ed ovviamente noi c’eravamo.


Il 28 maggio era arrivato, noi eravamo pronti per la partenza quando due amici hanno dovuto rinunciare e ci hanno dato da vendere i loro 2 biglietti della curva Z.
E poi, finalmente, si parte destinazione Anversa-Bruxelles.
Entusiasmo, eccitazione alle stelle.
Avevamo prenotato l’albergo ad Anversa, quindi la mattina del 29 facemmo colazione leggendo i quotidiani belgi, tutte le testate parlavano di un gran spiegamento di forze della polizia e la chiusura dei bar per garantire la sicurezza della città.
Queste notizie ci facevano sentire sicuri, malgrado gli hooligans, ed eravamo pronti per vivere una giornata indimenticabile.


Fu davvero una giornata indimenticabile, ma non certo per la gioia… per me il 29 maggio si è fermato al 1985.
Dopo colazione andammo a Bruxelles convinti di tornare a casa con la Coppa.
Nel primo pomeriggio ci dirigemmo verso lo stadio, avevamo i 2 biglietti della curva Z da vendere… un padre con suo figlio ci fermano per sapere se sapevamo dove potevano trovare dei biglietti. Io gli ho detto “noi ne abbiamo due della curva Z, dei nostri amici non sono potuti venire”, l’uomo e il bambino sorridono felici di aver trovato i biglietti.

Proseguiamo e allo stadio ci separiamo, noi andiamo da un lato e i nostri amici dall’altro.
Ci sediamo: ansia, trepidazione, eccitazione, sino a che non vediamo gli hooligans spostarsi in massa per prendere possesso di tutta la curva “take the end”.
Quello che accadde è visibile nei documentari…
Quello che ho provato è stato paura, impotenza, rabbia… pensavo a quel padre e suo figlio, erano li perché gli avevo venduto io i biglietti!


Poi, sentite le voci dei capitani Neal e Scirea “state calmi, giochiamo per voi”, l’ansia e la paura si intensificarono.


La Juve aveva vinto, ma uscendo dallo stadio cercavamo di stare uno vicino all’altro, amico o sconosciuto che fosse, per non rimanere isolati.
Quelle immagini e quella sensazione di paura non volevano lasciarmi, iniziò il campionato e io non volevo andare più allo stadio.


Dopo alcuni mesi mi convinsero ad andare, era il 10 novembre 1985, si giocava Juve Roma, ero in tribuna autorità, Massimo Mauro segnò e tutti intorno a me esultavano.. io, invece, piangevo continuando a fissare il punto che corrispondeva a quel maledetto settore Z. Quella fu l’ultima partita che vidi al Comunale e per anni non riuscì a tornare allo stadio.


Quel padre e suo figlio non erano nell’elenco delle vittime, altrimenti sarei impazzita per il senso di colpa.

Carla Concudu

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