Da un'altra angolazione

ZEMAN, LIPPI E IL NODO DEL POST ALLEGRI – Di Enrico Tordini

Nel 1994, dopo otto anni di sconfitte e umiliazioni dal Napoli di Maradona e dal Milan “olandese” il Dottor Umberto Agnelli rilevò la Juventus, cacciò dalla finestra Boniperti e Trapattoni (che se la legarono al dito, soprattutto il primo) ed affidò la squadra a Giraudo e Moggi. Il primo problema che si trovò ad affrontare la nuova dirigenza fu cercare un nuovo allenatore. Allora non c’erano i Social, ma l’umore del popolo juventino era quasi unanimemente direzionato verso Zdenek Zeman. Qualcuno, tra i più giovani, sgranerà gli occhi dalla sorpresa, ma è proprio così: il boemo era dato per vicino alla Juventus da sempre, vuoi a causa di suo zio Vycpalek vuoi perché fu l’Avvocato, in virtù dell’affetto e dell’amicizia che lo legavano al grande Cestmir, ad aiutarlo a fuggire da una Praga invasa dai carri sovietici, nel lontano 1968.
Zeman poi avrebbe dimostrato la sua “gratitudine” in maniera abbastanza discutibile, per usare un eufemismo, fatto sta che nel 1994 era un giovane allenatore sulla cresta dell’onda e reduce dai trionfi del Foggia di Signori e Baiano, giocava un calcio spregiudicato ed era “praticamente” l’allenatore della Juventus. Moggi, che amava giocare con le parole, non aveva mai smentito la trattativa; la mattina che indisse la conferenza stampa per annunciare il nuovo tecnico i giornalisti sgranarono gli occhi dalla sorpresa e tra i tifosi ci fu un moto di sgomento. Ci fossero stati i social, come dicevamo all’inizio, sarebbero volate parole di fuoco: la Juventus rinunciava a ingaggiare il guru del calcio innovativo per ripiegare su un tecnico non più giovanissimo che schierava le sue squadre in maniera più tradizionale.
Il suo nome, lo saprete, era (ed è tutt’oggi) Marcello Lippi.
Questo pistolotto iniziale per dire che la scelta del nuovo allenatore scontenterà i più: da Guardiola a Klopp a Pochettino e Mou, passando per Gasperini, Conte, Inzaghi e Di Francesco, e menomale che sono spariti i fan di Massimo Carrera, sono tanti, troppi i nomi accostati alla nostra panchina. E per far notare che anche il nome non illustre potrà riservarci soddisfazioni.
Sicuramente il tecnico che verrà porterà nuove idee e nuovi schemi. Porterà, si spera, anche un preparatore atletico che ci consenta di arrivare in condizioni decenti a primavera. Porterà il suo bagaglio di know-how e professionalità. E di questo siamo tutti certi.
Siamo altrettanto certi, forse non tutti ma in tanti, che il nuovo tecnico non potrà fare miracoli. E forse non servirebbe nemmeno LUI, in questo caso: va bene far risuscitare Lazzaro, ok, ma far tornare nuovi i muscoli di Khedira, Chiellini, Matuidi e Mandzukic sarebbe troppo anche per l’altissimo. Questi calciatori non hanno più la possibilità di giocare 40 partite all’anno in una squadra che voglia vincere tutte le competizioni: potranno rimanere e dare il loro contributo di esperienza, ma nulla più. Sugli altri dati per partenti, da Dybala a Alex Sandro passando per Pjanic, Cancelo e Costa, aspettiamo di conoscere le indicazioni del successore di Max.
Quel che è certo è che le altre si stanno muovendo: il Barca è su De Ligt, De Jong e Griezmann, il Real ha quasi chiuso per Hazard e sta tastando le piste Jovic e Mendy… capisco Pavel Nedved che, da buon soldato, risponde obbedisco e porta avanti la causa della società, ma se pensiamo di vincere con quelli che Pavel ha chiamato “ritocchi” siamo completamente fuori strada: i Romero e i Barella sono buoni prospetti ma ci vuole altro.
E ci vuole subito, che Cristiano ha 34 anni e non possiamo fare piani a medio termine.
Siamo arrivati quasi in cima, manca l’ultimo gradino… il più difficile.

Enrico Tordini

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