#AFullBlackAndWhiteField

INTO THE DUEL: UNA QUESTIONE DI IDEE


SIMILITUDINI

Neoclassicismo e Barocco.
Jonathan Swift e Giambattista Marino.
Concretezza e razionalità misto ad accentuazione scenografica e raffinatezza.
Movimenti letterari che rispecchiano al meglio un duello che, negli ultimi anni, ci ha reso sempre più propensi ad infinite discussioni.
Individualismo o Tiki-Taka?
Importanza del risultato o bel gioco?

I VIAGGI DI ALLEGRI
 

Massimiliano Allegri rappresenta senza ombra di dubbio, la prima opzione della domanda che vi ho appena posto.

Da sempre credente nelle individualità dei singoli giocatori piuttosto che nel collettivo della squadra, il tecnico livornese recentemente ha dato alle stampe il suo primo libro dove, nelle prime pagine, ha chiarito il suo modo di vedere il calcio.

“E’ semplice, lo scopo è passare la palla ai compagni, privilegiando la scelta più semplice. Niente di più, niente di meno.”

Queste sue posizioni si sono più irrigidite la stagione scorsa, quando Allegri è stato messo alla prova dal meraviglioso gioco espresso dal Napoli di Maurizio Sarri.

“Non capisco perché -ha spiegato- si stia riducendo il calcio a troppa teoria.Per esempio, sono fermamente convinto che ci siano momenti di una stagione in cui si può accettare di giocar male pur di vincere. Accontentare la gente ricercando l’estetica è sbagliato».

Arrivato nel luglio del 2014 con molte polemiche, Allegri ebbe il difficile compito di portare serenità ad una tifoseria scossa dall’addio di Antonio Conte, tecnico che ha riportato la Juventus ad altissimi livelli.

Nonostante ciò, egli non stravolse l’operato del tecnico salentino: solito 3-5-2, solido, dinamico e pratico.

La solidità veniva data dalla ermetica difesa a 3 con Barzagli, Bonucci e Chiellini. La dinamicità della squadra era garantita da Pogba, Marchisio e Vidal che facevano da protezione ad un genio dei tempi di gioco come Andrea Pirlo.

Infine, il reparto offensivo, mix di fantasia e profondità: Tevez, che si abbassava a prender palla garantendo fluidità al gioco d’attacco e Morata,fortemente voluto da Conte ma reso grande da Allegri che, nonostante i problemi muscolari iniziali, ha saputo aspettare e valorizzare al meglio.

Sotto il piano del gioco, quella Juventus è stata senz’altro la più bella che abbiamo visto in questi anni di gestione di Allegri.

In Europa, sicuramente, il gioco espresso fu semplice ma pieno di grandi di idee di inventiva e personalità. Inserimenti delle mezz’ali in contemporanea al movimento delle punte, importanza e ricerca del “play” (Pirlo) anche se marcato, massima ampiezza degli esterni che distendono la squadra in larghezza.

Tutto questo, col passare del tempo, non è sparito ma si è palesemente offuscato.

Nell’anno di Cardiff, Allegri pescò dal cilindro l’intuizione di Mandzukic esterno nel 4-2-3-1. Tale scelta si verificò eccellente per la stabilità della squadra poiché il croato alternava le due fasi in maniera clamorosa, non dando punti di riferimento davanti insieme ad Higuain e Cuadrado.

Anche su questo però, i club hanno iniziato a prendere nota ed anche io, personalmente, mi sono posto delle domande a riguardo.

Ad aumentare i miei dubbi, sono state le parole di Allegri al termine della partita Juventus- Parma dove, nonostante i bianconeri avessero pareggiato 3-3, disputarono senza ombra di dubbio una delle partite più belle di una stagione opaca sotto il piano del gioco.

“Abbiamo accontentato chi voleva il bel gioco.”

Perché una simile affermazione?

La risposta, probabilmente, ce l’ha data in maniera sontuosa Lele Adani negli studi di Sky Calcio.

 “Si dice che i giocatori vincono le partite, ma non si parla di idee. La Juventus non ha un piano B, se non gioca la palla su Mandzukic. Io non vedo una grande proposta. La Juventus, in queste quattro partite tra ottavi e quarti di finale, ha fatto una sola azione calcisticamente degna di Liverpool, City, Barcellona, Tottenham e Napoli. Ovvero quella del goal di Ronaldo ad Amsterdam”.

Sembra impossibile non spezzare una lancia a favore dell’ex difensore dell’Inter, soprattutto dopo aver letto ed ascoltato la teoria del basket che, secondi Allegriè la stessa su cui si basa il calcio.

Tralasciando ciò che è successo la settimana scorsa (poiché se ne è parlato fin troppo), ho deciso di ricordarvi le basi delle diatribe tra Allegri ed Adani e spiegarvi, con la mia più sincera modestia, il mio punto di vista.

Inter- Juventus 2-3: partita carica di adrenalina, il tecnico toscano sa di aver fatto un colpaccio che può dire Scudetto.

La conferenza stampa è decisamente infuocata:” Lì giocano con le mani e con i piedi – dice Allegri -, lo schema non escela palla la danno al più bravo che fa l’uno contro uno e va a canestro. Figuriamoci se gli schemi escono nel calcio.”

La risposta di Adani però è secca e precisa, come a ricordare che anche questa visione del basket è un po’ distorta rispetto a quella che Allegri ha della pallacanestro: “Nel basket anche quando mancano tre secondi, un time-out può cambiare tutto: in quella pausa l’allenatore ricorda uno schema provato e riprovato in allenamento che, se ben eseguito, ti può far cambiare la partita».

Gioco, partita, incontro.

Massimiliano Allegri è sicuramente un vincente, un allenatore che basa la sua visione del calcio sulla forza dell’individualità e l’importanza del risultato.

Ciò che forse, dovrebbe essere ricordato a chi insegue tali teorie è che, come sostiene Adani, nulla è più forte delle idee di collettivo.

Sono le idee che cercano la fantasia del singolo, non il contrario.

L’ADONE DI PEP

Massimiliano Allegri: reincarnazione di Jonathan Swift per semplicità e concretezza.

 Pep Guardiola, il maggior esponente del marinismo.

Se il periodo barocco ha sconvolto completamente le linee classiche tramite nuove forme ed una straordinaria ricchezza di colori, Pep ha fatto lo stesso con il calcio, apportando innovazioni dal punto di vista del gioco, della preparazione atletica, della mentalità.

L’innovazione chiave del calcio di Guardiola è sicuramente il “falso nueve”, figura che molte squadre hanno provato ad emulare con scarsi risultati.

Inoltre, l’importanza che ha saputo dare alle mezz’ali è sicuramente uno dei pilastri su cui si basano i suoi successi.

Juanma Lillomaestro di Guardiola ed allenatore del Vissel Kobe, predicò il famoso “gioco di posizione” che consiste nel generare superiorità alle spalle delle linee di pressione attraverso il possesso del pallone e i movimenti dei giocatori.

E’ per questo che Pep ha curato costantemente ed in maniera maniacale l’uscita del pallone dalla difesa: non ci può essere superiorità se non si supera la prima pressione avversaria, che per l’appunto è quella sulla propria difesa.

Una volta che il pallone viene portato in avanti, egli vuole che l’attenzione si sposti sulla cosiddetta “zona di rifinitura” dove pretende che i propri giocatori siano in grado di ricevere e di saper inventare.

In poche parole, lo scopo è quello di mettere i suoi giocatori nelle migliori condizioni possibili per essere creativi di fronte l’area avversaria e, per farlo, ha bisogno esclusivamente di giocatori che siano qualitativamente superiori agli altri.

Sergio Busquets ed Andrès Iniesta al Barcellona, Thiago Alcantara e Philipp Lahm al Bayern Monaco, David Silva e Kevin De Bruyne al City.

Prendendo sotto banco la sua gestione nella terra della rivoluzione industriale, Pep, appena arrivato, è intervenuto subito nella zona di rifinitura di cui parlavamo precedentemente.

Se prima De Bruyne e David Silva erano due trequartisti ai quali piaceva partire larghi, ora sono diventati meravigliose mezz’ali capaci di lavorare negli spazi stretti ed in maniera asincrona: il belga incontro alla difesa per l’uscita del pallone, lo spagnolo alle spalle dei difensori per creare la superiorità numerica.

Ma la bellezza e l’ingegno del tecnico spagnolo non sta solo in questo.

Il “falso terzino” parallelamente al “falso nueve” è una figura che ha saputo aspettare e formare a sua forma e piacimento.

Philipp Lahm fu la massima espressione di ciò: in fase di uscita del pallone, quando il vertice basso arretrava tra i due centrali difensivi, compiva un movimento in diagonale affiancandosi ai centrocampisti.

Al City, tale figura sembrava non presentarsi dopo gli acquisti di Walker e Mendy, più fisici che tecnicamente dotati.

Ma la sopresa Pep la tirò fuori quando chiese a Fabian Delph se se la sentisse di giocare terzino sinistro.

Delph eseguiva alla perfezione gli stessi movimenti che in maniera idilliaca faceva Lahm, affiancandosi in fase di non possesso a Fernandinho, mentre Walker si allineava con Stones e Otamendi per formare il suo preferito 3-2-4-1.

In fase offensiva, la ricerca degli spazi era fondamentale.

Sterling e Sanè sono stati acquistati proprio per questo: sfruttare il grande lavoro di possesso palla, per trovare l’imbucata vincente.

Le geometrie di Fernandinho e la tecnica di Gundogan sono la miscela perfetta per due frecce come l’ex Liverpool ed il talento acquistato dallo Schalke 04.

Inoltre, se ci aggiungiamo il lavoro in protezione spalle alla porta di Aguero il gioco è fatto.

Rispetto al Barcellona e soprattutto al Bayern Monaco, Guardiola ha evoluto ancora di più il suo gioco: più diretto sulle punte che scaricano alle mezz’ali (trequartisti aggiunti) per cercare l’esterno che si è buttato dentro.

Basti pensare che Stones tocca tanti palloni quanto Gundogan, Silva, De Bruyne o Fernandinho.

L’importanza dei centrali difensivi nello sviluppo del gioco verticale in avanti è fondamentale per il tecnico spagnolo.

ITACA

Come quando si sta per tornare a casa, alla fine del viaggio, si pensa sempre a ciò che si è lasciato per strada.

Massimiliano Allegri è un allenatore vincente: pratico, razionale e concreto.

Fa della sua forza mentale l’arma migliore, che riesce ad utilizzare , per tutto l’arco della stagione, negli spogliatoi, anche nei momenti più difficili.

Pep Guardiola invece è tutt’altro: nonostante lo si critichi per tanti soldi spesi rispetto a trofei vinti negli ultimi anni, lui ha cambiato completamente modo di vedere il calcio.

Perché al giorno d’oggi, sono tanti i grandi allenatori che studiano e provano ad apprendere ciò che il tecnico spagnolo è riuscito ad apportare in un calcio che, prima di lui, era più orientato esclusivamente al risultato finale.

La vera differenza quindi, secondo quanto possa contare il mio parere, sono le idee apportate nel mondo del calcio, la teoria che diventa pratica, le parole che si dimostrano fatti.

Basta pensare che il primo giorno di ritiro in Trentino, nel suo primo anno al Bayern Monaco, tutti i giocatori si aspettavano ripetute in salita, corsa variata e svariati chilometri nelle montagne Sudtirolesi.

Pep si presentò con 4 buste piene di palloni.

In tutto questo c’è lui: se il pallone lo ha la sua squadra, gli altri corrono, i suoi giocatori no.

Concetti basilari che mi portano ad un’ultima riflessione.

La Juventus è l’esempio perfetto di una società stabile, forte, lungimirante, economicamente matura.

A mio avviso, tutte queste cose potrebbero essere sfruttate attraverso una sola cosa: il gioco, quello vero, fatto di idee nuove e stimolanti.

Beh, se adesso vi state chiedendo da che parte pende la bilancia, probabilmente la vostra risposta combacia esattamente con la mia.

Voglio essere chiaro, ovviamente: non disdegno l’operato di nessuna persona, ne tanto meno delle qualità di questa.

Penso soltanto a ciò che potrebbe essere una società con una mentalità vincente mischiata ad idee innovative e rivoluzionarie sotto il piano del gioco.

La risposta?

Ve la lascio immaginare.

Mattia Testarella



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