Nero Su BIanco

La stella cometa

Speriamo che in Paradiso ci sia una squadra di calcio cosicché tu possa continuare ad essere felice correndo dietro ad un pallone. Onore a te, fratello Andrea Fortunato!”.

Con queste parole rotte dal pianto, Gianluca Vialli salutava in una chiesa gremita di Salerno, il compagno di squadra Andrea Fortunato, che un male orribile e rapace aveva ghermito a neanche 24 anni, in un giorno di aprile del 1995.

I lunghi capelli castani di Andrea non avrebbero più sventolato come la coda di una stella cometa lungo il campo, correndo a perdifiato in quel ruolo da terzino che impone appunto corsa, sacrificio e coraggio. E Andrea, che nel suo nome di battesimo queste doti le aveva già scritte, di coraggio ne aveva avuto tanto. Ci vuole coraggio per lasciare a tredici anni una città di mare per andare in una città del nord, Como, dove non c’è l’acqua salata, ma quella dolce del lago, che pare somigliarci ma non è lo stesso.

Ci vuole coraggio per resistere, da adolescente pieno di talento e sogni, e per non essere risucchiati in quel grosso tritacarne che è il mondo del calcio giovanile che macina speranze e progetti, che affonda spesso le ambizioni cullate da bambino, consentendo soltanto a uno su mille di coronarle.

La maglia della Juventus prima, dove collezionò 27 presenze, e della Nazionale poi sembravano aver dato ragione alla caparbietà di quel ragazzo dal carattere non facile, che non le mandava a dire a nessuno, neppure a Boniperti, quando gli chiese di tagliare i capelli e si sentì rispondere da Andrea che lo avrebbe fatto solo quando Baggio si sarebbe tagliato il codino.

La determinazione e il fiato, quello necessario per resistere sulla fascia, per correre lungo la linea e magari segnare il gol della bandiera, come accadde all’Olimpico in quel Lazio-Juve 3-1 del dicembre ’93, il suo unico gol con la maglia bianconera. E fu proprio quel fiato a mancargli, a venire meno sempre di più, mentre quella strana febbre minava il corpo di questo ragazzone di quasi un 1,80 e nessuno riusciva a capire il perché, lui per primo, neppure l’allenatore e i compagni, figuriamoci la curva dello stadio Delle Alpi, giudice severo di chi non corrisponde ai propri desiderata, impietosa nel formulare giudizi e condanne, ma lesta in quel caso a ritornare sui propri passi quando la verità terribile fu dinanzi agli occhi di tutti e scrisse una pagina nera nel destino di un atleta che avrebbe potuto vivere anni meravigliosi: conoscere sul campo la delusione cocente della finale Mondiale USA ’94, assaporare la gioia della Coppa dei Campioni che i suoi compagni di squadra avrebbero conquistato in quella magica notte di maggio del ’96. Perché è questa l’alternanza che ci si aspetta nella vita di un giovane atleta, quella delle vittorie e delle sconfitte, delle attese e delle conferme che dà il campo di calcio, non il responso di un referto medico e di una malattia che prova a toglierti tutto, anche quella chioma lunga difesa contro le severe regole di casa Juve.

Ed è forse questo che fa più rabbia nella dolorosa vicenda di Andrea e rende insopportabile l’atroce destino di chi sembrava aver scritto nel proprio nome una fortuna che non era piovuta dal cielo, ma era stata costruita con coraggio, forza e caparbietà sulla carta più bella, gualcita, stropicciata e strappata da un male che non ha lasciato scampo e che scuote gli animi perché attacca quel sinolo di invincibilità formato da sport e gioventù tanto inattaccabile quanto fragile come un fiore purpureo reciso nel campo dall’aratro.

Era questo dunque il destino di Andrea? Questa la beffa per chi lo ha visto affermarsi tra le più grandi promesse del calcio degli anni 90 assieme a Panucci, lui, novello Cabrini, colonna della difesa della Nazionale nei progetti di Sacchi e della Juve di Lippi, che di lì a poco sarebbe tornata a vincere lo scudetto dopo un digiuno durato quasi dieci anni? Impossibile crederlo.

Che la morte di Andrea non è stata vana lo dicono ancora oggi, a ventiquattro anni di distanza, le iniziative che nel suo nome vengono condotte, una tra tutte la proposta di legge per il passaporto ematico, ferma ancora da anni in commissione, ma adottata singolarmente da alcune squadre, che mira a costruire un passaporto che renderebbe obbligatori i controlli dei valori ematici e cardiaci per tutti gli atleti che, a partire dai sei anni di età, si accingono a praticare attività sportive, agonistiche e non. Tali controlli sarebbero indispensabili per il rilascio del certificato di idoneità all’attività sportiva e potrebbero salvare vite attraverso la prevenzione.

In prima linea in questa iniziativa la Fondazione Fioravante Polito di Santa Maria di Castellabate, che ha potuto avvalersi di un testimonial d’eccezione come Francesco Acerbi, che la sua battaglia l’ha combattuta e vinta anche nel nome di Andrea e di tutti quei giovani atleti che non ce l’hanno fatta.  Ci piace pensare che in quella vittoria c’è anche la mano di Andrea, come in tutte quelle vittorie ottenute da chi ha combattuto e vinto contro il male, proprio come il capitano della sua Juve, Gianluca Vialli, che di recente ha esperito il calvario di una malattia contro la quale sta ancora lottando.

Fortunato, Vialli, Acerbi: un destino comune di lotta, di determinazione e di coraggio, un fil rouge che unisce storie diverse accomunate però dall’esperienza del dolore e della malattia.

Ecco perché la morte di Andrea non è stata vana, se così fosse stato non ci sarebbe ancora oggi a ventiquattro anni di distanza il ricordo commosso di chi lo ha visto giocare, ma anche di chi sente pronunciare per la prima volta il suo nome.

La sua fugace epifania nel mondo del calcio non ha assunto la forma e la consistenza di una meteora, ma quella di una stella cometa, rara, rarissima, luminosa e viva nella mente di chi ama il calcio, come i suoi lunghi capelli che da qualche parte stanno ancora svolazzando nel vento mentre lui corre dietro a un pallone lungo la fascia sinistra.

Onore a te, fratello Andrea Fortunato!

Scassandra

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