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ESCLUSIVA RBW – MORENO TORRICELLI RACCONTA ANDREA FORTUNATO

Lorenzo Nicoletti incontra per Radio Black&White1897 Moreno Torricelli e raccoglie i suoi pensieri: l’ex terzino bianconero ci apre il cassetto dei ricordi e una buona parte del suo cuore per raccontare il legame speciale che lo legava ad Andrea Fortunato.
È un ricordo denso, sentito, vero, intenso, che mette a nudo tutta la sensibilità del Torricelli uomo.
Noi ci siamo emozionati ascoltando la voce di Moreno, che a tratti si è commossa nel racconto di quello che per lui è stato un amico vero, oltre che un avversario prima e un compagno di squadra poi.

In calce alle parole di Torricelli, a chiudere il suo ricordo, troverete la poesia che lo stesso Nicoletti scrisse nell’autunno del 1995 e che ha molto colpito l’ex campione d’Europa bianconero quando gliela abbiamo mandata.


Il mio primo ricordo di Andrea Fortunato risale più o meno al 1984, quando io giocavo nel settore giovanile del Calcio Como – in quegli anni davvero molto importante – e Andrea si trasferì da Salerno fin lì, essendo tra l’altro il primissimo ragazzo che veniva da fuori.
In quell’anno facemmo una stagione molto bella insieme, poi io presi la decisione di iniziare a lavorare e non potei più proseguire nel Como, ma intrapresi viceversa la carriera nei Dilettanti e gioco forza ci perdemmo di vista.
Fu stupendo poi quando nel 1992 ci ritrovammo da avversari in Serie A, io terzino destro con la Juve e lui terzino sinistro con il Genoa, quindi dirimpettai sulla stessa fascia di competenza. Fu bellissimo perchè nell’84 il sogno da coronare era quello di arrivare a giocare nella massima serie e riuscirci entrambi è stato un qualcosa di veramente incredibile.

L’anno successivo, nel 1993, lui si trasferì a Torino e diventammo compagni di squadra. Anzi, tornammo ad essere compagni di squadra, ma stavolta in uno dei Club più prestigiosi al mondo. Pazzesco e rarissimo.
Ricordo poi che dal punto di vista del rapporto umano andavamo veramente molto d’accordo: spesso si stava insieme a cena, anche perchè le nostre rispettive fidanzate andavano molto d’accordo tra loro e quindi ci frequentavamo molto a Torino.
Lui era un ragazzo d’oro, dolce, per certi aspetti anche parecchio introverso, non gli piaceva infatti molto far vedere la sua persona al di fuori del campo. Era davvero tanto serio sul lavoro perché aveva tantissime qualità e voleva ottenere il massimo per la sua carriera, però quando si presentava l’occasione fuori dal rettangolo di gioco era sempre pronto a scherzare.

Lui era non solo una bella speranza per il calcio italiano nel ruolo, ma anche una certezza. Fin da subito si impose come un giocatore brillante, un calciatore di grande corsa ma dotato anche di tecnica notevole. Aveva tantissime qualità, era entrato pure nel giro della Nazionale maggiore, per cui per la Juventus era sicuramente un profilo su cui puntare per diversi anni a venire visto che era giovanissimo e in quel ruolo la squadra sarebbe stata coperta a lungo.

In quella annata purtroppo come squadra non facemmo bene, avemmo diversi alti e bassi e di conseguenza a Torino quando non riesci a dare quella continuità di risultati che pretendono c’è sempre tanta polemica e piovono molte critiche, senza che nessuno venga risparmiato. Si sa, fa parte del gioco ma di certo non aiuta. Stavamo cercando di rifondare un gruppo vincente per contrastare il dominio del Milan, ricordo che si puntava molto su di lui e dunque giocando nel finale di stagione alcune partite sotto le aspettative venne puntato l’indice anche contro Andrea.
Nessuno o quasi era però a conoscenza allora che in quell’ultima fase dell’annata lui aveva iniziato già a non sentirsi bene e sicuramente le brutte prestazioni erano dovute a questo fatto qui… Ma certo non si pensava che la cosa potesse essere così grave. Purtroppo invece, lo fu.

Noi stessi lo scoprimmo in un secondo momento. Stavamo facendo delle amichevoli di fine stagione e ricordo che c’era già il nome del prossimo nuovo allenatore, che sarebbe stato Lippi e quelle partite difatti le disputammo già con il suo secondo, Narciso Pezzotti. Se non sbaglio facemmo una partita a Lucca e subito dopo io, lui e le rispettive compagne, decidemmo di andare a Montecarlo ad assistere al Gran Premio in quanto avevamo il sabato e la domenica liberi e già lì iniziò a non sentirsi bene. Aveva qualche linea di febbre da diversi giorni, spesso e volentieri gli mancavano le forze e il lunedì, di ritorno da quel Gran Premio, il dottore gli fece gli esami del sangue e da quel momento si scoprì tutto.
Ricordo che fu il dottore del Club a comunicarci la malattia di Andrea e ci fu uno sgomento generale allucinante. Fu uno shock, sapere che ad un compagno di squadra avevano diagnosticato una malattia cosi grave e terribile come la leucemia, ci fece mancare la terra sotto i piedi.

Per me all’epoca era una malattia dal nome spaventoso, ma sulla quale non sapevo più di tanto, perché fin quando non sei toccato in prima persona o con affetti vicino a te, tendi a girarle alla larga.
Chiaramente inizialmente non si sapeva la gravità della forma della malattia toccata ad Andrea.
La speranza c’era, eccome se c’era, perché conoscevo la tenacia di Andrea e quindi ero autorizzato assolutamente a sperare.
E di fatti tutto sommato le cose stavano andando bene, era riuscito a distanza di mesi a fare il trapianto del midollo ed era anche riuscito ad uscire dall’ospedale di Perugia dove era stato ricoverato. Trapelava ottimismo dall’ambiente medico.
Poi purtroppo è crollato tutto, per una maledetta polmonite.

L’ultima volta che lo vidi fu a Genova, quando facendo in gran segreto una fantastica sorpresa a tutta la squadra – lo sapeva solo Marcello Lippi – ci venne a trovare in ritiro il giorno prima di una partita contro la Sampdoria, era il 25 febbraio 1995, praticamente due mesi prima della sua scomparsa (la partita finì 0-1 con rete di Vialli, n.d.r.), lo accompagnò suo padre e lui stette tutto il ritiro con noi.
Fu una gioia immensa per tutti, perché quella visita nei nostri pensieri presupponeva una guarigione, tutto procedeva positivamente e c’era ottimismo… e invece quella fu l’ultima volta che ci parlai e potei guardarlo negli occhi.
In riferimento a quest’ultima volta con Andrea, ricordo che in ritiro mangiavamo verso le 19:30/20:00 e quando ci radunammo a tavola il Mister disse: “Ragazzi c’è una sorpresa per voi”. Si aprì la porta ed entrò lui, per cui ci fu un’euforia totale. Fu un bel momento. Un gran bel momento per l’anima di ognuno di noi.
Andrea era un ragazzo che si faceva voler bene da tutti dentro lo spogliatoio, perché era serio nel lavoro e scherzoso nel momento del relax, legava bene con i compagni e veramente tutti provavano affetto per lui, sarebbe stato impossibile il contrario.

Penso che quello che accadde ad Andrea ci legò ancora di più come gruppo, partimmo infatti non benissimo quella stagione ma poi trovammo la giusta quadra e sono certo che anche quella situazione ci unì fortemente perché sono episodi che ti spingono a dare qualcosa in più e ti lasciano un segno indelebile come persona, come modo di pensare, come modo di agire, come maturità. Una cosa così drammatica ti obbliga a crescere, a guardare la vita anche da un’altra prospettiva. E ne prende coscienza sia l’uomo che il calciatore.
La cosa stupefacente è che non solo tra Andrea e i suoi colleghi vi era un sentimento vero, ma che anche i tifosi rispettavano la sua persona e la sua storia tristemente sfortunata.
Fiorentina – Juve fu la partita che si gioco appena dopo la sua morte e tutti sappiamo bene la rivalità accesa tra le due tifoserie. Eppure quella volta il dolore e lo sconforto furono superiori a tutto il resto e la Fiesole espose lo striscione:
“Una maglia ci divide, il dolore ci unisce. Ciao Andrea”.
Credo che quello sia rimasto un caso isolato più unico che raro e che abbia dato la giusta dimensione della gravità e della tragicità dell’accaduto.

Il mio pensiero va ancora oggi ai familiari di Andrea, alla sua fidanzata dell’epoca con la quale sognava un futuro insieme e al dolore di quella perdita importante e inaspettata. La tragedia è proprio questa qua.
E poi c’è il grandissimo dispiacere a livello personale di non averlo visto diventare l’uomo che sarebbe potuto essere e in ambito professionale di non aver potuto vedere tutte le sue potenzialità dove lo avrebbero condotto. Conoscendolo, avrebbe fatto una carriera splendida.

Vedere quei sogni, quelle speranze, quei progetti di vita e carriera infranti, è stato tanto pesante da accettare.
Perdite così precoci toccano l’anima e il cuore di tutti.

Moreno Torricelli


INSIEME NEL CIELO

È già passato molto tempo, il dolore sopito, ma il ricordo è vivo e fervido dentro me. Il tempo è un nemico maledetto che tenta di sbiadire e offuscare i sentimenti umani, così resistono solo quelli radicati nel profondo dell’ animo. Il filo sottile che lega tutto noi alla vita, come marionette tra le mani del loro burattinaio che in qualunque momento può decidere di reciderlo, si è spezzato per te, caro Andrea. Ma ti sei adagiato, lentamente, nell’intimità mia più vera, come una foglia autunnale che si stacca dal ramo dell’albero e volteggiando, sospinta da una lieve brezza, arriva in terra e si posa e incastra tra le radici della pianta. Non ho avuto la possibilità di conoscere di persona te, come non ho conosciuto Gaetano, “Camin”, nè tutti gli sventurati tifosi della tragica notte dell’Heysel. Ma come non immaginarvi lassù, nell’immenso cielo variopinto, tra stelle ed angeli, tutti insieme a partecipare a l’ennesima partita.
Te, Andrea, con i tuoi “belli capelli” che a tempo di corsa si alzano e ricadono dolcemente sulle spalle; Gaetano davanti alla difesa come una roccia di montagna su cui si abbattono pioggia, ghiaccio e neve ma che non si scalfisce mai; “Camin” a creare un altro emozionante articolo con la sua inseparabile macchina da scrivere su quella che era la sua grande passione, il calcio; e infine i tifosi, in piedi in curva, desiderosi soltanto di incitare calorosamente e sportivamente la propria squadra del cuore, senza odio o violenza, sicuri di poter sognare.
Infine grazie Andrea per aver donato un sorriso e un’intima speranza a tutti quelli che come te hanno sofferto per un demone vigliacco che ti uccide dentro e che hanno pensato che la partita più importante, quella con la vita, ce l’ avessi fatta a vincerla.

Lorenzo Nicoletti

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