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La coppa: il sogno, il grande incubo

L’amarezza rassegnata di chi già aveva previsto tutto, i processi all’allenatore e ai giocatori, il ritorno mesto di chi era andato a Torino con una inconfessabile speranza.

Poi i caroselli e le esultanze di quelli che attendono serate come questa per riscattare l’amarezza di un’intera stagione, le pontificazioni gongolate e soddisfatte, le lezioni su come si gioca, sul calcio vecchio e il nuovo che avanza che forse vince, ma forse anche no.

Il solito copione, dunque, vissuto stavolta con la quiete della non speranza, con lo sguardo lontano e distratto che si riserva alle cose che non ci appartengono, anche se non vogliamo ammetterlo.

Perché in fondo nessuno può capirci, perso com’è nello sfottò, nelle teorie del complotto pluto-giudaico-massonico, nessuno sa che vuol dire inseguire un sogno e viverlo con l’ansia rassegnata di chi si angoscia partita dopo partita, impaniato nel pensiero costante del tracollo, impossibilitato a trarre diletto dal vano piacere delle illusioni. Che forse è proprio questo che unisce il calcio alla vita o almeno a certe vite, quelle incompiute pur nella loro apparenza di perfezione, quelle che dietro una manifesta felicità nascondono dolori segreti, destinate ad avere come unico amore il sogno che le tormenta.

La coppa: il sogno, il grande incubo

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