INTERVISTE CALCIATORI

INTERVISTA A SERGIO GIUNTA

Oggi abbiamo avuto l’opportunità di intervistare Sergio Giunta, il mitico e storico massaggiatore della Juventus da metà anni ’90 fino alla stagione 2006/2007.
È stato alla Juve negli anni più belli della nostra gioventù juventina, quindi in quelli ruggenti di Lippi, in quelli sfortunati di Ancelotti, nei vincenti sul campo di Capello e in quello della risalita dalla B con Deschamps.
È stato molto piacevole fare due chiacchiere con lui, è persona davvero amabile e disponibile, ci ha aperto qualche cassetto dei ricordi e si è percepito benissimo il suo amore per questo sport, la passione per il suo lavoro e il legame speciale avuto con la Juventus.
Un mese fa circa avevamo intervistato Moreno Torricelli, uno degli eroi di Roma 1996, ci siamo ripetuti con uno degli artefici dietro le quinte di quel successo bellissimo.
A pochi giorni dalla sfida con l’Ajax, speriamo sia di buon auspicio .

Un ringraziamento speciale va a Franco Leonetti, senza la gentilezza del quale questa intervista non sarebbe stata possibile.

 


Cosa pensa dei tanti infortuni muscolari che abbiamo avuto negli ultimi anni, quale potrebbe essere per lei la causa principale?

È argomento delicato questo ed è difficile fare un’analisi generalizzata. Bisogna valutare bene le cose. A volte ci sono degli affaticamenti muscolari dovuti ai troppi e ravvicinati impegni che i calciatori hanno. È molto soggettiva la cosa. Per quanti parametri tu possa avere degli atleti capiterà che un certo giocatore in un determinato giorno sarà più o meno propenso alla fatica e quindi più o meno soggetto a problemi muscolari. Inoltre, anche un certo tipo di allenamento potrebbe essere adatto per un calciatore ma meno indicato per un altro e portare dunque a dei rischi in tal senso.


Negli anni ‘80 e poi ‘90 la preparazione atletica ha conquistato sempre più spazio nel lavoro delle squadre e dopo gli anni ‘90 è ormai quasi sempre personalizzata.
Quanto è cambiato il lavoro di un massaggiatore in questi anni e quanto sono evoluti gli strumenti tecnologi per misurare la crescita degli atleti?

Io ho iniziato negli anni ’80 col Torino e c’era un certo tipo di modalità di allenamento, non c’era il preparatore atletico che come figura è arrivato negli anni successivi. Il programma di lavoro per chi faceva il mio mestiere si concentrava quasi esclusivamente sul dopo partita, nel defaticante, che allora consisteva o nel massaggio o nell’idromassaggio. Invece con l’avvento dei preparatori atletici – e ancor oggi dopo diverso tempo che sono lontano da quell’ambiente penso sia la stessa cosa – il defaticante fatto all’indomani della partita si è trasformato in una corsettina leggera tanto per scaricare le tossine della gara, ma alcuni calciatori comunque gradiscono ugualmente ricevere un massaggio e fare l’idromassaggio.
Oggi ci sono sicuramente tanti macchinari tecnologici in più che aiutano, ma ci devono essere sempre la competenza e l’intuito alla base del nostro mestiere.


Spesso dopo i gol Alessandro Del Piero correva ad abbracciarla, sintomo di un grande feeling tra di voi.
Lo sente ancora? Come vedrebbe una sua posizione all’interno dell’assetto societario?

Ho avuto un bellissimo rapporto con Ale. Io sono arrivato nel ’94 e lui era agli albori della sua carriera ed era lì dall’anno prima. Nel tempo è diventato quel campione che tutti conosciamo. Attualmente non siamo in contatto, anche perché lui è andato prima in Australia come calciatore, poi ora sta spesso in America per le sue attività imprenditoriali e quindi si è allontanato “dalla mia visione”. Mi è capitato di risentirlo alcuni anni fa, poi ho perso il suo telefono e non ci siamo più sentiti.
Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, sicuramente come persona avrebbe le qualità per ricoprire un ruolo dirigenziale, perché è un ragazzo molto intelligente e sicuramente legato ai colori bianconeri.


Rimanendo su Del Piero, lei lo aveva intuito le prime volte che lo vide allenarsi e giocare che avrebbe potuto avere il tipo di carriera che ha avuto e diventare tra le leggende più luminose della storia juventina?

Calcisticamente si. Si vedeva che ogni anno diventava sempre più forte. Era poi un ragazzo ambizioso, finito l’allenamento si fermava spesso un’ulteriore mezz’oretta per calciare in porta e provare a migliorare sempre di più, era un grande giocatore già dagli inizi.


Ha trovato differenze particolari lavorando prima con Lippi e poi con Capello?

Premetto che sono entrambi due grandi allenatori.
Il rapporto che ho avuto con Lippi, durato ben 8 anni, è andato oltre l’aspetto lavorativo, si è creato un legame speciale, di confidenza. Si parlava non solo di calcio, ma anche della famiglia, dei figli, dei nipoti, era un rapporto molto intimo se vogliamo.
Con Capello era leggermente diverso ma devo dire che son stato bene anche con lui.


Quale è stato il giocatore che con più frequenza ricorreva alle sue attenzioni o era particolarmente soggetto a stress muscolari e di contraltare quale quello che al contrario meno aveva bisogno delle sue cure?

Chi non aveva quasi mai bisogno delle mie cure erano sicuramente Zidane e Nedved, che bisognava prenderli con la forza per metterli sul lettino.
Tra chi gli piaceva il massaggio invece posso citare Fonseca e Trezeguet. O anche, quando lavoravo per il Toro, Leo Junior e Pato Aguilera.
Alla fine ho fatto 14 anni di Torino e 13 di Juventus, una vita nel calcio. Della Juventus poi sono stato anche giocatore nelle giovanili, dal ’60 al ’70, giocando con Bettega e Causio, ero un’ala sinistra. Ho giocato pure una partita in prima squadra in amichevole al posto di Menichelli, mi pare nel 1968.
Diventare il primo massaggiatore della Juventus, dopo essere stato juventino anche da bambino come giocatore, per me è stato il massimo.
E l’essere stato prima un calciatore devo dire che mi ha aiutato molto anche nella mia attività di massaggiatore, mi ha aiutato a capire sia i giocatori che gli allenatori, non ho mai litigato né discusso nemmeno una volta con alcuno. Oltre ai mister bianconeri ho avuto la fortuna di poter stare accanto a quelli del Torino, da Radice a Mondonico, e non ho mai avuto uno screzio con nessuno di loro.


Ha un aneddoto sull’Avvocato da raccontarci?

Che fosse un gran personaggio è indiscutibile. Personalmente non è che avessi grandi rapporti con lui, occupando il ruolo che avevo non era così frequente poterci parlare. A volte si soffermava agli allenamenti, o quando la domenica si giocava in casa arrivava e parlava col mister. È capitato però a volte che mi facesse delle domande sul tipo di fasciature, perché ne aveva viste in passato sempre di molto voluminose, mentre io con poco cerotto e poche altre cose riuscivo a stabilizzare una caviglia, ad esempio.
Per me il contatto con questo grande uomo è stato particolare, perchè io prima di iniziare questa carriera ero operaio in FIAT, per cui ritrovarsi in qualche modo vicino a Giovanni Agnelli non era una cosa di tutti i giorni, era davvero un’emozione per il sottoscritto.


Come nacque la vicenda della campagna della vergogna e cosa risponderebbe a chi tutt’oggi ancora insulta la Juve con le farneticanti accuse di doping?

Guardi, io queste cose non voglio neanche sentirle, son stato alla Juventus per 13 anni, ho vinto scudetti, la Coppa Campioni e altre coppe assortite, ma non ho mai pensato minimamente ad avvenimenti del genere. Per me sono i giocatori che han vinto, l’ambiente che noi avevamo era fantastico: perché per vincere occorre che i vari comparti siano tra loro ben amalgamati, c’era una bella famiglia. Con Lippi, con Capello, con Ancelotti, con Deschamps, noi si è sempre vinto perché secondo il mio modesto parere eravamo davvero un gruppo unito, un corpo solo.


Tra non molto sarà l’anniversario della scomparsa di Andrea Fortunato, un suo ricordo legato a lui?

Purtroppo no perché in pratica io sono arrivato nel ’94, l’anno che Fortunato è stato fermo per la tremenda malattia e l’ho incontrato mi pare a Genova quando lui era venuto a trovare la squadra, ma non ho avuto particolari rapporti con lui.


Domanda ruguardante i settori giovanili. Ultimamente si sta sempre più assistendo a continui infortuni importanti a ragazzi pronti ad esplodere.
Secondo lei per quale motivo succede questo?
Troppi carichi di lavoro? Lavoro eccessivo per dei ragazzi in sviluppo?
Oppure semplice casualita?

Anche questa è una domanda a cui non è facile rispondere. Bisogna vedere innanzi tutto cosa fanno adesso nei vari settori giovanili. Io ho fatto il settore giovanile della Juventus, dove avevamo Mario Pedrale che è stato un grandissimo talent scout di giovani, ma parliamo di quasi 50 anni fa. I metodi di allenamento sono sicuramente cambiati, dirle altro sarebbe complicato perché ci sarebbero troppi fattori da valutare. Un tempo nei settori giovanili di sicuro gli allenamenti erano molto più semplici e fisicamente leggeri di oggi, che il calcio sta evolvendo sempre di più verso una fisicità esasperata e alcuni ragazzi potrebbero assorbire meglio i carichi rispetto ad altri. È soggettiva la cosa.


C’è qualche calciatore con cui ancora adesso ha un legame particolare?

Mi capita spesso di messaggiare con Zidane, Deschamps, Pessotto, per rimanere in chiave juventina. Passando alla sponda granata mi sento ancora con Giacomo Ferri, con Benedetti, Leo Junior, quest’ultimo proprio a dicembre mi ha mandato una foto del suo nipotino con la maglia del Flamenco.


Ultima domanda.
Lei è stato il massaggiatore dell’ultima Champions vinta dalla Juve. Dopodomani riparte l’avventura europea con i quarti proprio contro l’Ajax. Per lei potrebbe essere veramente l’anno giusto questo, con un Ronaldo in più e un campionato archiviato ben prima di Pasqua?

Già negli ultimi anni ci siamo andati vicini con due finali perse e due eliminazioni immeritate, quest’anno con l’apporto di questo eccezionale campione io direi che si potrebbe pensare di poter vincere la coppa. Ma sono sempre dell’idea che il pallone è rotondo e di conseguenza non si può avere certezza. Naturalmente mi auguro che vinca.
Io di finali ne ho fatte 4 e ne ho perse 3, anche abbastanza stupidamente.
Ho perso quella a Manchester ai rigori col Milan (che è quella che più di tutte mi è rimasta sullo stomaco), quella con il Borussia Dortmund a Monaco 3 a 1 in una stagione che fino alla finale avevamo vinto sempre in casa e fuori, e ho perso contro il Real Madrid ad Amsterdam 1 a 0, dove Pippo Inzaghi – un’altro giocatore che sento sempre volentieri tutt’ora – arrivò fisicamente in condizioni veramente poco ottimali, così come anche lo stesso Del Piero… E loro fino a quel momento erano stati una coppia gol pazzesca.
Per questo dico il pallone è rotondo.
Noi ci si allenava al mattino, prima della partita della sera, e sembrava che avessimo il cortello tra i denti, la voglia di fare l’impresa. E poi si arrivava alla partita ed eravamo un po’ stressati, scarichi. In più ci sono anche gli avversari. Sono tanti i fattori che incidono insomma.


È stato un piacere poterla ospitare.
La ringraziamo di cuore.

È stato un piacere per me.

 

Lorenzo Nicoletti


Sergio Giunta il primo in basso da sinistra nella foto di gruppo della stagione 1994/1995, quella del ritorno al titolo dopo 9 anni

 

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