Visti da Fuori

Guarda come cambia il calcio: da Boniperti e Baresi a Quagliarella e Icardi

Prendendo spunto dal buon Leonardo Sciascia potremmo dire: i calciatori si dividono in bandiere, bandierine, banderuole e “piglianculo”. Sono convinto che ormai le prime non esistono più, le seconde scarseggiano ma abbiamo un vasto repertorio delle ultime due.

Mentre sembra sbloccarsi la vicenda Icardi con tanto di legale che va a contrattare con i vertici dell’Inter, voglio ricordare il calcio che fu con le sue bandiere e con il talento che esprimevano ma anche dare una breve visione di quelle che ora “girano” per i nostri campionati, quelle che vengono acclamate come tali ma che in realtà, a mio avviso, non lo sono.

Chi è della mia generazione si ricorda la Coppa alzata al cielo da Del Piero (e pure del suo gol), dopo la partita contro il River Plate, oppure del festeggiamento di Totti e compagni per l’unico scudetto vinto dalla Roma negli ultimi 20 anni. O ancora, andando a ritroso: della Champions alzata da Kakà e da Maldini, oppure quella in una sera di Roma, da Gianluca Vialli. Bandiere appunto. Che tempi.
In realtà, bandiere non sempre senza sfumature e senza difetti che caratterizzano la persona ma comunque bandiere. Che non significa “mai un attrito con società e tifosi”, significa altro. Significa, onestà, rispetto verso chi ti acclama e chi ti dà uno stipendio. Significa amore per la maglia, significa fedeltà al credo che sposi. Boniperti, Facchetti, Maldini, Totti, Baresi e Bergomi non hanno mai cambiato maglia.
Era un altro calcio, era il calcio che offriva quella magia di cui si nutrono i tifosi. Da cui nascono leggende, da cui nascono storie che rimangono scolpite nella mente di chi vive il calcio.
Ora questo sport è appunto cambiato e ci sono rimaste in mano banderuole.
Guardiamo uno che di gol ne ha fatti tanti ed è ancora in serie A: Quagliarella è un talento, uno dei pochi sopravvissuti nel calcio italiano contemporaneo ormai improntato poco sulla tecnica e molto sulla fisicità. Alla Sampdoria è considerato uno degli uomini simbolo della squadra. Quasi 14 anni fa era proprio nel club blucerchiato. Fece 13 gol (aveva poco più di vent’anni) ed era considerato l’astro nascente del calcio. Acclamato dai tifosi che fece a giugno? Salutò e andò in un club che gli raddoppiò l’ingaggio con l’ambizione di andare in Coppa Uefa, l’Udinese. In due stagioni 25 reti, nella sua media. Niente di che. Poi cambiò ancora con un trittico di squadre rivali: Napoli, Torino e poi Juve. Fosse stato un Boniperti, oppure un Bettega, oppure un Facchetti, sarebbe rimasto a vent’anni nel club che aveva scommesso su di lui, senza poi tornare dopo oltre 10 stagioni e dopo aver cambiato 4 compagini.


“La maglia è come la pelle. Una volta ereditata, non la puoi più cambiare” diceva Boniperti, che solamente per un giorno, in una sola partita di commemorazione, vestì una maglia diversa da quella della Juve: ovvero quella del Torino Simbolo, in una amichevole contro il River Plate giocata nel maggio del 1949, dopo appena 22 giorni dallo schianto di Superga con l’incasso devoluto alle famiglie delle vittime. Un signore di altri tempi.


Un signore come Facchetti, storica colonna dell’Inter anni ’60-’70 che tenne denti stretti e cuore forte dopo aver visto Christian Vieri svestire la maglia nerazzurra e indossare quella dei cugini. In questo caso però l’attaccante non fu mai considerato vera bandiera da entrambe le tifoserie. Già da tempo aveva perso credibilità. Però è sempre un duro colpo vedere chi cambia per giocare nel club rivale e stesso identico iter tra l’altro fece Ronaldo “il Fenomeno”, con tanto di esultanza in faccia ai tifosi nerazzurri. E ricordiamoci che Vieri giocò pure nella Juve.


Facendo un passo nella storia recente ci sono tanti esempi da elencare di falsi miti, bandiere offuscate dal denaro e proprio di banderuole: a Palermo Amauri venne incoronato Re, per tre stagioni. Il club gli diede notorietà e lui già da gennaio si accordò con la Juventus per giocare nel calcio che conta, non in provincia. Nella seconda stagione fece titolare alla Gazzetta: “Rimarrò per sempre a Palermo. Voglio vincere il più possibile”.
Alessandro Lucarelli arrivò nella sua Livorno dopo qualche anno da professionista: era un livornese che giocava con i suoi colori. Divenne subito il beniamino dei tifosi ma subito si inceppò qualcosa e dopo un anno lasciò per contrasti con la società. Anche perché andò alla Reggina che fece la sua stagione migliore in A. E lui prese una barca di soldi.
Poi scelse Parma quasi a fine carriera. Lì fu un’altra storia. Con qualche altra ombra.
Chi approdò in ritardo nel club della sua città fu l’attaccante operaio, Riccardo Zampagna. Chi è di Terni sa di che parlo. E soprattutto chi conosce il calcio sa che gol ha fatto. Arrivò a Terni in serie B. Nella prima parte della stagione fece gol e gol (alcuni bellissimi) insieme a Frik e Jimenez. Era il Dio sceso in terra per i suoi concittadini. Un ternano tra i ternani per far tornare le Fere in serie A, dopo 30 anni. E infatti la squadra stava per essere promossa ma “qualcosa” frenò la truppa. La squadra a metà stagione iniziò a deludere e in tanti a Terni si ricordano il rigore segnato da Riccardone contro gli amici dell’Atalanta con lui che incredulo si mette le mani in testa. Se ne andò a fine stagione. Di lui ora si ricordano più le battute nella sua tabaccheria, oppure la sua candidatura come assessore allo sport che i suoi gol con Ternana, Messina, Atalanta e Sassuolo.


E poi passiamo ai giorni d’oggi, con De Rossi che ancora tiene duro alla Roma, con Bonucci che torna in famiglia quando aveva sbattuto la porta solo una stagione prima e al Milan si è fatto proclamare capitano con tanto di esultanza al gol contro i bianconeri. E infine con Icardi che da uomo-idolo degli interisti, si ritrova a disobbedire a una convocazione, a ignorare i tifosi e a far con trattare il suo futuro da un avvocato, dimostrando ancora una volta che nel calcio le bandiere si chiamano fama e soldi. Bandiere prese come riferimento dai giocatori, ovvio. Colpa nostra che paghiamo l’abbonamento a Sky o allo stadio? Sembra più che altro che si sia perso lo spirito dello sport. Quello che ti permetteva di andare a testa alta in campo.

di Tommaso Taddei

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