Compleanni da Ricordare, Leggende Bianconere

Dino Zoff, patrimonio mondiale dell’umanità

Ha avuto tre vite, tutte vissute allo stesso modo trionfale: calciatore, allenatore e dirigente. Dino Zoff  è uno di quei friulani tosti, che lasciava il posto ai fatti piuttosto che alle parole. Nasce a Mariano del Friuli il 28 febbraio 1942, e da quì proviamo a riassumere le tre carriere in un colpo: campione sia in campo che in panchina con la Juve e la Nazionale, da dirigente ebbe meno soddisfazioni, ma comunque guidò la Lazio sia in panchina che dietro la scrivania.

DA BIANCONERO A BIANCONERO – Il giovane Dino, figlio di Mario e Anna: due nomi comunissimi. Il padre Mario faceva l’agricoltore ed il piccolo Dino crebbe con la passione del calcio, ma allora non si poteva fare altrimenti: faceva il meccanico a Gorizia, e con sessantamila lire al mese aiutava la famiglia a tirare avanti. I suoi capi gli permettevano anche di giocare a calcio: naturalmente in porta, perchè quella era la sua vocazione preferita. Già allora, da giovane, parlava poco e lasciava fare tutto alle sue mani. Giocava nella Marianese, la squadra del suo paese. Passò all’Udinese, che per un provinciale friulano è come toccare il cielo con un dito. Lui debutta in serie A il 24 settembre 1961 contro la Fiorentina, ed il debutto non è certo da ricordare: prende 5 gol. «Andai al cinema qualche giorno dopo. Nell’intervallo c’era la Settimana Incom, fecero vedere i gol di quella partita e io sprofondai sotto le poltroncine». L’annata finì con la retrocessione e l’anno dopo si trovò titolare in serie B. Lasciò nell’estate 1963, senza essere ricordato come profeta in patria, subendo sempre troppe critiche per ogni gol subìto. Passò a Mantova, dove ritrovò Bonizzoni, che già lo lanciò ad Udine. In Lombardia Dino si fece come atleta e come uomo, trovando anche la donna della sua vita. Quattro anni a Mantova (tre in A ed uno in B) poi nel 1967 il Napoli lo strappò all’ultimo momento al Milan. e lo consacrò come portiere, spalancandogli anche le porte della Nazionale, all’ombra di Ricky Albertosi. Fu invece titolare all’Europeo 1968, vinto nella fase finale giocata in casa. Durante la sua militanza nel club campano stabilì due record: nella stagione 1970-1971 concesse solo 18 gol in 30 partite, riuscendo inoltre a mantenere la porta inviolata per le prime sei giornate, capitolando solo dopo 590′, alla settima giornata, contro l’interista Jair. Concluse la sua esperienza nel Napoli disputando la finale della Coppa Italia 1971-1972, persa 2-0 contro il Milan.

Ma fu nell’estate 1972 che fece la scelta della vita: Zoff, a trent’anni, venne considerato già troppo vecchio a Napoli, così la Juve, scambiandolo con Gedeone Carmignani, lo fece suo. Zoff diventò una leggenda bianconera, visto che in undici stagioni non saltò una gara, tanto che i poveri Bodini ed Alessandrelli si presero il titolo di “eterni secondi di Zoff”, 30 gare su 30 in campionato dal 1972 al 1983, con sei scudetti, due coppe Italia e la Coppa UEFA del 1977, primo trofeo internazionale del club. Gli sfuggi la Maledetta, per due anni: subito al suo primo anno, al debutto, poi nell’anno dell’addio, in cui chiuse con la vittoria in coppa Italia, seppure la finale non fu giocata. In mezzo, il titolo mondiale a 41 anni da capitano, con la leggendaria partita a scopone sull’aereo presidenziale con Pertini, ma anche le critiche piovutegli addosso al Mondiale 1978 per i due gol presi in semifinale dall’Olanda, due tiri da lontano, accusandolo di non vedere più i tiri dalla distanza. Con la Juve, oltre a 330 gare di fila giocate, stabilì il primato di 903 minuti di imbattibilità, battuto da Sebastiano Rossi nel 1994.

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IL POST CALCIO – Ritiratosi dopo l finale di coppa Campioni persa con l’Amburgo il 25 maggio 1983, Zoff fu sostituito dal giovane rampante Tacconi, che allenò diventando preparatore dei portieri nell’annata 1983/84. Due anni dopo entrò nello staff della Nazionale Olimpica, qualificatasi per i Giochi di Seul del 1988. Dopo la sfortunata spedizione asiatica, Zoff fu richiamato dalla Juve per allenare la prima squadra, dopo il disastroso biennio di Marchesi: Zoff in due anni, pur non arrivando allo scudetto, fece nel 1990 l’accoppiata Coppa Italia-Coppa UEFA, vincendole sia da giocatore che da allenatore con la Juve. Non fu confermato lo stesso, e nell’estate 1990 diventò tecnico della Lazio, dove il meglio lo diede alla sua terza stagione, qualificando i biancocelesti alle coppe europee dopo 15 anni. Con l’arrivo di Zeman passò al ruolo di presidente, e nel 1997 tornò per un breve periodo anche in panchina. Nel luglio 1998, dopo l’abbandono di Cesare Maldini dopo il Mondiale francese, prese le redini della Nazionale diventandone ct, qualificandoci per l’Europeo 2000, dove a Rotterdam assaggiammo a lungo una vittoria per poi essere fermati da Trezeguet col celebre golden gol. Un diverbio con Berlusconi pochi giorni dopo la finale lo portò alle dimissioni, L’ultima sua apparizione, dopo un breve interregno sulla panchina laziale nel 2001, risale alla primavera del 2005 quando fu chiamato al capezzale della Fiorentina, riuscendo a salvarla all’ultima giornata, per poi ritirarsi definitivamente dal calcio. L’ultimo suo successo, prima di capire che finalmente era ora di godersi la sua pensione meritata.

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Zoff con i due trofei vinti nel 1990 alla guida della Juve

 

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