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Fino alla fame

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Mercoledì a caldo ho fatto queste riflessioni: il ciclo di Allegri è finito a Cardiff, l’esito felice dell’anno scorso possibile solo perché il Napoli ha perso ciò che noi abbiamo vinto ecc. Certo, la fine è nella natura delle cose, questo non è più il calcio dei Ferguson e non sono più i tempi delle lunghe relazioni, quindi prima o poi il mister ci lascerà e un altro siederà sulla panchina della Juve. Allegri è una strana creatura: uno che molti giudicano un incompetente, altri un pazzo, altri ancora un genio e a volte il confine tra le due cose è sottile. Ho spesso pensato che egli vedesse cose che altri non vedono e che dalla sua capacità di leggere le partite o di non leggerle siano dipesi molti dei nostri risultati.

Non c’è dubbio che avrebbe dovuto rispondere in altra maniera ai cambi di Simeone, non c’è dubbio che avrebbe dovuto inserire Cancelo molto prima dell’84’ e non c’è dubbio che la partita l’abbiamo persa perché non siamo stati in grado di reagire all’aggressività di una squadra che ci ha smarrito, spezzato, smembrato con poco più del 30% di possesso palla. Lo ha fatto perché eravamo senza idee ma soprattutto senza fame. Già, la fame, la rabbia, sottotesto indispensabile del motto #finoallafine che da mercoledì sera ha fatto capolino senza molta convinzione nei post, più occupati da delusione, frustrazione e rabbia. Dov’è la nostra fame? Dov’è quell’aggressività che nell’aprile dello scorso anno ci regalò un sogno al Santiago Bernabeu?

Chi ha guardato la Juve in Champions nelle ultime partite ha avuto l’impressione che, oltre ai problemi di natura prettamente tecnica, manchi proprio quello: la fame.

C’è differenza tra mangiare e nutrirsi, tra un boccone ingollato con avida bramosia e lo sbocconcellare con annoiata compostezza lasciando nel piatto il morso della creanza. Siamo sazi forse ed è normale dopo sette anni di pranzi luculliani e portate prelibate, ma la nostra sazietà non produce soddisfazione perché noi siamo come quelli che ogni anno vanno a mangiare nel bel ristorantino in riva al mare con cucina casalinga fino a scoppiare, alzandosi da tavola con lo stomaco pieno, ma non soddisfatti perché in quel ristorante in fondo non preparano l’unica cosa che veramente vorremmo e, nell’impossibilità di procurarcela, ingurgitiamo quello che abbiamo dinnanzi.

Ecco, abbiamo trasformato la nostra fame in ossessione perché è questo che è diventata per noi la Champions: un’ossessione che non fa dormire la notte nemmeno Nedved, che ogni anno ci porta a intravedere in improbabili congiunzioni astrali, coincidenze, omina, voli di uccelli e tuoni a sinistra i segni che sì, finalmente è quella cazzo di volta buona per afferrare questa puttana dalle grandi orecchie. Avvolti dal pesante mantello delle false speranze ci sentiamo dei predestinati e ci infiliamo nel tunnel senza uscita della delusione. Tornare ad avere fame, quella vera, quella che ti fa avventare sulla preda e sbranarla, succhiando pure il midollo dalle ossa, con desiderio vero e non con meccanica abitudine, liberandosi dal greve fardello di inutili speranze, giocandosela, a viso aperto con la gioia selvaggia negli occhi, senza paura, perché nella vita a volte bisogna lottare senza paura ma anche senza speranza.

Scassandra

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