Compleanni da Ricordare, Leggende Bianconere

Angelo Peruzzi, il cinghialone che alzò la Maledetta

Stefano Tacconi ed Angelo Peruzzi. Sono i due portieri della storia bianconera ad aver vinto la Magnifica ossessione, quella che da 22 anni stiamo inseguendo. Proprio la Maledetta del 1996 vide tra i protagonisti il portierone laziale, che nella lotteria dell’Olimpico contro l’Ajax neutralizzò i tiri di Davids e Silooy, portando in alto nel cielo romano quelle Grandi Orecchie che poi abbiamo sfiorato per altri anni, senza più riuscire a vincere.

Proprio Peruzzi prese l’eredità di Tacconi alla Juventus: nato il 16 febbraio 1970 a Viterbo, nella piccola frazione di Blera, Angelo, narra la leggenda, che allenasse la presa cercando di afferrare i pesci nei ruscelli. La pesca infatti fu la prima passione del giovane Peruzzi, prima che il calcio. Dove per lui c’è il ruolo preferenziale tra i pali, e dalla squadretta della sua cittadina alla più prestigiosa Roma il passo è breve: mamma Francesca e papà Francesco, dopo le reticenze iniziali, consentono a mandarlo. Angelo è di fede laziale, ma Negrisolo, allenatore dei portieri giallorossi, lo converte all’altra sponda. Così, il 13 dicembre 1987 arriva il debutto in serie A in un Milan-Roma. Tutta colpa di Tancredi, che si accascia a terra colpito da un petardo. Peruzzi entra nella ripresa, e prende gol su rigore di Virdis. Il Milan vince 2-1, ma il risultato è cancellato dal Giudice Sportivo, che da il 2-0 ai giallorossi a tavolino. L’anno dopo, stagione 1988/89, scalza Tancredi, debutta in Europa e nell’Under 21, poi firma il suo primo contratto da professionista ad inizio 1989. Nella stessa estate viene mandato in prestito al Verona, dove è titolare, ma non evita la retrocessione al club veneto. Tornato alla base nel 1990, parte titolare, ma al termine di un Roma-Bari del terzo turno, viene incastrato all’esame antidoping, assieme ad Andrea Carnevale. La sostanza proibita è la Fentermina contenuta nel Lipopill, un farmaco dimagrante.

«È stata la peggior stronzata che ho fatto nel mondo del calcio: il Lipopill me lo diede un compagno, perché venivo da uno stiramento e non volevo farmi di nuovo male, ma quando la Roma mi disse di fare ricorso dissi di no. Ho sbagliato, ho pagato con un anno di squalifica ed è stato giustissimo. Poi ebbi un paio di discussioni con i dirigenti della Roma, solo il presidente Viola mi difese».

Il 13 ottobre 1990 la Caf lo squalifica per un anno, e la sua carriera sembra già incrinarsi a soli vent’anni.

«Questa esperienza mi ha trasformato. Non sono più il compagnone di prima, faccio più fatica a fidarmi della gente». Inutile aggiungere che sono mesi terribili, soprattutto i primi: «Se ho resistito, se non sono impazzito, lo devo soprattutto all’affetto dei miei familiari».

Vince da squalificato la Coppa italia con i giallorossi, ma ormai in quell’estate ’91 capisce che per lui il posto alla Roma non c’è più: si fa avanti la Juve e lui non ci pensa due volte: va a Torino, da riserva di Tacconi (secondo è Marchioro fino a quando scade la squalifica ad ottobre)

«È stata la mia salvezza. Non c’è voluto molto a capire che non potevo rimanere alla Roma. La prospettiva era la panchina, perché la società puntava ancora su Cervone. E poi, diciamo la verità: a qualcuno non interessava che io rimanessi, anzi».

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Peruzzi “modello” per una copertina di Hurrà Juventus nel 1992.

Peruzzi ottiene una deroga per giocare le amichevoli, in estate scende in campo a Padova ed è felice: il debutto in bianconero arriva il 12 febbraio 1992, nella gara d’andata dei quarti di Coppa italia, torneo che Angelo giocherà titolare fino al termine: in quella partita contro l’Inter si frattura il naso, ma resisterà in campo compiendo grandi parate, con Matthaus che lo grazia su rigore, calciando sul palo. Il 14 aprile, con la Juve che sta battendo il Milan, para un rigore a Baresi impedendo il pari ai rossoneri che escono dalla coppa subendo l’unica sconfitta stagionale: pazienza se poi la Juve perde in finale col Parma: Angelo conquista il posto da titolare nel finale, quando ormai la lotta scudetto si è risolta a favore del Milan, e nessuno può più intaccare il secondo posto bianconero. L’estate dopo la Juve cede Tacconi al Genoa, e Peruzzi diventa titolare, in un’annata che lo vede sollevare il suo primo trofeo, la Coppa UEFA. Da lì in poi lo ribattezzano “cinghiale volante”, per via della sua stazza (ed alla Juve arrivò piuttosto snello…). Rimasto senza trofei nel il 1993/94, Angelo cresce in rendimento, tanto che Sacchi vorrebbe convocarlo come terzo per il Mondiale americano, ma alla fine non lo convocherà. Intanto nel 1995, con l’arrivo di Lippi, Peruzzi vince scudetto e Coppa Italia (seppur non giochi le finali), ed il 25 marzo debutta in Nazionale a Salerno, nel 4-1 all’Ucraina, diventando il portiere titolare. Altro grande anno il 1996, con i successi in Supercoppa italiana e soprattutto in Champions con la magica notte romana, poi Euro 1996, concluso purtroppo troppo precocemente. Angelo intanto diventa campione del mondo per club, vince la Supercoppa Europea, un’altra Supercoppa italiana, altri due scudetti e sfiora altre due Champions. Il 1998/99 è il canto del cigno per Peruzzi, che anche a causa dell’addio di Lippi lascia a fine stagione, chiuso senza vincere nulla, chiudendo dopo otto stagioni.

Nell’estate ’99 segue così Lippi all’Inter, ma l’annata è sfortunata per entrambi, così nel 2000 passa alla Lazio neoscudettata, dove resterà sette anni, vincendo Supercoppa italiana e Coppa italia. Nel 2006, voluto da Lippi nel mondiale tedesco, vince da terzo, senza giocare, ma come “uomo gruppo”. Finita la carriera di calciatore, inizia quella poco fruttuosa di allenatore, soprattutto come vice di Ciro Ferrara all’Under 21 ed alla Sampdoria, poi torna alla Lazio come dirigente.

Dell’esperienza in bianconero ricorda degli anneddoti:

«L’Avvocato ogni tanto chiamava, sempre alle sette, sette e dieci: la prima volta risponde mia moglie e mi dice: “C’è uno che vuole prenderti in giro, dice che chiama da Casa Agnelli”, ho messo giù. Ma poi richiamano e rispondo io: dopo dieci minuti di attesa, venne davvero lui al telefono. Mi domandava sempre: “Quanto pesi?”. Una volta venne a vedere un allenamento con Gorbačëv e da dietro la porta mi chiese: “Quanti rigori pareresti a Platini?”. Ed io: “Presidente, tre o quattro”. E lui mi fa: “Io penso nessuno”. Dopo un Empoli-Juve mi chiama: “Forse quella è stata la parata più bella che lei ha fatto alla Juventus”. In realtà avevo preso goal. In quel momento non me ne resi conto, io mi girai e chiesi a quelli della Croce Rossa dietro la porta: risposero che era entrata di venti centimetri. Volevo dire tutto a fine partita, non andai io in conferenza stampa».

(grazie a Tuttojuve per le citazioni)

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