Nero Su BIanco

Il baffo della Gioconda

Oggi è il compleanno di Franco Causio, uno di quei giocatori realmente speciali, uno in grado di segnare il destino da tifoso di miriadi di bambini, perché dotato di un’aurea che affascina, ammalia e rapisce.
Non si poteva non rimanere a bocca aperta di fronte alla sua classe cristallina, alla sua eleganza.
Impossibile non ammirarne il carisma, la magia celata nel tocco del pallone, la profonda juventinitá.
Molti ragazzini dell’epoca e non solo hanno amato il calcio e sposato la Juventus grazie alle gesta sulla fascia di questo campione, il “Barone” di Lecce.
Tra questi c’è il giornalista Franco Leonetti.
Ci racconta questo zebrato incrocio di destini la penna incantata di Roberto Savino.

Lorenzo Nicoletti

***

Al fischio dell’arbitro che rinvia ai supplementari l’esito di questa finale
di Napoli della Coppa Italia del 1979, al quattordicenne Franco girano
le scatole per via di pronostici completamente sballati che prevedevano
una facile vittoria della Juventus sul sorprendente Palermo, squadra di centro
classifica della serie cadetta. Eppure va bene anche così, visto che i rosanero,
passati in vantaggio dopo appena un minuto di gioco grazie a un gol di Chimenti, vengono raggiunti solo a sei dal termine grazie al nuovo entrato Brio,
con la sua squadra ridotta in 10 uomini da qualche istante per l’uscita in
barella di Bettega, colpito duro allo stomaco, e con le sostituzioni terminate.
Ma per Franco è davvero troppo poco, e ora pretende dai suoi prodi beniamini
30 minuti all’assalto. Per questo è disposto a pregare il suo dio, quello con le
sembianze di un Barone pugliese con i baffi e le basette, i capelli di un attore
di fotoromanzi e una catenina sempre diversa al collo. Suo idolo indiscusso
da un paio d’anni, ovvero da quando, nel Torneo del Bicentenario dell’indipendenza degli Stati Uniti, frustrato e umiliato come mai in carriera da Rivelino
durante un Brasile-Italia 4 a 1, non gli mollò un calcio nelle chiappe che gli
procurò l’espulsione, Causio era tutto ciò che Franco avrebbe voluto essere
da quando, sulle ginocchia del papà, i colori bianconeri si erano installati al
centro del suo cuore per non mollarlo più neanche un secondo. Tecnica sopraffina, gran dribbling e piedi di velluto, Causio studiava a fondo l’avversario
per poi distruggerlo con l’arma della classe, del talento puro preso in prestito
da Garrincha, quel talento che gli consentiva volate entusiasmanti sulla fascia
e servizi per i compagni quasi mai scontati. La sua vera forza era l’essere stravagante, bizzarro, fumantino e tanto altro ancora, ma al tempo stesso estremamente razionale. Un vero genio del calcio, di quelli che fanno la storia, con
la maglia numero 7 sulle spalle quasi sempre fuori dai pantaloncini, come solo
ai grandi è concesso fare.
Una storia come quella che tiene Franco incollato al suo Saba in bianco e
nero, in una partita interminabile che a tre minuti dal centoventesimo consegna
la Coppa nazionale nella bacheca di Madama. Piove a dirotto al San Paolo e
Cabrini dalla tre quarti mette in mezzo per la testa di Boninsegna. La torre di
Bonimba trova proprio lui, il Barone, a centro area, in posizione di punta centrale, ma spalle alla porta e marcato da un difensore siciliano. In un unico movimento Causio stoppa di destro, si gira e fulmina il portiere. Come il suo
idolo, Franco gira mezza casa a braccia levate, finché Pizzul non annuncia il
nome della squadra campione. Franco è proprio bravino a calciare la palla,
così lo aspetta una trafila nelle giovanili della Juve nello stesso ruolo del suo
mito, da lui definito un marziano e una delle stelle più fulgide della leggenda
bianconera. Cresciuto, Franco diventa un artista dell’inchiostro, ma non smette
di essere al fianco della Signora in ogni momento, nella buona come nella
cattiva sorte, disegnando con un cuore da vero juventino ruggiti in sua difesa,
che gli fanno meritare l’appellativo di Leone. Franco Leonetti, giornalista.

Da “Incontentabili” (2013), di Roberto Savino

Twitter: @robertosavino10

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