DomenicaNO.. il punto!

Sofferenza e goduria: Fino alla fine è realtà

La partita di ieri (una volta tanto) non lascia una scia di (inutili) strascichi e (pietose) polemiche, seppur sul web spadroneggino commenti ilari sul “rigorino a partita” assegnato alla squadra che conduce la serie A con ben 59 punti, 11 di vantaggio sulla seconda, 19 sulla terza.

Semmai i temi odierni sembrano essere “il Culo della Giuve”, il suo non merito in senso assoluto, le diatribe interne alla tifoseria bianconera.

Ed è proprio una gran fetta di tifo juventino ad additare i propri beniamini come non meritevoli di quanto fatto finora, con un bersaglio su tutti: mister Max Allegri.

Gli stessi che da anni “scendono e salgono dal carro” con più frequenza di un Luca Giurato che sbaglia una frase o un tempo verbale. Gli stessi che, involontariamente e loro malgrado, “legittimano” (nei limiti che poi vengono però ampiamenti superati) i “critici ad artem” del panorama socio-filo-sportivo italiano, i quali trovano degli insoliti e inaspettati “alleati” nella diffusione di “malpensieri” e filosofie astruse, molte volte sostenuti con dati e statistiche selezionate ad hoc, tralasciando dati analoghi qua e là e vivisezionando solo ed esclusivamente alcune e precise statistiche riguardanti le più disparate cose fatte (o non) da tesserati Juve nel pre, ora e dopo aver indossato la casacca bianconera.

Agli stessi, piuttosto che citare i dati e le statistiche schiaccianti (finora) della Juventus 2018/19, suggerirei di ricordare, sempre e comunque, da dove la Juventus F.C. è (ri)partita.

Di ricordare Rimini e Mattia Paro.

Di ricordare Boumsong,  Mellberg, Molinaro, Grygera.

Di ricordare Zaccheroni, Del Neri e Ferrara (allenatore).

Di ricordare i settimi posti e l’impotenza di vedere quelli lì, gli onesti, fondare un ciclo vincente sulle nostre macerie.

Di ricordare il “primo” e trentesimo scudetto, e quanto bello e appassionante fu quell’anno, partita dopo partita.

Di ricordare gli anni a venire, fino ad oggi, con tutte le gioie e delusioni passate e, infine, di pensare.

Pensare che forse siamo diventati un po’ (troppo) pretenziosi, che forse siamo andati un po’ (molto) fuori dagli schemi dalla realtà.

E la realtà è proprio Lazio-Juventus. La realtà è anche giocare male (nonostante il fatturato maggiore, i campioni, la superiorità schiacciante fuori dal campo) e soffrire contro una Lazio a cui vanno fatti tanti applausi e, con anche un po’ (diciamocelo pure) di Sano Culo, non mollare, recuperare, VINCERE.

La realtà è che il finale di Lazio-Juventus non può non restituire a TUTTO il tifo bianconero un gusto particolare, un appeal che ormai sembra essere accantonato: quello della vittoria in campionato.

Quella realtà ci dice che non è “normale” vincere, anche se ormai siamo abituati così (anche troppo) bene.

La realtà ci racconta di una partita impostata e giocata come peggio non si poteva da organico in toto, di una stanchezza evidente, data presumibilmente dal grande carico di lavoro che di questi tempi si imposta in ottica di quella manifestazione tanto agognata dalle masse, di una Juve che dopo aver sbandato come pochissime volte, l’ha rimessa in piedi e riagguantata anche e soprattutto grazie alle mosse e all’intelligenza tattica di quel “mattacchione” di Mister Allegri.

Ci racconta di una mentalità vincente.

La stessa che ti permette di crederci Fino alla fine, quel motto che il tifoso medio troppe, infinite volte, usa impropriamente. Le critiche e lamentele, soprattutto se costruttive, sono sempre ben accette.

Non si può, però, ripetere strenuamente “Fino alla fine” e allo stesso tempo lamentare un’insofferenza cronica e una sfiducia nella Squadra.

Quel “Fino alla fine” è il motivo per il quale ieri sera è stato cosi bello esultare.

Se lo capisci/senti lo vivi davvero. In caso contrario, bisogna farsi due domande.

Fino alla fine non è un motto, ma uno stato d’animo.

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