Storia di un Grande Amore

Storia di un Grande Amore… Roberto Savino

Per la rubrica #StoriaDiUnGrandeAmore oggi ci racconta la sua Roberto Savino.
Juventino purosangue, chi lo segue come noi sulla sua pagina Facebook piuttosto che su Twitter, non può non apprezzarne la tagliente ironia. È sempre un piacere infatti leggere le sue stilettate sui social, ma ancora più interessante è leggere i suoi libri, tutti a stampo bianconero.
Nato nel 1970, vive a Bari dove svolge la professione di avvocato.
Per la casa editrice Ultra ha pubblicato:
ALEX DEL PIERO MINUTO PER MINUTO (2011, nuova edizione 2012);
IMBATTIBILI (2012);
INCONTENTABILI (2013);
STREPITOSA Juve (2014).
Per Invidia Libri ha invece pubblicato:
POKER BIANCONERO (2015);
TRAVOLGENTI (2016);
TU SEI LEGGENDA (2017).

Ci regala in questo spazio un bellissimo concentrato dei suoi ricordi juventini più preziosi, lo ringraziamo di cuore per la grande disponibilità che ci ha dimostrato.
Buona lettura!

Contratti
Twitter: @RobertoSavino10
Pagina Facebook: https://m.facebook.com/robertosavinojuve/
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Penso di saperne di Juve, appena appena, giusto un po’, almeno fin da quando sono stato costretto dal destino a eleggerla squadra del mio cuore. Oddio, costretto è un parolone. La decisione definitiva, se così possiamo definirla, la presi all’età di 6 anni tenendo tra le mani un classico album Panini del 1976/77, 100 lire lui e 50 lire per ogni bustina, le figurine con il viso dei calciatori in un tondino collocato su una foto degli stessi in azione. Dovevo schiuderlo a caso per scegliere i colori che mi avrebbero seguito per la vita. Oppure io seguito loro, chi lo può sapere, in fondo è lo stesso. Il fato finalmente intervenne dopo una decina di improvvide aperture su pagine di squadre inguardabili, posizionate nei pressi di quella in realtà desiderata. Perché il cuore, in verità, aveva già deciso e già batteva da tempo per quelle maglie bianche e nere a strisce verticali che ogni maledetta domenica si impregnavano del sudore dei miei due omonimi bomber, uno dei quali, alla fin fine, da me amato molto più dell’altro e chi è un vero juventino sa perché. E da quel giorno quante fantastiche emozioni stampate indelebili nel cuore e nella testa come fantastici sogni! Perché i sogni, non vi fate illusioni, è rarissimo siano a colori. Il buono ed il cattivo, il bene ed il male, la pace e la guerra, la luce ed il buio, lo zucchero della vita contrapposto al piccante sapore del pepe. Il bianco ed il nero. Mica come gli altri, con colori così simili tra loro da confondersi al pari dell’identità. Quante sconfitte brucianti accettate sempre con quello spirito Juve che tentare di definire è tanto arduo quanto futile, soprattutto al cospetto di avversari alla ricerca di alibi anche quando perdono a briscola! Dolori, alcuni. Le sconfitte sportive accettate cercando la ragione tra le pieghe dei propri limiti. I drammi umani, invece, vissuti per tragedie certamente tutte ingiuste. Il maledetto Heysel, dove, vallo a spiegare, non si consumò una tragedia juventina, ma (come in tutte le tragedie) umana, senza bandiera né colore, al punto da far diventare superfluo, oltre che stupido, ogni discorso sulla coppa di latta messa in palio per l’occasione. Una coppa e qui mi fermo, “vinta” da nessun’altro se non coloro che ne furono vittime e da tenere in sede e sul palmares solo in loro onore e per non dimenticare. Quindi l’amatissimo Gaetano e una notte di inizio settembre da me passata a fissare il soffitto sperando solo che quel sogno in bianco e nero non si fosse trasformato in un incubo. Andrea e la sua gioventù spezzata mentre noi tutti volevamo una gazzella che scorrazzasse sulla fascia. Ale e Ricky, uniti da un tragico destino, mentre rincorrevano un pallone con indosso una maglia che è stata, è, e sarà il sogno di ciascuno di noi. E poi i drammi sportivi. Tra tutti, Bobby gol, l’idolo indiscusso della mia infanzia, con il ginocchio in frantumi dopo lo scontro con Munaron nel novembre dell’81, evento questo per me undicenne validissimo motivo (non compreso, né accettato) per disertare la scuola nei giorni seguenti. Poi Del Piero, che lascia lo stesso arto sul prato del Friuli all’ultimo secondo di una partita che pensavo già vinta e che dopo, al di là del 2 a 2, non lo sarà affatto. E da quel momento, il mio idolo diventa un uomo, con tutti i suoi pregi e difetti che me lo faranno amare come un fratello minore, soprattutto nei momenti di difficoltà. E poi l’allucinante serie B da Campioni d’Italia, non perché allucinante in sé, ci mancherebbe, ma in quanto figlia di una sete di giustizia con paraocchi tali da non placarsi nemmeno dinanzi all’evidenza di fatti che, se letti senza pregiudizio, risultano incontrovertibili. E una stagione vissuta con la stessa dignità, divenuta orgoglio, grazie a dei Samurai rimasti a dare una mano per ricostruire un grattacielo dalle sue macerie. E poi, le vittorie. Tante, tantissime, concentrate in larga parte in due epiche ere. Il ciclo del Trap, cominciato prima ma che per me coincide con il ricordo di maglie azzurre strepitose, una stella d’oro cucita sul petto e risvolti bianconeri, a difesa di una porta presa d’assalto da 11 baschi assatanati. Poco dopo, una filastrocca indimenticabile plasmata dal leggendario Presidentissimo Giampiero Boniperti che comincia con Zoffgentilecabrini per finire sempre a lui, a Penna Bianca. Ed insieme e dopo, tantissimi come loro. A volte solo giovani promesse inespresse o non completamente esplose, altre volte gregari o comunque Campioni divenuti tali con il sudore, preziosissimi e da adorare al pari dei fuoriclasse. Decine e decine, da Marocchi a Caricola, da Bodini a Briaschi, da Prandelli a Galia fino a Padoin, passando per Marocchino, Torricelli, Ciccio Grabbi e Paro. Tutti da rispettare, tutti da incoraggiare in ogni momento, perché tutti in campo con la maglia dei nostri sogni sulle spalle. Come non ricordare la tripletta di un giovanissimo Galderisi al Milan o l’eurogol di Tavola in Coppa o le fughe in contropiede di Rui Barros o, ancora, le deludenti stagioni di un Rush o uno Zavarov…nel bene e nel male sono parte di noi, avvolgendoci nell’unica coperta che conosciamo, quella bianconera.
Vero, la battaglia del San Memés contro i baschi del Bilbao è per me piuttosto sfocata, anche se l’avverto come mia, ma quando 5 anni dopo, e siamo nell’82, un glaciale gentleman irlandese si carica sulle spalle la responsabilità di un penalty che vale un campionato, la consapevolezza reciproca (la mia e di Brady) che in quel momento quella firma valga nella storia più di un semplice rinnovo, mi svela la caratteristica del prototipo di giocatore degno di vestire il bianconero, al di là della caratura tecnica che lo stesso deve comunque possedere. E’ un Uomo vero, con la U maiuscola che non svia le responsabilità anche quando potrebbe, ma anzi le pretende; come Le Roi Michel, giunto nel frastuono di un tesserino praticamente regalato per sostituire il regista britannico e lavorare in silenzio nonostante il tormento di un’insistente pubalgia. Poi, con il più grande in assoluto, i dolori saranno solo per gli avversari, costretti ad inseguire un giocatore con gli occhi dietro la schiena ed un goniometro nelle gambe. Un calciatore che, se solo avesse avuto l’ardore di un Nedved o la se perseveranza di un De Piero, avrebbe deliziato il mondo per otto anni ancora, tanto da rischiare di essere lui, e non Baggio, a essere sostituito da Pinturicchio. E si, che delizia Baggio…
Lo scudetto al fotofinish con il Torino nel ’77, quello della stella da lì a poco, il sorpasso sulla Roma suicidatasi alla penultima giornata contro il Lecce nell’86 e poi tutti gli altri scudetti e tutte le coppe, compresa quella portata in aereo da Tokyo dopo un’interminabile sfida. Poi, improvviso, il buio figlio di un mondo che cambia sotto i piedi della società, fregandosene della sua storia. E come dimenticare gli anni della depressione, solo in parte allietati dalle movenze del Divin codino, ma non in grado di saziare la voglia di primeggiare di un ambiente come il nostro. Sarà la triade a riportare le cose alla normalità grazie ad uno spropositato saldo attivo, frutto di una sconfinata competenza calcistica, tra scelte centrate ed errori di mercato, con un’organizzazione all’avanguardia, con un modo a volte “rude” di alternare il bastone e la carota nei confronti di giocatori che, alla fin fine, son comunque ragazzi, strapagati dalla legge del mercato, ma pur sempre ragazzi che, per quel motivo, più di altri vivono sul baratro del vizio. E’ l’era di mister Lippi. Un vincente che si serve di vincenti per dipanare sul rettangolo verde la sua voglia di trionfo. Anche lui qualche volta ha sbagliato, come è logico che sia, ma anche per lui il saldo alla fine sarà enormemente a favore. I nomi diventano più freschi per tutti, così potrebbe apparire ancor più ingeneroso lasciarne fuori qualcuno. Potrei parlare per ore di Vialli e di quanto, ed uso un eufemismo, mi facesse ammattire con un’altra maglia (bellissima…i colori intendo…) perché in fondo, ogni volta, volevo giocasse con noi. E’ lui, per chi scrive, il braccio armato del mister e l’artefice massimo del cambio di mentalità di una squadra intera. Ma potrei anche sbagliare, vista la contemporanea presenza di giovani gladiatori come Conte, Ferrara e Deschamps, che magari sarebbero arrivati in vetta anche senza l’apporto di Gianluca. Ed ecco che, insieme a qualche cocente delusione, ricominciano a piovere successi. L’apoteosi a Roma nella finale di Champions del 1996, con Ravanelli che trova uno spiraglio che ricorda al mondo quello infilato da Michelino Laudrup undici anni prima nell’altrettanto magica partita di Tokyo, con Peruzzi perfetto emulo di Tacconi nella stessa giornata. Zidane con la sua classe sopraffina e un po’ naif, giunge apposta per portare nuovamente la Vecchia Signora sul tetto del mondo, poi scudetti, anche se gli sfuggirà l’Europa, che conquisterà meritatamente con un’altra maglia in altri lidi. Ma arrivati a questo punto, davvero dovrei parlare di Del Piero? Facciamo così. Quando un glaciale gentleman veneto si carica sulle spalle la responsabilità di un calcio di punizione che potrebbe valere un campionato, è ormai assodata la consapevolezza reciproca (la mia e la sua) che quella firma valga nella storia più di un semplice rinnovo, confermandomi una volta ancora la caratteristica del prototipo di giocatore degno di vestire il bianconero, al di là della caratura tecnica che lo stesso deve comunque possedere. E’ un uomo vero, con la U maiuscola, che non svia le responsabilità anche quando potrebbe ma, anzi, le pretende; come Pavel Nedved, un altro che quando non vestiva il bianconero ti faceva innervosire (altro eufemismo) per quanto era forte in misura proporzionale alle gioie regalate con l’11 di Madama, grazie alle sue doti innaturali di abnegazione, tutte riversate al bene della squadra. Il 5 maggio 2002, vabbè che lo ricordo a fare, è come vincere in tre contro uno solo una partitella “alla romana”. Quindi Capello, con le sue fissazioni e il suo pragmatismo e con una Juve che, forse, anzi di sicuro, non aveva ancora espresso tutte le sue potenzialità. Dopo, i motivi li sappiamo, giungono stagioni durissime, un pozzo senza fondo nella frenesia di una risalita che, invece, aveva bisogno di essere più meditata. Certo un merito, almeno per me, l’hanno avuto. La sconfitta casalinga con il Parma è stata pesantissima e Quagliarella si è sfasciato il ginocchio. La sostituzione del Capitano dopo mezz’ora stavolta è durissima da digerire. E’ solo il preannuncio di uno dei punti più bassi della storia, non c’è dubbio. Appena tre giorni ed è ancora botta in testa a Napoli, poi risultati altalenanti ed infine il crollo. Neanche nove anni e stanco di prendere batoste da quando ne è tifoso, il mio piccolo Francesco, con la genuina crudeltà del bambino, si chiede perché mai dovrebbe parteggiare per una squadra così. Sia chiaro e non venga presa come una excusatio non petita, nessuna costrizione da telefono azzurro, lui è bianconero perché così è nato. Punto. Come il suo fratellino Alessandro (non fatevi domande, solo dea bendata) che, per fortuna, non avrà il tempo di porsi la questione. Ebbene, nel dare risposta ad un dubbio giovanile impensabile alla mia età adolescenziale così colma di tante vittorie, ritrovo con lui una volta di più l’essenza del mio essere juventino. Con Francesco, filosofeggierò sullo stile della squadra e sugli ideali della bandiera, poi sul diverso spirito che anima il tifoso bianconero rispetto a quello degli avversari. Infine, dopo aver senza convinzione rispolverato il motto decubertiano che avrebbe svelato solo una parte di verità, l’ho rassicurato ricordandogli che al pari dei pochi che han cominciato a seguirla in un momento così duro, lui avrà il privilegio di non poter mai essere etichettato come un seguace della Juve solo perché squadra vincente quando a brevissimo si ricomincerà a volare. Bluffavo? Forse. Di certo, pagato il noviziato, la nuova dirigenza mi regalava rinnovate speranze al pari del nuovo stadio di proprietà. Quella di mister Conte certezze che il campo mi confermerà appieno.
Quel che ne è seguito, è storia di oggi, completatela voi, che l’amate quanto me

*Tratto da “Incontentabili”

di Lorenzo Nicoletti

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