Nero Su BIanco

PERSONE SILENZIOSE

 

“Papà, perché piangi?”.
“Non sto piangendo, sono solo emozionato”.
“Ma allora perché hai le lacrime agli occhi?”.
“Perché sto vedendo un film che mi commuove”.
“E di cosa parla?”.
“Racconta la storia di Gaetano Scirea, un giocatore della Juve di un po’ di anni fa”.
“Ah, ma era un tuo amico quindi?”.
“No”.
“Però lo conoscevi?”.
“No, nemmeno, mai incontrato purtroppo”.
“Ma allora perché ti fa piangere se non ci hai mai parlato?”.
“Eh…”.

In quei puntini di sospensione, in quel sospiro stretto tra i denti, c’è tutta la difficoltà dello spiegare ad un bambino quello che forse non si può, perché ci sono sentimenti dell’anima che le parole non riescono a dipingere, o per lo meno in questo caso faccio fatica a trovare quelle giuste. E detto da me che “con le parole ci gioco a rimpiattino”, è tutto dire. Ma tant’è.

Come si può far capire ad un bambino di 6 anni perché quel numero 6 in maglia bianconera fa venire gli occhi lucidi a suo padre? Come?
Parlandogli col cuore, con amore, passione e trasporto. Magari non basta, ma è l’unica via.

E allora gli spieghi che quel calcio a cui lui ora si sta avvicinando con innocenza è molto di più di un semplice gioco, è un qualcosa che se decidi di amare perché scatta la scintilla, lo farai per tutta la vita, perché poi quando scegli la tua squadra – o lei sceglie te – sarà per sempre, proprio come il legame che hai con i tuoi genitori o fratelli.
E capita in questo percorso, raramente, ma avviene, di fare il tifo per calciatori che hanno un fascino particolare dovuto non solo alle loro qualità tecniche, ai gol, alle giocate, ma soprattutto alle loro qualità morali, che li distinguono rendendoli unici, figure con un aurea magica, eroi con la maglia a strisce, uomini che sanno insegnare valori importanti grazie all’esempio dei loro comportamenti, dei loro gesti, delle loro parole e soprattutto…dei loro silenzi.
“Persone silenziose”. Come cantava Luca Carboni in una canzone molto bella e delicata, uscita quasi come uno scherzo del destino soltanto dieci giorni prima della morte di Scirea e che sono sicuro a lui sarebbe piaciuta tantissimo perché ci si sarebbe in parte ritrovato dentro.

Continui poi a raccontare al tuo bambino che a differenza di adesso dove c’è una diffusa gara a chi più appare o alza i toni, c’è stato un tempo in cui il calcio era diverso e chi giocava non era una star internazionale ma un ragazzo o un uomo che faceva semplicemente il suo mestiere e che quel signore col naso pronunciato e lo sguardo dolce, senza tatuaggi né pettinature strambe, era il migliore al mondo per distacco nel suo ruolo, ma lo era con una umiltà, una grazia ed una semplicità rarissime, che lo hanno portato a guadagnarsi in breve tempo il rispetto di tutti, ma proprio tutti: dai suoi compagni di squadra agli avversari, dagli allenatori ai giornalisti, dai dirigenti ai presidenti, dai magazzinieri ai medici, passando per i suoi tifosi e per quelli avversari, tutti loro riconoscevano e riconoscono tuttora la sua classe e il suo stile, la sua bontà, la sua lealtà, la sua mancanza di arroganza, boria, cattiveria, invidia.
Era sprovvisto di negatività.
Era un’anima nobile, aveva uno spirito puro.
Che poteva essere solo ammirato. Tanto da esserne rapiti, quasi non appartenesse a questo mondo.

Finisci infine con lo spiegare a tuo figlio che si è vero, tu non hai mai conosciuto Scirea, e che si, ti sei avvicinato al calcio quando praticamente lui stava smettendo di giocare, ma questo conta poco quando subisci il fascino di un qualcosa di unico, quando le corde del tuo animo sono toccate dalla sensibilità che la sua figura sapeva trasmettere, che nonostante la significativa distanza spazio temporale negli anni è possibile avvicinarsi e sentire profondamente vicine persone anche lontane… leggendo, guardando e informandosi la curiosità si trasforma in stima infinita se solo sai farti guidare dal cuore, da quello che senti dentro.

Così anche lui, mio figlio, sa ora chi era Gaetano Scirea, sa che nessuno tra chi lo ha conosciuto, incontrato e sfidato ne ha parlato mai male, perché ci sono cose impossibili nella vita. E questa è una di quelle.
Mio figlio ora ha compreso forse per la prima volta che il calcio non è solo un gioco, che la Juventus non è solo una squadra, che Gaetano era, pardon è, più di un personaggio calcistico, bensì un uomo reale capace di attrarre il bene della gente in quanto persona veramente speciale.
Chissà se ha capito. Io credo di si. Dandosi una risposta alle mie lacrime.

Mi ha sorriso, mi ha abbracciato ed è tornato in corridoio a prendere a calci il pallone

di Lorenzo Nicoletti

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