STORIE DI CALCIO

Storie di Calcio: 1994/95 – Nasce l’era Lippi nei tre punti per vittoria

La delusione mondiale negli USA andava smaltita in fretta, ed il ritorno al campionato vide importanti novità: la vittoria veniva premiata da questa stagione con tre e non più con due punti, uniformandosi a tutti i campionati europei. La serie C sperimentò l’innovazione già la stagione prima, mentre serie A e B la avviarono da quest’anno. Altra novità, i numeri fissi dei giocatori, che da quest’anno non venivano numerati prima della gara per ruolo, ma ognuno si sarebbe preso un numero personalizzato che avrebbe mantenuto per tutta la stagione, modello NBA americano.

 

Grandi cambiamenti alla Juventus che, chiusa definitivamente la ventennale epoca bonipertiana, ufficializzò un nuovo assetto dirigenziale con il passaggio di consegne fra Gianni Agnelli e il fratello Umberto, nonché il debutto della cosiddetta Triade composta da Luciano Moggi, Antonio Giraudo e l’ex bandiera Roberto Bettega. Fu rivoluzione anche nell’undici titolare, che accanto ai confermati Carrera, Kohler, Conte e Di Livio vide nuovi arrivi quali Ferrara, gli stranieri Deschamps e Sousa,e l’acerbo Tacchinardi che presto si ritaglierà un suo spazio. A completare l’opera di rinnovamento, i bianconeri accolsero in panchina l’emergente Marcello Lippi: deciso a sfruttare al meglio la novità dei tre punti a vittoria, il tecnico viareggino varò un offensivo modulo a tre punte con Roberto Baggio, Vialli e Ravanelli, più lo scalpitante Del Piero prima riserva, rendendo la squadra piemontese forte fisicamente e atleticamente.

In un’estate priva di “colpi” di mercato di rilievo, tra le pretendendi al titolo il Milan degli Invincibili, dominatore dell’ultimo triennio nonché fresco vincitore della Champions League, lasciò pressoché immutato l’organico a disposizione di Fabio Capello, eccezion fatta per il ritorno di Gullit dopo un anno alla Sampdoria. Proprio dai doriani l’Inter di Ottavio Bianchi prelevò l’estremo difensore della nazionale italiana, Pagliuca, pagato quindici miliardi comprensivi dei cartellini di due bandiere nerazzurre, Zenga e Ferri, i quali si trasferirono in blucerchiato assieme all’ex giallorosso Mihajlović. Per la sua lanciata Lazio, il patron Cragnotti nominò Dino Zoff presidente e affidò la panchina a Zdeněk Zeman: in una squadra rinforzatasi con gli innestri di Chamot, Rambaudi e Venturin, il tecnico boemo disegnò un prolifico attacco composto dal tridente Bokšić-Casiraghi-Signori. Sempre più competitivo il rampante Parma di Nevio Scala, che non nascose ambizioni tricolori con gli ingaggi dell’ex juventino Dino Baggio e del portoghese Couto, mentre la Roma di Carlo Mazzone accolse lo svedese Thern, l’uruguaiano Fonseca e il promettente Moriero, dando inoltre maggiore spazio a un diciottenne Totti che già lasciava intravedere sprazzi della sua classe. La Fiorentina di Claudio Ranieri, appena risalita dalla Serie B, poté contare sul confermato Batistuta e su due nuovi acquisti, Márcio Santos, fresco campione del mondo con la Seleção, e il giovane lusitano Rui Costa. Il Torino si rinforzò con Angloma e Pessotto nella retroguardia e Rizzitelli e Abedi Peléin avanti, mentre il Napoli, che passerà dopo poche giornate nelle mani della coppia Cané-Boškov, una volta superato il rischio estivo di fallimento societario puntò soprattutto su Carbone e sugli stranieri André Cruz, Boghossian e Rincón. Il neopromosso Bari affiancò in attacco il colombiano Guerrero ai confermati Protti e Tovalieri, così come si concentrarono sul reparto offensivo anche il Cagliari di Óscar Tabárez, che prelevò Muzzi dalla Roma, e la Cremonese, che ottenne dai doriani il prestito di Chiesa chiamato alla definitiva affermazione ad alti livelli. Da par suo la Reggiana, oltre al ritorno in granata di Padovano nella sessione autunnale, scommise sul ventenne Oliseh fattosi notare con la Nigeria alla rassegna iridata appena conclusasi in Nordamerica. Il calciomercato si colorò, infine, di due esotiche novità: il Genoa portò in Liguria Miura, il primo giapponesea calcare i campi della Serie A, mentre il Padova di Mauro Sandreani, riapparso in massima serie dopo trentadue anni, diede una chance al “difensore-chitarrista” Lalas, anche lui messosi in mostra durante i recenti Mondiali nonché primo statunitense a venire tesserato da una società italiana.

Il campionato successivo alla rassegna iridata d’oltreoceano partì il 4 settembre 1994. Le due protagoniste d’inizio stagione furono il Parma di Zola e Asprilla, “provinciale” ormai divenuta solida realtà del calcio anni 1990, e la Roma del tandem sudamericano Fonseca-Balbo: le due squadre passarono in testa alla quinta giornata, alternandosi in vetta fino al 30 ottobre, quando la vittoria nello scontro diretto (1-0) permise agli emiliani di tentare la fuga. Dietro di loro, nel mese di novembre guadagnarono terreno la nuova Juventus di Lippi, in costante crescita dopo l’iniziale rodaggio (e nonostante l’alluvione piemontese che contrinse i bianconeri a rinviare in gennaio il derby), accompagnata dalla Lazio di Signori e dalla neopromossa Fiorentina di Batistuta – questo ultimo capocannoniere al termine della stagione.  Appena sotto le zone di vertice, appariva invece in crisi d’identità il calcio meneghino: i campioni uscenti del Milan, distratti dalla Champions League nonché da nervosismi interni che, tra gli altri, porteranno Gullit a un precoce ritorno a Genova, persero subito terreno; peggio andò all’Inter, peraltro passata a torneo in corso dalla proprietà Pellegrini a quella Moratti, che chiuderà il girone d’andata pochi punti sopra la zona retrocessione. Sorprese invece il Foggia che non sembrò fin qui patire il dopo-Zeman, stazionando sotto la nuova guida di Catuzzi nei pressi della zona UEFA.

Sul finire dell’anno solare emersero prepotentemente i bianconeri, i quali, pur privati dell’apporto del loro capitano Roberto Baggio, seriamente infortunatosi il 27 novembre a Padova e destinato a rimanere per cinque mesi lontano dai campi, trovarono nel ventenne Del Piero, esploso in poche settimane ai massimi livelli, nonché in un Vialli rigenerato dalla cura-Lippi, due delle pedine su cui puntare per la rincorsa al titolo, assieme alla definitiva affermazione del panzer Ravanelli  e alla solidità del duo di centrocampo Sousa-Deschamps. Il 4 dicembre, in una delle gare spartiacque della stagione, la Juventus rimontò i viola al Delle Alpi (da 0-2 a 3-2 negli ultimi 20′) grazie a un’invenzione allo scadere proprio di Del Piero – un pallonetto al volo rimasto negli annali – mentre sette giorni dopo, con la vittoria nella trasferta capitolina sui biancocelesti (4-3), guadagnò la vetta solitaria, con peraltro una gara in meno rispetto alle avversarie. Nonostante il passo falso della settimana seguente contro il Genoa, per un gol fantasma di Galante nel finale di partita, che permise ai ducali di chiudere il 1994 in testa,  il successo al Tardini nello scontro diretto coi ducali (3-1), l’8 gennaio 1995, spinse la squadra torinese verso il simbolico titolo d’inverno, che arrivò la domenica successiva con una gara d’anticipo. I bianconeri chiusero poi il girone d’andata con le sconfitte a Cagliari e nel recupero del derby, permettendo ai ducali di riportarsi a -1.

Con l’inizio del girone di ritorno, il 29 gennaio, il torneo venne funestato dai fatti di Genova dove negli scontri tra tifosi genoani e milanisti, fuori dal Marassi venne accoltellato a morte il sostenitore rossoblù Vincenzo Spagnolo: l’episodio provocò la sospensione della partita e una settimana di stop a tutti i campionati nazionali, decisione che tuttavia non risolverà il problema della violenza ultras negli stadi italiani.

Tra febbraio e marzo una spregiudicata Juventus, interpretando meglio delle rivali la nuova regola dei tre punti a vittoria, con un gioco sempre votato all’attacco seppe accumulare un considerevole vantaggio; dunque non risentì troppo delle tre sconfitte interne consecutive nel derby di ritorno e contro Padova e Lazio. La Vecchia Signora, nelle domeniche successive, amministrò il vantaggio conquistando matematicamente il tricolore il 21 maggio, con due turni di anticipo, battendo nettamente (4-0) a Torino un ormai sfiduciato Parma. I gialloblù di Scala, comunque appagati dal trionfo di quattro giorni prima nella finale di Coppa UEFA contro gli stessi bianconeri, si lasciarono quindi superare dalla Lazio di Zeman in graduatoria per differenza reti. Per la Juventus fu il ventitreesimo scudetto, affermazione che mancava ai piemontesi dalla stagione 1985-1986: un successo dedicato ad Andrea Fortunato, promettente terzino bianconero scomparso il precedente 25 aprile, non ancora ventiquattrenne, dopo aver lottato per quasi un anno contro la leucemia.

Dall’alto in basso: il giovane fantasista Alessandro Del Piero, maggiore rivelazione del campionato, e il libero Massimo Carrera festeggiano lo scudetto juventino dopo il vittorioso scontro diretto sui parmensi (4-0) del 21 maggio 1995.

Tre settimane dopo i torinesi, conquistato il diritto a prender parte alla prossima Champions League, faranno propria anche la Coppa Italia nell’ennesimo confronto stagionale coi ducali, lasciando a questi lo slot per la partecipazione alla Coppa delle Coppe. La qualificazione alla Coppa UEFA fu così appannaggio delle due romane e delle due milanesi. L’ultima a ottenere il pass europeo fu l’Inter, in risalita e che, già braccata dal Cagliari, negli ultimi turni faticò a tenere a bada anche un Napoli forte di quattro vittorie consecutive; i nerazzurri riuscirono a prevalere sulle inseguitrici solo all’ultimo minuto dell’ultima giornata, con un gol di Delvecchio al Padova che andò a escludere proprio i partenopei, cui rimase la magra soddisfazione di essere risultata la migliore squadra del girone di ritorno. La corsa per la salvezza premiò la Cremonese e il neopromosso Bari, tuttavia calato alla distanza dopo un buon avvio, mentre, pur a fronte di un girone di andata di spessore, un crollo di rendimento nella tornata conclusiva sancì il ritorno in Serie B del Foggia. Rimasero sul fondo della classifica la Reggiana e soprattutto il fanalino di coda Brescia: le rondinelle andarono incontro a una stagione totalmente fallimentare, perdendo consecutivamente gli ultimi quindici incontri di campionato e mettendo assieme appena 12 punti, che uniti a vari altri primati negativi, affibbiarono ai lombardi la poco edificante nomea di peggiore squadra nella storia della Serie A. L’ultima formazione a scendere di categoria fu il Genoa, sconfitto ai rigori dal Padova nello spareggio salvezza di Firenze.I veneti, partiti tra l’altro male con quattro sconfitte iniziali, trovarono la salvezza coon risultati di prestigio, come le vittorie casalinghe sulle milanesi ed il successo in casa della Juve, e per il secondo anno di fila si affidarono ad uno spareggio, dopo quello promozione vinto sempre ai rigori sul Cesena la stagione prima.

JUVE DA QUASI TRIPLETE -Dopo oltre un ventennio, la Juventus chiuse l’era manageriale di Boniperti ristrutturandosi con un nuovo assetto dirigenziale: nacque la cosiddetta Triade, formata dal direttore sportivo Luciano Moggi, dall’amministratore delegato Antonio Giraudo e dal vicepresidente Roberto Bettega, questo ultimo già bandiera bianconera da giocatore. Per la panchina venne scelto l’emergente Marcello Lippi, che archiviò definitivamente l’epoca di Trapattoni. Il centrocampo della squadra fu rivoluzionato con gli arrivi del portoghese Paulo Sousa e del francese Deschamps, più il promettente Tacchinardi; la difesa venne puntellata con Ferrara, mentre in avanti un giovane Del Piero si ritagliò definitivamente un posto da titolare. La nuova dirigenza si occuperà anche di importanti questioni fuori dal rettangolo di gioco: è infatti in questo periodo che il club, alle prese con il «problema» Delle Alpi, iniziò a concepire in primis l’idea di un nuovo stadio di proprietà, poi parte di una vera e propria cittadella juventina; entrambi i progetti arriverranno a compimento solo due decenni più tardi.

In campionato, il primo della storia ad attribuire i 3 punti per la vittoria, la rinnovata Juventus si trovò inizialmente a dover inseguire il lanciato Parma di Nevio Scala, rampante provinciale ormai divenuta solida realtà del calcio anni novanta. Nel mese di novembre la squadra torinese, in costante crescita dopo l’iniziale rodaggio, riuscì a recuperare terreno nei confronti degli emiliani. Sul finire dell’anno solare i bianconeri, pur privati dell’apporto del loro capitano Roberto Baggio, seriamente infortunatosi il 27 novembre 1994 a Padova e destinato a rimanere per cinque mesi lontano dai campi, emersero prepotentemente grazie soprattutto al ventenne Del Piero, esploso in poche settimane ai massimi livelli, nonché a un Vialli lontano parente dello spento attaccante visto nel recente biennio, completamente rigenerato dalla cura-Lippi; i due furono tra le principali pedine su cui la Juventus puntò per la rincorsa al titolo, assieme alla definitiva affermazione del panzer Ravanelli e alla solidità del duo di centrocampo Sousa-Deschamps.

Da sinistra: gli attaccanti Fabrizio Ravanelli, massimo goleador stagionale dei torinesi (30) ed emerso definitivamente ad alti livelli, e Gianluca Vialli, miglior marcatore della squadra in campionato (17) e finalmente protagonista in bianconero dopo un altalenante biennio.

Il 4 dicembre i torinesi, negli ultimi 20′ di gioco, rimontarono da 0-2 a 3-2 la Fiorentina al Delle Alpi grazie a un’invenzione allo scadere proprio di Del Piero — un pallonetto al volo rimasto negli annali— mentre l’11 dello stesso mese, dopo la vittoriosa trasferta contro la Lazio (4-3), guadagnarono la vetta solitaria della classifica con, peraltro, una gara in meno (il derby annullato a causa dell’alluvione piemontese di novembre) rispetto alle avversarie. Nonostante il passo falso della settimana seguente con il Genoa, per un gol fantasma di Galante nel finale di partita, il 1995 si aprì con il successo sui ducali nello scontro diretto dell’8 gennaio al Tardini (3-1), che spinse l’undici bianconero verso il simbolico titolo d’inverno, che arrivò poi la domenica successiva, dopo il 3-0 interno alla Roma, che suscitò tuttavia delle polemiche per via del gol del vantaggio siglato da Ravanelli, nato da una rimessa in gioco a favore dei giallorossi in cui Aldair andò a sbattere contro il guardialinee Manfredini, consegnando la palla all’attaccante bianconero che realizzò il gol dell’1-0.

La Vecchia Signora, nelle domeniche successive, amministrò il vantaggio, ed un passaggio di consegne lo si ebbe il 2 marzo, quando i bianconeri vinsero per 2-0 in casa del Milan. Ad aprile e maggio, la Juve assorbì bene le tre sconfitte interne consecutive nel derby, e con Padova e Lazio, rispondendo con altrettante affermazioni esterne con Reggiana. Fiorentina e Genoa, conquistando matematicamente il tricolore il 21 maggio, con due turni d’anticipo, battendo al Delle Alpi un ormai sfiduciato Parma con un netto 4-0. Per la Juventus fu il ventitreesimo scudetto, un’affermazione che si faceva attendere ormai da nove stagioni: un successo che i calciatori bianconeri dedicarono al loro compagno di squadra Andrea Fortunato, promettente terzino scomparso il 25 aprile, neanche ventiquattrenne, dopo aver lottato per quasi un anno contro la leucemia.

In un Delle Alpi gremito, il capitano Roberto Baggio viene festeggiato dai tifosi dopo il netto successo sui rivali del Parma (4-0), il 21 maggio 1995, che valse la vittoria dello scudetto tornato sulle maglie bianconere dopo nove anni.

Il dualismo con gli emiliani si estese anche alle finali di coppa, egemonizzando il calcio italiano ed europeo di questa stagione. La Juventus realizzò il secondo double  nazionale della sua storia — dopo l’allora unico precedente del 1959-1960 — mettendo in bacheca la nona Coppa Italia, superando i gialloblù sia nell’andata a Torino (1-0) sia nel ritorno a Parma (2-0), mentre dovette cedere ai ducali la finale di Coppa UEFA, punita dall’ex Dino Baggio che andò a segno sia nella sconfitta del Tardini all’andata sia nell’inutile pareggio nel retour match di San Siro (scelto dal club bianconero come impianto casalingo in occasione di semifinale e finale);nell’andata dei trentaduesimi del torneo, Ravanelli marcò una storica cinquina nel 5-1 casalingo al CSKA Sofia, un primato bianconero in campo europeo. Sempre Ravanelli, miglior fromboliere stagionale di Madama con 30 gol, si laureò, in coabitazione con il parmense Branca, capocannoniere della Coppa Italia, quinto bianconero nella storia.

ALTRE COMPETIZIONI – Nuova rivoluzione per la Champions League, che introduceva la fase a gironi subito al debutto, ripristinando l’eliminazione diretta dai quarti di finale. Il Milan raggiunse la finale per il terzo anno di fila, in una stagione tribolata per via della sconfitta a tavolino nella gara col Salisburgo per un petardo che ferì il portiere avversario, e la squalifica del Meazza, costringendo i rossoneri a giocare due gare sul neutro di Trieste. In finale i rossoneri trovarono l’Ajax, che già li aveva battuti due volte nel girone, e a Vienna persero per 1-0, colpiti dal futuro milanista Kluivert nel finale. I rossoneri così sarebbero tornati dalla stagione successiva in Coppa delle Coppe, competizione che non disputavano dall’annata 1987/88.  In Coppa delle Coppe l’Arsenal, dopo aver eliminato la Sampdoria in semifinale ai rigori, tornò in finale, ma a Parigi fu battuta per 2-1 dal Saragozza dopo i supplementari, riconfermando la difficoltà delle squadre vincitrici di fare bis la stagione successiva. In Coppa UEFA ci furono cinque italiane, ma l’Inter detentore uscì subito al debutto per mano dell’Aston Villa ai rigori, il Napoli lasciò agli ottavi per mano dell’Eintracht e la Lazio salutò ai quarti, rimontata dal Borussia Dortmund. Juve e parma arrivarono fino alla finale, vinta per la prima volta dai ducali, alla seconda partecipazione a questo trofeo, ma non avrebbero difeso la vittoria, tornando la stagione successiva in Coppa delle Coppe. Il Milan vinse sia la Supercoppa Italiana, battendo la Sampdoria ai rigori (unica squadra ad aver realizzato finora un tris in questa coppa) che quella Europea, piegando l’Arsenal (0-0 a Londra e 2-0 a San Siro), ma perse di nuovo l’Intercontinentale, battuto per 2-0 dal Velez Sarsfield di Carlos Bianchi. In serie B risalirono subito le neopromosse Piacenza, Udinese es Atalanta ( i friulani a tuttora non sono più discesi) alle quali si aggiunse il Vicenza dopo 16 anni, vincitore di tutte le gare scalinghe nel girone di ritorno. Conobbero la retrocessione in C l’Ascoli, protagonista di un saliscendi dalla serie A e serie B negli anni precedenti, ed il Lecce, che subì due retrocessioni consecutive.

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