STORIE DI CALCIO

Storie di Calcio: 1990/91:La prima della Samp ed il disastro di Maifredi

L’estate delle “notti magiche” si risolsero in una delusione col terzo posto beffa al mondiale di casa. La voglia di ributtarsi così subito nel campionato era grande.

Per quanto riguarda il calciomercato, la rampante Sampdoria acquistò Branca e il sovietico Mychajlyčenko, uniti a un organico ormai collaudato al servizio dei gemelli del gol Mancini-Vialli. L’Inter, ceduto Matteoli, si limitò al piccolo cabotaggio acquistando Fontolan (il quale tuttavia rimase ben presto vittima di un infortunio), Battistini, Pizzi e Paganin. La Juventus puntò sull’emergente Maifredi come nuovo allenatore, affidandosi in attacco al tridente della nazionale: i confermati Casiraghi e Schillaci vennero infatti affiancati dal nuovo arrivato Baggio strappato alla Fiorentina, per un trasferimento che alimentò pesanti schermaglie tra le due tifoserie.

La Roma, con Bianchi in panchina, poté contare sull’asse Aldair-Giannini-Völler, ma molto presto verrà fermata dal caso Lipopil e dalle squalifiche per un anno di Peruzzi e Carnevale. Nel Napoli detentore del titolo si mise in mostra il giovane Zola, l’unica nota positiva di una stagione segnata dalla “fuga” di Maradona, che chiuse mestamente la sua esperienza in azzurro con una positività all’antidoping. Tra le neopromosse spiccò il Parma di Scala, dall’efficace gioco a zona, che si rinforzò con lo svedese Brolin e il belga Grün, e affidò inoltre le chiavi della porta, per ragioni anche commerciali, al brasiliano Taffarel. Sudamericani alle neopromosse Cagliari (Fonseca e Francescoli) e Pisa (Simeone).

 

l campionato seguente al Mondiali di Italia 1990 prese avvio il 9 settembre, con al via l’ambiziosa matricola Parma, prima delle tante squadre provenienti dalla Via Emilia ad approdare in quel decennio nella massima categoria, e diverse contendenti al titolo: il Napoli campione uscente, subito estromesso dalla lotta dopo un inizio sottotono, le milanesi, la rinnovata Juventus di Luca Cordero di Montezemolo, e l’outsider Sampdoria.

 

I rossoneri di Arrigo Sacchi andarono in testa a punteggio pieno alla terza giornata per rimanervi fino al 28 ottobre, quando i blucerchiati li superarono vincendo a San Siro, seguiti a breve distanza anche da Inter e Juventus. Alla decima la Sampdoria perse il derby e venne affiancata in vetta dai nerazzurri di Trapattoni; i meneghini passarono poi in testa solitari due giornate dopo, approfittando del rinvio delle gare delle due rivali — l’incontro Sampdoria-Roma fu rimandato per maltempo, mentre il Milan era impegnato a Tokyo per la vittoriosa finale di Coppa Intercontinentale contro l’Olimpia. L’Inter rimase così in vetta per diverse domeniche, talvolta anche in compagnia di Sampdoria e Juventus, e andò a vincere il simbolico titolo d’inverno il 20 gennaio 1991, con un punto di vantaggio sul Milan e due sull’inedito terzetto formato da doriani, bianconeri e dai sorprendenti ducali di Scala.

Nel girone di ritorno, complici l’inesperienza del Parma e l’improvviso cedimento della Juventus, la lotta per lo scudetto rimase circoscritta alle sole Inter, Milan e Sampdoria. Furono gli scontri diretti a sancire il dominio blucerchiato; il 17 febbraio fu Vialli — capocannoniere con 19 gol al termine del campionato — a decidere lo scontro di Marassi contro i bianconeri, lanciando i doriani al primo posto. Il 10 marzo anche i rossoneri uscirono sconfitti da Genova; infine il 5 maggio, le reti di Dossena e Vialli permisero ai liguri di espugnare il Meazza e ipotecare uno scudetto che arrivò matematicamente il 19 dello stesso mese, dopo la vittoria casalinga 3-0 su di un Lecce condannato alla retrocessione. Per la Sampdoria fu il primo scudetto della storia, un successo che alla città di Genova mancava dal campionato 1923-1924.

In una stagione storica per il calcio genoveseBagnoli guidò il Genoa al quarto posto finale, miglior risultato dei rossoblù dal secondo dopoguerra.

Il positivo campionato del Genoa completò un’annata storica per la Liguria: guidato da capitan Signorini e trascinato dalle reti del bomber cecoslovacco Skuhravý, il grifone arrivò quarto al termine del torneo, secondo miglior piazzamento in serie A dopo il terzo posto dell’anno d’esordio, 1929/30. Non andarono oltre un settimo posto una deludente Juventus, alle prese con problemi di risultati e incapace di raggiungere la qualificazione alle coppe europee per la prima volta dopo ventotto anni, e il Napoli, scosso in aprile dalla positività di Maradona ai test antidoping; la fuga del Pibe de Oro in Argentina (che proprio a Genova, contro i futuri scudettati, realizzò dal dischetto la sua ultima rete “italiana”), segnò a posteriori il definitivo tramonto dei sogni di gloria della squadra partenopea dopo anni di eccezionali successi — anche se nell’immediato, da quel momento il Napoli non perse più una partita sino al termine del campionato, tirandosi fuori da situazioni di classifica pericolose e arrivando a sfiorare la zona UEFA, perduta solo all’ultima giornata.

Convincenti prestazioni arrivarono da Torino e Parma, entrambe — grazie alla squalifica internazionale in cui era incappato il Milan per i fatti di Marsiglia — neopromosse da Coppa UEFA, mentre il Cagliari agganciò la salvezza con un turno di anticipo a spese di Lecce e Pisa, con i toscani a far ritorno tra i cadetti dopo appena un anno, nonostante un buono scatto iniziale comprensivo di due vittorie — prima squadra a retrocedere dopo aver vinto le prime due gare di campionato, suo malgrado “imitato” dal Piacenza nel campionato 2002-2003. Caddero in Serie B anche Cesena e Bologna, rimaste sul fondo per gran parte del campionato. Per i felsinei a contrastare la loro stagione italiana ci fu un discreto cammino in coppa UEFA.

JUVE, BAGGIO ED IL FLOP MAIFREDI – Nell’estate 1990 la Juventus provò a cambiare pelle, allontanandosi dal suo storico stile societario per andare incontro a una vera e propria «rivoluzione culturale», sulla falsariga dell’allora vittorioso Milan di stampo berlusconiano. Il «nuovo corso» bianconero, già ufficializzato nei mesi precedenti con l’avvicendamento alla presidenza tra Giampiero Boniperti e Vittorio Caissotti di Chiusano, portò così all’allontanamento anche di un altro «pupillo» bonipertiano, il tecnico e bandiera juventina Dino Zoff, nonostante l’ottimo finale della precedente stagione che aveva fruttato ai torinesi un inaspettato double continentale.

Salvatore Schillaci e il neoacquisto Roberto Baggio, coppia-gol azzurra ai Mondiali 1990, non seppe ripetersi in bianconero causa l’involuzione in cui incappò Totò, a fronte invece dell’ottimo rendimento del Divin Codino.

Manager di riferimento divenne il nuovo vicepresidente esecutivo Luca Cordero di Montezemolo, reduce dall’organizzazione del campionato del mondo 1990, il quale varò un fastoso mercato mettendo sul piatto oltre 70 miliardi di lire, una somma che portò a Torino giocatori di notevole caratura: su tutti il fantasista Roberto Baggio strappato alla Fiorentina— e il cui addìo a Firenze sfociò in violente proteste di piazza da parte del tifo viola—, passando per rinforzi pesanti a centrocampo come il giovane Corini, il talentuoso Di Canio e il tedesco Hässler campione del mondo in carica, oltre allo stopper brasiliano Júlio César. I giovani difensori De Marchi e Luppi furono infine direttamente sponsorizzati dal nuovo titolare della panchina bianconera, dove sempre su spinta di Montezemolo si sedette un esponente della «nouvelle vague» tecnica, Gigi Maifredi, emerso grazie ad alcune buone stagione al Bologna e seguace tattico del calcio a zona — con l’intento tutt’altro che velato, da parte della Juventus, di rispondere sul campo al «boom» milanista di Arrigo Sacchi.

Nonostante i favori del pronostico derivati da questo ingente rinnovamento, la squadra iniziò la stagione, il 1º settembre 1990, subendo una pesante cinquina dal Napoli di Bigon e Maradona nel match di Supercoppa italiana del San Paolo, anche per via della difficile preparazione zonista predicata dall’allenatore.

I bianconeri sembrarono riprendersi nelle settimane seguenti, iniziando a correre in Serie A fino a disputare un buon girone di andata concluso al secondo posto, appena dietro all’Inter di Trapattoni. Il girone di ritorno però vide crollarne il rendimento sotto tutti i punti di vista (a esclusione di Baggio) e con la pesante involuzione di Schillaci, il quale dopo i fasti azzurri delle notti magiche realizzò appena 5 reti in campionato. Si dimostrò inoltre poco azzeccata la scelta di affidarsi a una guida tecnica come quella di Maifredi, il quale «forse si fidò troppo del talento dei suoi giocatori, per i quali applicò un principio della democrazia spinta all’eccesso» eccezion fatta per Baggio, cui tuttavia costruì intorno una «corazzata senza equilibrio», affiancandogli «raffinati tessitori» come Hässler e Di Canio ma incapaci di trasformarsi in «marcantoni affamati di gambe avversarie»; ne derivò che quel «calcio champagne» predicato dal tecnico, nel corso della stagione offrì solo pochi sprazzi prima di sgonfiarsi fragorosamente. Maifredi si dimise al termine dell’ultima partita di campionato, la sconfitta di Marassi contro il Genoa del 26 maggio 1991, significante un anonimo settimo posto in classifica e, ancora peggio, una clamorosa esclusione dalle coppe europee — dopo ben ventotto anni — per l’annata seguente. A riprova di ciò, nel girone di ritorno i bianconeri vinsero una sola gara in trasferta, in casa della Roma.

Di ben altra andatura, ma alla fine ugualmente infruttuoso, fu il percorso della Vecchia Signora in Coppa delle Coppe, cui prese parte come detentrice della Coppa Italia. Dopo aver eliminato in sequenza i bulgari dello Sliven, l’Austria Vienna e i belgi del RFC Liegi, vincendo tutte le partite disputate, la Juventus si qualificò per le semifinali dove affrontò il Barcellona di Stoičkov e Koeman, allenato da Johan Cruijff. Nella gara di andata giocata al Camp Nou i bianconeri passarono subito in vantaggio con Casiraghi, ma nel secondo tempo i blaugrana ribaltarono il punteggio trovarono per tre volte la rete, chiudendo definitivamente la gara. Nella sfida di ritorno giocata al Delle Alpi — da questa stagione impianto casalingo dei piemontesi per i successivi sedici anni — una pur volitiva Juventus trovò un unico e ininfluente gol a mezz’ora dal termine, con un calcio di punizione di Baggio, fermandosi così alle soglie della finale. Lo stesso Divin Codino, come magra consolazione personale, vinse la classifica marcatori della manifestazione segnando 9 gol. In Coppa Italia la squadra si fermò ai quarti, sconfitta da quella Roma che avrebbe battuto per due volte in campionato. Il fallimentare epilogo portò a defenestrare l’effimero assetto tecnico-dirigenziale del club sabaudo di questa stagione, lasciando spazio nell’estate seguente a una massiccia restaurazione con il ritorno dei «grandi vecchi» Boniperti e Trapattoni, rispettivamente in società e in panchina.

ALTRE COMPETIZIONI – Da questa stagione finì la lunga squalifica delle squadre inglesi, rimaste fuori per cinque stagioni dopo i fatti dell’Heysel: solo il Liverpool vide prolungarsi di un’altra stagione la propria punizione, rientrando l’anno successivo. Per le due italiane presenti in Coppa dei Campioni non finì bene, specialmente per il Milan, che dopo due successi cionsecutivi uscì in semifinale al cospetto dell’Olympique Marsiglia macchiando la gara di ritorno al Vèlodrome – quando i rossoneri stavano perdendo 1-0 dopo l’1-1 dell’andata – con un ritiro antisportivo dal campo causa guasto all’impianto di illuminazione, poi parzialmente ripristinato. I rossoneri pagarono con la sconfitta a tavolino per 3-0 e con la squalifica di un anno da tutte le competizioni internazionali, saltando così il ritorno in Coppa UEFA. Finì mestamente anche il Napoli che, come nella stagione di debutto 1987/88 anche questa partecipazione si rivelerà preve; i campani uscirono già al secondo turno per mano della Spartak Mosca dopo i calci di rigore. In finale, al San Nicola di Bari (unico stadio italiano, oltre all’Olimpico ed al Meazza, ad ospitare una finale di Coppa dei Campioni) il Marsiglia sfidò la Stella Rossa, che vinse ai rigori (decisivo l’errore al primo tentativo del marsigliese Amoros). Fu così la Jugoslavia, di lì a breve tormentata dalla guerra civile che l’avrebbe esclusa da Euro 1992, a vincere per la prima volta un trofeo internazionale, cosa che al momento non riuscì alla Francia. In Coppa delle Coppe, il ritorno delle inglesi fece subito effetto, col successo del Manchester United, che a Rotterdam piegò per 2-1 il Barcellona con doppietta del gallese Hughes. Con la Juve uscita in semifinale, lasciò in anticipo anche la Sampdoria, che partecipava in qualità di club detentore: dopo due finali i blucerchiati si fermarono ai quarti con il Legia Varsavia.  La Coppa UEFA riconfermò la finale italiana per il secondo anno di fila: stavolta giunsero Inter e Roma, entrambe alla ricerca del primo successo in questa coppa, e fu l’Inter a trionfare, vincendo per 2-0 l’andata in casa e perdendo poi per 1-0 il ritorno all’Olimpico. L’Inter vinse così un trofeo europeo dopo 26 anni, mentre la Roma salvò la propria opaca stagione col successo in Coppa Italia, in finale sui neocampioni d’Italia doriani, battendoli per 3-1 in casa e poi pareggiando 1-1 a Genova, qualificandosi alla Coppa delle Coppe. Buon cammino anche per Atalanta e Bologna: entrambe giunsero fino ai quarti. Gli orobici furono estromessi dall’Inter nello scontro fratricida, il Bologna uscì con lo Sprting Lisbona. Il Milan, perso il titolo europeo, si riconfermò campione mondiale rivincendo l’Intercontinentale sull’Olimpia Asuncion con un netto 3-0, e rivinse anche la Suercoppa Europea nella sfida italiana con la Samp (o-o a Genova, 2-0 in casa). La Supercoppa italiana fu appunto di competenza del Napoli, col secco 5-1 sulla Juve. Dalla serie B risalì il Foggia di Zeman, dopo 16 anni di assenza, assieme alle neoretrocesse Verona, Cremonese ed Ascoli, curiosamente nello stesso ordine di classifica di come retrocessero nel 1990.

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