DomenicaNO.. il punto!

DomenicaNo… Il punto ! Puntata 3 “La cultura del Se…”

Terza puntata della rubrica DomenicaNo. Il punto per gli amici di Radio Black&White1897
Stavolta si parla di un male insito nella cultura della nostra società e di quello che provoca nel nostro calcio.

Quando tutto va male: la cultura del “se”

Quella che mi appresto a fare è una riflessione abbastanza ricorrente nella mia testa dato il panorama culturale italiano, più rimarcato nel calcio ma in generale nella società tutta.

“Se il fatturato, se la pioggia, se le partite prima o dopo, se gli episodi, se il rigore, se la gestione dei cartellini, se l’albergo, se i minuti di recupero, se il guardalinee, se la fortuna, se la curva vuota, se, se, se…”

Non voglio adesso elencare le valanghe di “se” uditi negli ultimi anni (per non tornare a ritroso nel tempo e fare notte fonda), bensì mettere subito in chiaro una cosa:

non mi piace per nulla, anzi direi proprio odio, ragionare con espressioni come “se”, “se fosse stato”, “se fosse successo”, eccettera eccetera eccetera.

Eppure, nonostante questa mia avversità al culto del condizionale più stucchevole, riprovevole ed esagerato, mi ritrovo costantemente costretto a confrontarmici, segno di una civiltà (la nostra) poco evoluta in una direzione del fare (e fare bene), ma ben pronunciata in quella del “se avessi fatto” e simili.

È la cultura che, anche quando nulla è dalla tua parte e niente giustifica, anche solo minimamente, le tue sconfitte e i tuoi insuccessi, magicamente ti fa tirar fuori qualsiasi cosa per cercare un appiglio e non sprofondare nella realtà della tua incapacità, sia essa morale, etica o pratica.

Meglio, da un lato per chi (come noi) si trova dall’altra parte della barricata: possiamo solo giovare di tali sotterfugi, perché proprio questi sono alla base del continuo e duraturo fallimento di un uomo, di una società, di una tifoseria, di uno pseudo sistema mediatico. Dall’altro però, non possiamo che rammaricarcene, in quanto fautori di ben altri valori sportivi ed umani.

È la cultura che costringe giocatori in campo e fuori, allenatori, tifoserie, città intere e “addetti ai lavori” ad appellarsi a qualsiasi espediente possibile quando veramente non c’è nulla a cui appigliarsi.

Succede così che in un weekend dove la Juventus vince e convince su un campo ostico (storicamente e praticamente) quale l’Artemio Franchi, dove la società e i tifosi vincono la partita anche al di fuori del rettangolo di gioco, dove le inseguitrici faticano in campo e ai microfoni, dove a Napoli una piazzetta viene intitolata “Juve merda” e riempita con striscioni a sfondo omofobo (meglio il figlio “frocio” che “juventino”) e sessista (“non ti ho uccisa perché mi hai tradita, ma perché ho scoperto che eri juventina”), tutto viene sedato, acquietato bonariamente, stavolta si, dai media italiani.

Come “Il mattino”, che scrive a proposito della stessa Piazzetta “Genialità o cattivo gusto?”, non cogliendo quanta poca professionalità e cattivo gusto abbia trasmesso scrivendo quel titolo.

Intendiamoci, non bisogna mai ragionare a senso unico.

Sono il primo (e tutti farebbero bene) a condannare qualsiasi coro e striscione che abbia toccato determinate tematiche da parte di qualche imbecille juventino.

Come ha detto ultimamente un giocatore della nostra Nazionale

“la mamma degli imbecilli è sempre incinta”, dimenticando di aggiungere la caratteristica più importante:

l’essere imbecille non ha colori, né qualunque senso di
appartenenza.
Un imbecille è un imbecille a Napoli, Roma, Milano, Firenze, Torino, ovunque.

Presupposto ciò e facendo un plauso a Massimiliano Allegri Uomo prima che Mister per le parole spese sull’argomento in questione con un’onestà intellettuale che poco appartengono a questo mondo in toto (FIGC, società, tifo vario, media), invitando tutti a rispettare il prossimo senza fare ragionamenti da bambini su chi abbia iniziato prima ad insultare, non posso fare a meno di pensare che mancano 4 giorni a Juve-Inter e ho già la nausea a pensare a cosa succederà, questa volta senza “se”, nel panorama mediatico italiano da qui a tanti giorni.

Perché è proprio questo il paradosso della cultura del “se”: basata su riferimenti di vario genere ma con denominatori comuni quali pianto e rivendicazione/giustificazione, non sai mai perché verrà utilizzata, eppure (più di) qualcuno la utilizzerà.

È una specie di morte calcistica, valoriale ed etica. E come la morte è, purtroppo, una certezza.

Non è un buon augurio, lo so, per l’immediato futuro, ma è quello che sentiamo, vediamo e leggiamo che ci ha ormai abituato a “vivere” il calcio con questo peso.
Il peso di chi non accetta, ancora una volta, di essere un passo indietro, e vuole trovare qualsiasi mezzo, scusa o ragione per avere la meglio: se non in campo, fuori, se non fuori, con sé stessi.
È questo il vero dramma e nocciolo della questione:

mentire a sé stessi per non ammettere qualcosa che ci fa male.

È una partita più grande di un qualsiasi Juve-Inter, e sarebbe ora che il nostro movimento calcistico, quello mediatico e la nostra società tutt  iniziassero a giocarla seriamente.

di Nico Domenicano

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