Storia di un Grande Amore

Storia di un Grande Amore … Claudio Pellecchia

Per la rubrica #StoriaDiUnGrandeAmore oggi ci racconta la sua Claudio Pellecchia.
Abbiamo corteggiato Claudio per un po’ di tempo aspettando il momento opportuno per poter avere il suo contributo, ma ci tenevamo davvero tanto che aprisse la sua anima juventina in questo spazio. E di sicuro ne è valsa la pena. Decisamente.
La sua penna ha la capacità di fare emozionare, di evocare ricordi e immagini che scorrono in testa in chi legge. Ha quel raro potere di farti vedere il lato romantico del calcio, alla Nick Hornby di “Febbre a 90°”.
Chi come noi lo segue da tempo e legge i suoi articoli per Juventibus.com e Rivista Undici, ha imparato ad apprezzarne lo stile, la competenza, l’obiettività e soprattutto la grande sportività.
La stessa che oltre che il calcio e la Juventus gli fa amare anche il basket, disciplina per la quale nutre così tanta passione sportiva da arrivare a scrivere un bel libro, “LeBron vs Curry. La sfida siderale”, che consigliamo di leggere a tutti gli amanti della pallacanestro e che a breve ci racconterà meglio in qualità di ospite a Radio Black&White1897
Buona lettura!

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Ciao, presentati al gruppo.

Sono Claudio Pellecchia, juventino (di Napoli), giornalista sportivo o presunto tale, ateo, comunista. Come dire una sola non bastava.

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Da dove nasce il tuo amore per la Juventus e come potresti spiegarlo?

Stagione 1994/1995, Stadio San Paolo, Napoli-Juve, mio nonno paterno che mi porta alla partita credendo, anzi sperando, di trasmettermi la sua stessa passione per la squadra che fu di Maradona. Non aveva fatto i conti con tal Del Piero Alessandro da Conegliano Veneto. Non avevo nemmeno 8 anni, rimasi folgorato. E, come ogni volta che rimani folgorato da qualcosa, da una squadra come da una bella donna, non si può spiegare. Succede e basta.

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Quale è il ricordo più bello legato ad essa?

Più che un ricordo, una costante legata a momenti belli e meno belli della mia vita. Un esempio, abbastanza recente. Un mese e mezzo fa, dopo quasi nove anni (di cui gli ultimi due a distanza) termina la storia con la ragazza con cui credevo di dover dividere il resto della mia vita. Mi trovavo a Londra da lei, sarei dovuto partire il lunedì successivo ma la situazione era tale che nella notte tra venerdì e sabato prendo l’autobus che da Baker Street mi porta all’aeroporto per il primo aereo in partenza alle sei di mattina. Nel buio della notte, guardando fuori dal finestrino lo scorrere di strade a me ignote e con mille pensieri per la testa, a un certo punto dico tra me e me: “almeno oggi gioca la Juve”. Una decina di ore dopo sono a casa dei soliti amici per Juve-Udinese e, per due ore, dimentico tutto, esattamente come quando ero bambino. E, ancora oggi, con la luce in fondo a questo tunnel apparentemente senza uscita mi sembra ancora troppo lontana, pensare che c’è sempre un’altra partita, che c’è sempre un’altra stagione, mi sembra la miglior metafora della vita possibile. Anche perché quella verso la propria squadra è l’unica forma d’amore per cui davvero valga la pena di spendere quel “per sempre” che tutti noi, almeno una volta, abbiamo speso con troppa superficialità.

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Il tuo giocatore preferito di sempre e perché?

Ma non avete letto il mio ultimo articolo su Juventibus? (https://www.juventibus.com/del-piero-laccetti/)

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Il tuo allenatore preferito di sempre e perché?

Marcello Lippi. Perché quella Juve, la sua Juve, la Juve che sentito più “mia”, era la rappresentazione di tutto quello che sognavo, di tutto quello che volevo. Per me, per gli altri, per le persone che mi volevano bene e a cui io volevo bene.

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Hai fatto mai qualcosa di particolare o di “folle” per la Juve?

Il 5 maggio 2002 ero alla comunione di mio fratello (interista). Ascoltai il secondo tempo di Lazio-Inter in macchina, sotto un sole di rame e con un tasso d’umidità del 90%. Ho rischiato la sincope ma ne è valsa la pena, eccome. Ah ed ero anche a Torino, in Piazza San Carlo, il 3 giugno 2017, con un aereo pronto a decollare a tarda notte perché il giorno dopo comunque sarei dovuto andare a lavorare in redazione: speravo di andarci felice del fatto che avrei comunque dormito poco o nulla. E’ andata effettivamente così, ma non per i motivi che speravamo, purtroppo.

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Che rapporto hai con i tifosi avversari e le loro squadre?

Per il tipo di mestiere che faccio, per quel minimo di credibilità che mi sono creato e per il modo malsano che c’è di vivere il calcio qui a Napoli, da tempo ho scelto di parlare “seriamente” di calcio con pochissime persone (non credo arrivino a cinque) ben tifose di altre squadre, ma con cui si possono scambiare tranquillamente pareri, idee ed opinioni, anche divergenti. Per il resto, abbozzo, annuisco stancamente e lascio perdere: il complottiamo da bar sport non fa per me, bastano e avanzano quelli che lo veicolano in tv, sul web e sulla carta stampata.

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Sei mai stato allo Stadium? Sensazioni?

La prima volta non si scorda mai: 13 maggio 2012, ultima di ADP in casa. Non potevo non esserci, si trattava della mia, della sua, della nostra vita. Ed era un qualcosa che si avvertiva pur nell’impossibilità di spiegare di cosa effettivamente si trattasse. Ma c’era, era lì, aveva preso tutti noi in quello stadio, così come credo abbia preso tutti gli juventini nel resto d’Italia, d’Europa, del mondo davanti alla tv. Ci sono stato poi altre volte (e credo ci sarò anche il 29 dicembre per Juve-Samp) ma credo che le sensazioni e le percezioni di quel giorno resteranno insuperate e insuperabili.

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Come hai vissuto l’acquisto del secolo di Ronaldo?

Scetticismo totale all’inizio, seguito poi da un’incredulità che dura ancora oggi. Perché io mica mi sono reso conto fino in fondo che quello là gioca (e segna) per noi.

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Quale è per te l’aspetto più caratterizzate nella storia della Juve e al quale non dovremo rinunciare mai?

Quel crederci #finoallafine che va molto oltre il campo da calcio. E’ una lezione di vita, un fondamentale di esistenza che ognuno di noi deve far suo ogni giorno per andare avanti sul percorso che si è scelto. Per quanto difficile e complicato esso sia.

Di Lorenzo Nicoletti

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