C'era una Volta

C’Era una Volta..capitolo 3 (Epoca dei Solisti)

#ceraunavolta

L’EPOCA DEI SOLISTI – Capitolo terzo

Stagione 1951-52. Del tempo in cui con parole e numeri si racconta della Juventus Campione d’Italia per la nona volta. Gli artefici: Viola; Bertuccelli, Manente; Mari, Ferrario, Piccinini; Muccinelli, K. Hansen, Boniperti, J. Hansen, Praest. Special guest: Carlo Parola. Allenatori: il tandem Combi-Bertolini prima e poi Giorgio Sarosi.
Punti in classifica 60 e 98 gol a segno, 7 lunghezze in più del Milan secondo. John Hansen vince la classifica dei cannonieri con 30 reti, 19 invece le segnature del sempre presente Boniperti. La Juve vince 26 partite, perdendone 4 soltanto.
Gongolano i tifosi per certi risultati roboanti che fan dimenticare qualsiasi preoccupazione, come ad esempio il 6-0 contro il Torino. In casa juventina resta impossibile violare il campo: al Comunale la Juventus non perde alcuna partita.
Pungolati nell’amor proprio per aver mancato l’atteso raddoppio la stagione precedente, Boniperti e compagni si erano ripresentati ai nastri di partenza con il proposito di riconquistare il primato.
Detto fatto.
Indirizzati e confortati nella preparazione iniziale dalla coppia Combi-Bertolini, partono subito in quarta. Ormai carburati e ben lanciati sulla migliore strada, della direzione tecnica viene ad incaricarsene mister Sarosi.
Boniperti su di lui e sulla Juve di quell’annata: <<Sarosi era un gentiluomo e un tecnico di prim’ordine. Egli insegnava uno stile proprio, ma era uno stile che si può imitare e tramandare. Era quanto di meglio si ricorda del classico stile danubiano.
Il 1951-52 fu anche l’anno della rivalutazione di Karl Hansen, rivalutazione che per lui era una rivincita. Karl era di una serietà esemplare e conservava in efficienza il miglior fisico che un calciatore possa avere. Era un giocatore di alto rendimento e mi stupisce che tanti dirigenti non l’abbiano capito.
Fu anche l’anno della rivalutazione del bravo Piccinini, che l’anno prima era stato postposto a Bizzotto. Ma fu soprattutto l’anno del rilancio di Ferrario, allora veloce e stopper ineguagliabile>>.

Rino Ferrario, pure detto Rinone, passato affettuosamente alla storia del calcio col soprannome di “Mobilia” perché grande e grosso, elefantiaco nel muoversi, in verità quando venne alla ribalta e per tutta la prima parte di carriera, non esprimeva particolari momenti di calcistica lentezza. Non era un gatto. Non lo fu mai. La struttura fisica glielo impediva, però quando giovanotto venne chiamato a sostituire il grande Parola di certo si era rivelato all’altezza del compito.

Ma vediamo facendo un piccolo salto indietro come lo stesso Boniperti approdò giovanissimo (a 16 anni) alla Juventus e per questo facciamoci aiutare dalla penna di Carlo Bergoglio, uno dei più prestigiosi capostipiti della narrazione sportiva, giornalista per “Tuttosport”:
<<Nel match amichevole organizzato appositamente per lui tra le riserve della Juve e il Fossano, gol a ripetizione erano stati i biglietti da visita del biondo e ricciolino ragazzo di Barengo. Ero presente e ho visto in lui fra i bianconeri un “settimino” che andrà lontano. Non possono esserci dubbi sulla maturità del ragazzo per giocare nella Juventus>>.
In chissà quanti ambienti una simile presentazione avrebbe permesso di superare di volata la prova di ingresso fugando in un amen qualsiasi dubbio. Non così in Juventus, dove si è solito ben valutare e ponderare. Così, pur ricevendo i complimenti non meno lusinghieri di Felice Placido Borel, in quel tempo allenatore, Giampiero fu inviato ad un successivo provino per la domenica seguente.
Ricorda lo stesso Boniperti con una punta di orgoglio: <<Tornai, la squadra perdeva 0-2, feci tre gol e si vinse 3-2. Le trattative che seguirono furono brevi, si chiuse al prezzo di acquisto di sessantamila lire>>.

All’onore di vestire la prima maglia bianconera era seguita la gratificazione con la Nazionale e poi la gioia del primo e del secondo scudetto, laddove eravamo rimasti.
Ormai divenuto a pieno titolo il simbolo incontrastato di questa Juventus radiosa, che fa sognare moltitudini di tifosi in tutta Italia, per Boniperti sono prossime a spalancarsi le porte dell’aristocrazia internazionale del calcio. Come già in passato era stato per Parola come abbiamo visto in un capitolo precedente (nel 1948 unico italiano chiamato a far parte della formazione del “Resto d’Europa”), nell’autunno del 1953 la convocazione della Continentale giungerà all’indirizzo di Boniperti.
Nel teatro londinese di Wembley, il 21 ottobre, farà parte dell’11 schierato contro l’Inghilterra nella sfida mondiale. 4-4 il risultato, con due gol di Boniperti, che va in rete alla sua maniera: sorridendo. Ma non perché sbeffeggia, più semplicemente perché quando è in campo fa tutto col sorriso e con estrema facilità: appoggia, dribbla, si smarca furbo e ghiotto cerca la porta in pieno stile.
Scrive sempre Bergoglio: << Boniperti è rimasto un modesto. Gliela insegnerano fin troppo a lungo, la modestia, gli sportivi italiani, tardando oltre misura a riconoscergli l’alta classe di calciatore innato, di rappresentante del calcio italiano degno di essere comparato ai maggiori del passato, epigono ultimo di una corte di campioni. Solo quando è tornato “timbrato” dalla Continentale, cioè dall’elogio senza riserve dell’alta critica sportiva inglese ed europea, Boniperti è stato riconosciuto in patria un grande calciatore>>.

Già, la critica partigiana alberga sotto ogni campanile d’Italia e fa la voce grossa. Non sempre è attendibile e del rigore ne da una personalissima interpretazione. Ma in fondo questo calcio raccontato in maniera dilatata e unilaterale non spiace al popolo dei tifosi. Anzi, per certi versi, è quel sale e pepe che rende ancor più gustose le domeniche allo stadio.
Certo che all’ombra della “Madunina” brucia molto ritrovarsi sempre tra i piedi “sti torinesi della Juventus”. E poi quante arie con questo “stile”, e perché deve essere detta la “Signora del calcio” questa Società? Dalla grande e opulenta Milano alla maestosa e santissima Roma, al mare di Genova, di Napoli e di Palermo, passando per la sanguigna Bologna e l’artistica Firenze, non vi è una via di mezzo: la Juventus rapisce i cuori oppure la si detesta. È per davvero intessuta di quel fascino intrigante che non lascia scampo. Bella e regale, distaccata, respinge o si lascia amare, ma con discrezione, fin nel profondo. Ammalia e di se stessa è ammaliata.

Nel 1952-53 vincono il campionato i neroazzurri meneghini, facendo sfoggio del “catenaccio”. La Juve, seconda a due sole lunghezze, oltre allo scudetto ha perduto dolorosamente il caro Piero Monateri poco dopo l’inizio del torneo. La scomparsa del dirigente lascia in Società uno di quei piccoli vuoti che, col passare dei mesi, si rivelano essere crepe sempre più grandi e difficili da ripianare. Dietro all’affabile entusiasmo del pioniere delle origini bianconere, vi era infatti un uomo d’ordine, ascoltato con rispetto da tutti i campioni, una pedina essenziale dello scacchiere juventino.
Torna a mangiarsi i pugni la Juve pure la stagione successiva, ritrovatasi seconda e ancora alle spalle dell’Inter, perdendo il titolo per un solo punto. La cosa costituisce, eccome, motivo di rammarico. Vi è amarezza anche nella tifoseria che, neanche troppo sognando, si aspettava il decimo scudetto. Ma ogni domenica, e su ogni campo, la presenza dei bianconeri forniva lo stimolo alla rivale di turno del dover disputare “la partita della vita”. Squadre di caratura modesta all’improvviso ringhiando mostravano i classici trentadue denti, addirittura vi fu in questa stagione chi promise speciali premi pur di fermare la Juve a tutti i costi.
E la squadra di Agnelli è fermata. Eduardo Ricagni, l’ultimo asso prelevato dall’Huracan di Buenos Aires, non è servito per dare la stoccata vincente alla contesa.
Karl Hansen, Mari e Piccinini non fanno più parte della squadra…a ben guardare l’annata resta nitida l’impressione che fra le variabili del decimo mancato scudetto vi sia in casa juventina anche un qual certo inizio di smantellamento. Lo squadrone voluto e supportato con generosa competenza da Gianni Agnelli a piccoli pezzi è stato smontato.
Appena dopo il mondiale vinto a sorpresa a Berna dalla Germania di Fritz Walter e Rahn contro l’Ungheria di Puskas e Kocsis, vengono ceduti John Hansen, Ricagni e Muccinelli.
Il 18 settembre 1954 dà le dimissioni da presidente l’avvocato Gianni Agnelli.

N.B. nelle foto: per non sudare si dice cercasse la fetta d’ombra che la tettoia della tribuna regalava al campo, dribbling largo e gol improvvisi, questo e ancor altro è Praest, ala mancina; l’asso danese John Hansen, potente colpitore di testa, che al solito si erge più in alto di tutti, persino del portiere avversario.

Di Lorenzo Nicoletti

Per seguire quotidianamente tutte le nostre rubriche e attività nel gruppo Facebook clicca qui 

Black&White1897® 

e richiedi l’iscrizione …Vi aspettiamo

970DE1E6-BD16-45C4-A2CE-8E51F2D2239E581C94DD-D6EB-4F8B-AF4B-B0188588816F

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...