C'era una Volta

C’era una Volta Capitolo 2 (Epoca dei Solisti)

#ceraunavolta

L’EPOCA DEI SOLISTI – Capitolo secondo

Stagione 1949-50
Juventus Campione d’Italia per l’ottava volta.
Gli artefici: Viola; Bertuccelli, Manente; Mari, Parola, Piccinini; Muccinelli, Martino, Boniperti, John Hansen, Praest. Allenatore: Carver.
62 punti in classifica,+5 in media inglese. A quota 57 il Milan del capocannoniere del torneo Nordahl con 34 reti, è secondo. I bianconeri sono andati a segno 100 volte tonde tonde e hanno subito 43 reti.
Si sposta per l’Italia a bordo di un pullman color argento questa Juventus dei primati: 5 vittorie di fila all’inizio del torneo; 17 incontri consecutivi senza sconfitte a significare la miglior serie positiva iniziale; 14 successi in trasferta; minor numero di sconfitte fuori casa (solo una, 1-0 a Roma contro i giallorossi); infine, un incredibile tonfo casalingo nella misura di 1-7 con il Milan. A suo modo anche questo un record, il famigerato risultato subito per mano del trio rossonero Gre-No-Li. Green, Nordahl, Liedholm, dalla Svezia con furore.
Ma i bianconeri, seppur un po’ lunatici, han saputo offrire ovunque spettacolo e divertimento.
La squadra è bella e armoniosa, asciutta, come vuole il tecnico britannico Jesse Carver. Senta tante alchimie si schiera a zona. Capeggiata dalla classe di Parola, la difesa sfrutta il senso di posizione collettivo e gioca d’anticipo. Stesso sistema attua in mediana. In avanti i funamboli dell’attacco inventano giocate e segnano gol in tutte le salse: Boniperti in questa stagione va a bersaglio la bellezza di 22 volte.
Stretti in maniera orgogliosa attorno alla cara Juventus ritornata al trionfo sono ridenti Sandro Zambelli, Viri Rosetta, Giampiero Combi, Piero Monateri, l’avvocato Craveri e il ragioniere Remo Giordanetti. Una Juventus senza il loro contenuto Gianni Agnelli non avrebbe mai potuto immaginarla. Per cultura il presidente è troppo legato al rispetto delle radici valorose e della vitale linfa che esse portano in seno.

Ma di lì a poco, un fulmine a ciel sereno…
Lo scudettato quanto incauto tecnico Jesse Carver, nella sua presupponenza tipicamente british, nel sole di Viareggio, seduto e rilassato su di una sdraio, dichiara al cronista Emilio Violanti della Gazzetta dello Sport:
<<Nella Juventus sono solo contro tutti e i dirigenti sono tutti incompetenti di calcio. Gianni Agnelli è dalla mia parte, ma è troppo buono, viaggia sempre e non c’è mai. Io non volevo che restasse John Hansen. Pensavo ad una squadra tutta italiana, dal portiere all’ala sinistra, cedendo i tre danesi ed ingaggiando tre italiani, primo dei tre Lorenzi per schierarlo mezzala. Boniperti, Parola e Muccinelli sono sempre contusi. Io volevo una squadra moralmente affiatata, non di soli mercenari>>.
Appena esce il giornale, apriti cielo! Dirigenti e giocatori si sentono offesi e reagiscono, ciascuno a suo modo, ma in un unico moto di sdegno. Appena Gianni Agnelli rientra dalla vacanza in Costa Azzurra dispone che del “caso Carver” sia libero di decidere il Consiglio della Società, da riunire subito in seduta straordinaria. Come dire che l’inglese può incominciare a preparare le valige e predisporsi a lasciare Torino.

Ma perché così tanto astio in quell’intervista? Che cosa era successo?
Vediamo di fare un passo indietro di un anno.
Sulle ali dell’ottavo titolo pensavano un po’ tutti in una conferma dell’eccellenza bianconera la stagione successiva, con il conseguente nono scudetto da fregiare sulla maglia. La squadra aveva dimostrato continuità e sapeva fare meraviglie. D’accordo, aveva perduto un tassello non da poco in Martino tornato in Argentina, però ben si sa come un giocatore, pur bravissimo, da solo non riesca a fare squadra. Poi in sua vece era arrivato Karl Hansen, il fratello di John il lungo, non ultimo rappezzo dunque.
Una certa fiducia quindi stava di casa in piazza San Carlo, nella sede bianconera. Con ciò proiezioni e speranze vennero disattese dalla squadra e l’obiettivo era stato mancato.
Il trio Gre-No-Li fa ingranare una marcia più determinata al Milan, che alla conclusione dell’annata scuce lo scudetto alla Juve giunta terza, alle spalle dell’Inter. Neroazzurri a loro volta splendenti del formidabile tridente d’attacco composto da Lorenzi, Wilkes e Nyers.
Jesse Carver, ambasciatore di quel calcio inglese maestro per eccellenza, attraverso le indicazioni del dogma britannico di cui si faceva alfiere ed interprete, aveva contribuito in maniera non indifferente alla costruzione dello scudetto nell’anno precedente. Orgoglioso della sua competenza professionale quindi, appariva persino maniaco nel teorizzare tattiche e situazioni tecniche. Né poteva immaginare che un giocatore professionista potesse sottrarsi ad una vita più che morigerata, essendo consapevole di appartenere ad una grande Società che lo pagava oltretutto anche profumatamente.
Ma, da che mondo è mondo, nel calcio non è così. O quasi mai. E ancora di più in quegli anni in cui nel nostro Paesi si voleva vivere in modo intenso, quasi a voler recuperare il tempo perduto, gli anni che la guerra aveva a tutti quanti tolto.
Il gioco del calcio è come una malia. Ma, come fare a spiegarlo ad un uomo rubizzo in volto come Carver, tutto d’un pezzo, ingessato nella dottrina del rigore più assoluto e poco propenso all’artistica, italica, fantasia?
Quando la Juve cede il passo per alcune trascuratezze, non tollera sia possibile sbagliare e neppure tiene conto che lui stesso non è esente da colpe, come ad esempio sostituire ad un certo punto Piccinini con Bizotto.
In ultima, non è cosa semplice riuscire a mantenere la rabbia sportiva vincente quando già una volta si è vinto. E poi contro la Juve campione tutti, ma proprio tutti, vogliono fare bella figura e ce la mettono tutta. È il bello del football.
La Juventus dunque non riesce a bissare il titolo e Carver punto sul vivo per questo che riteneva un gran fallimento di cui però non era responsabile diretto, ha parole al veleno per tutti, giocatori e dirigenti.
Il tecnico britannico lascia Torino. Il suo posto viene momentaneamente rilevato dal tandem Combi- Bertolini, nell’attesa che giunga dall’Ungheria mister Giorgio Sarosi.

di Lorenzo Nicoletti

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