C'era una Volta

C’era una Volta Capitolo 14 (Epoca degli Eroi)

#ceraunavolta

L’EPOCA DEGLI EROI – Capitolo quattordicesimo

A differenza di quanto era accaduto per la grande guerra, quando l’attività agonistica fu immediatamente sospesa allo scoppio del conflitto, all’ingresso in guerra dell’Italia, il 10 giugno 1940, il campionato di calcio proseguì regolarmente il suo cammino. Le squadre continuarono nelle loro partite e a scambiarsi i giocatori, e tutto pareva persino normale.
La radio, attivissima, informava che sarebbe stata una guerra di breve durata. E così si andò avanti, mentre il paese, con la gioventù sua più bella, smobilitava un’altra volta ancora. Ma la macchina del calcio non doveva interrompere la sua corsa. Perché era importante che la continuasse, era per così dire un’attività “socialmente utile”.
In tal modo si avviò anche il campionato 1940-41, primo dei tre che si riuscirà a disputare sotto guerra, a dispetto di un conflitto sempre più devastante. La Juventus si è accaparrata Gino Colaussi, ala campione del mondo, per la non indifferente cifra di 400.000 lire. Viene ingaggiato pure l’albanese Riza Lustha e sulla panchina va a sedersi un altro ex: Federico Munerati. Risultato finale dell’annata, un quinto posto.
Né bene né male per Piero Dusio, il fresco presidente.
Le prime mosse sul mercato del neo presidente lasciano perplessi: cede in un sol colpo Gabetto, Borel II e Bodoira al Torino. In cambio ingaggia il centroavanti sudamericano Banfi, che giocherà 12 partite soltanto risultando inconsistente. Vengono messi alla prova ben quattro portieri, tutto sommato malgrado i tanti avvicendamenti la difesa “tiene”, incassando solo 32 reti. Merito dei soliti Foni e Rava, Depetrini e Parola, degli esperti Olmi e Locatelli, questi ultimi appena arrivati. È una Juve da sesto posto, in questa stagione 1941-42, che vede trionfare la Roma sul Torino giunto secondo. Resta la soddisfazione per i bianconeri di bissare la Coppa Italia.
L’anno dopo è la volta dei granata Gabetto ed Ossola, Ferraris II, Menti, Loik e Mazzola a fregiarsi del titolo. Un Toro che si sta attrezzando per diventare #grande. I tifosi si chiedono come si sarebbe trasformata la squadra se Loik e Mazzola avessero vestito la maglia bianconera. Erano stati ad un passo dal prenderli i dirigenti juventini, non fosse stato che un robusto assegno spiccato dal presidente del Torino Ferruccio Novo era riuscito a portarli via al Venezia, con un vero, prodigioso, colpo di mano. In loro vece erano arrivati Magni ed il “Divino” ma anziano Peppino Meazza. Con Borel II tornato all’ovile in veste di allenatore-giocatore, è comunque una Juve di tutto rispetto, che finisce terza in campionato, mettendo in luce un ventenne portiere destinato a far parlare di sé: Sentimenti IV. Scattante, abile in uscita, insuperabile sui tiri ravvicinati e nei rinvii.
Con l’Italia ormai lacerata dalla guerra, divisa in due dalla Linea Gotica e con i giocatori sfollati, la Federazione dovette infine arrendersi con il calcio ufficiale.

Si riprende a parlare di calcio vero solo dopo la Liberazione ed il Torino si ripropose come la squadra più titolata: non per nulla infila quattro scudetti di fila prima di scomparire, inghiottita tragicamente nel rogo di Superga. La Juventus in questi quattro anni di assoluto dominio granata resta pur sempre la sola che riesca in qualche modo a contrastarne il passo. Sono quasi sempre I bianconeri l’ultimo baluardo da superare per il tricolore: sono di questi tempi i leggendari derby che riaccendono una rivalità – peraltro mai sopita – tra i tifosi granata e bianconeri.
Sentimenti IV; Rava, Varglien II; Depetrini, Parola, Locatelli; Sentimenti III, Coscia, Piola, Borel II, Magni. E ancora gli stranieri Vycpalek, Korostolev, Arpas; e i giovani Muccinelli e BONIPERTI.

Carlo Parola è il degno erede di Monti, sia per temperamento che per tecnica. Corretto e stiloso, spazia in sessanta metri di campo, come richiede il ruolo di centromediano metodista: quando stacca in area spettacolarmente in rovesciata, lo fa – ormai è alla moda – “alla Parola”, e basta.
<<Cos’è la rovesciata di Parola se non l’accento del suo gioco, la sua battuta melodrammatica, il suo “do” di piede. La rovesciata di Parola vale la sforbiciata, la finta di Meazza, il passodoppio di Biavati: è cioè l’invenzione stilistica, del tutto personale ed originale, che dà l’impronta alla figura di un giocatore>>. Così pennella con la penna Bruno Roghi.
Il ragazzo che giocava nel Dopolavoro FIAT, impresa presso la quale lavorava come tornitore, deve a Zambelli l’interessamento che dall’azienda lo trasferisce alla Juventus in modo definitivo. Corre l’anno 1939.
Nel valutare la sua carriera di grande campione, corre obbligo ricordare che si articolò in un momento difficile, il più malefico per il nostro calcio. Peccato la guerra, insomma.
In un Italia cosparsa di macerie, dopo la Liberazione, la rinata Nazionale porta sorrisi e speranze. Parola è al centro della mediana azzurra, l’11 novembre 1945 a Zurigo, nell’avventuroso 4-4 con la Svizzera: Sentimenti IV; Ballarin, Maroso; Castigliano, Parola, Grezar; Biavati, Loik, Gabetto, Mazzola, Ferraris II.
<<Quale onore essere inserito nel blocco del Grande Torino!>> disse egli stesso. Ma è soltanto l’inizio di soddisfazioni uniche e leggendarie. Nel match successivo della Nazionale, a San Siro contro l’Austria, viene ufficializzata anche in campo internazionale, dopo una sua ennesima magica acrobazia, la famosa rovesciata. E quando poi nel maggio del 1947, unico italiano chiamato a far parte della rappresentativa continentale che sfida gli inglesi, Carletto si guadagna la fama di “first centerback of Europe” addirittura dalla critica inglese, non restano neppure più parole per descriverlo. Il Chelsea gli offrì un contratto di 24.000 sterline – cifra astronomica per l’epoca – pur di averlo. Ma Parola era della Juventus e voleva restare nella sua Torino e gentilmente rifiutò.
Inoltre, proprio adesso, con quello che andava prifilandosi a livello societario…

La salita al soglio juventino di GIOVANNI, per tutti GIANNI, AGNELLI, figlio di Edoardo e nipote del fondatore della FIAT, segnala infatti nel medesimo anno 1947 la svolta societaria in grado di far tornare la squadra ai fasti di un tempo. Si fa da parte Piero Dusio, lascia con il merito di aver accudito la Juventus in anni bui e difficili, nei quali stare alla guida era sicuramente scomodo e complicato.
Con queste parole Mario Pennacchia ha ricostruito la vicenda: <<È la primavera del ’47 e il presidente juventino Piero Dusio ripete ancora una volta l’invito: ” Gianni, la Juve è tua; è giunto il momento che tu la riprenda?” Che cosa passi per la mente e nel cuore del giovane avvocato, si può solo immaginare. Perché Juventus per lui vuol dire sentirsi accanto perennemente il padre, la madre Virginia (che dei colori bianconeri era fervida sostenitrice), il nonno. Perciò stavolta non riesce a negarsi. “Vedremo”, è la risposta. Ed è il lasciapassare per il suo auspicato ritorno, che viene celebrato dall’assemblea dei soci il 22 luglio 1947>>.

Sembra trascorso un secolo dal giorno in cui ansioso, pantaloni al ginocchio alla marinara, capelli corti pettinati con cura, era salito a bordo dell’ammiraglia di famiglia che l’aveva condotto in corso Marsiglia: lui, bimbetto, tenuto per mano dall’illustre papà, non sapeva più dove guardare in quell’atmosfera eccitata e festosa del campo di gioco. Vi era grande attesa per Hirzer, la “Gazzella”, il campione ungherese comprato dal presidente per la sua Juventus. Ed anche per lui, Hirzer, era stato subito un idolo. Ma pure Combi, Rosetta, Caligaris, Cesarini, Orsi e…in un momento eterno, tutto era rimasto scolpito indelebile nel ricordo. Rimaneva il dolore. Una malinconia a cui Mazzonis e Craveri, Monateri, Levi, Zambelli, Tapparone, tutti quanti insieme gli stretti collaboratori di papà cercarono di mitigare, chiedendo al nonno il permesso di averlo con loro – benché non ancora quindicenne – nel consiglio della Juventus. Un atto di grande stima e riconoscimento nei confronti dell’indimenticato Edoardo.
Un gesto che Gianni si porterà nel cuore.
Lui è vispo, ama la vita, anche in questo è pienamente juventino. Anche per questo è sempre più simpatico, il figlio di Re Edoardo.
La Juventus da par suo è certa di essere sempre rimasta nell’anima della “Dinastia” e perciò sa aspettare. Fino a quell’estate del ’47 per l’appunto, quando Gianni scioglie la riserva e assume l’incarico. Né l’Avvocato, come tutti ormai già lo chiamano, per mettersi al lavoro ha bisogno di guardarsi intorno. Efficace a tal proposito l’annotazione di Vladimiro Caminiti: <<Lo vediamo nelle fotografie di quegli anni in cui ci pareva di vivere sotto altri cieli, brizzolato, giovane, incravattato con alle spalle i volti popolari di Rosetta e Combi, del geometra Monateri, dell’avvocato Craveri, impegnato a scandire questo suo ottimismo guerreggiante>>.

È un po’ come dire: Toro attento, ci siamo anche noi. Ma i granata, di questi tempi, hanno sul serio una marcia in più di tutti: di nuovo primi con 65 punti. A nulla sono serviti per il primato i fantastici 27 gol del giovane astro nascente Giampiero Boniperti. Neppure i portentosi interventi di Lucidio Sentimenti IV, detto “Cochi”. Non molto alto, ma dotato di un colpo di reni senza uguali, Sentimenti IV è portiere dall’intuito felino che gli consente di arrivare su palloni impossibili. Eclettico, la Juve lo utilizza anche nel ruolo di ala destra, all’occorrenza. Veloce e in possesso di un gran tiro, rigorista, sa infatti distinguersi anche in quel ruolo. Però è nato per stare in porta e di questo ruolo viene ricordato fra i più bravi in assoluto della storia bianconera.
Alla fine della stagione 1948-49, Cochi lascia la Juve dopo sei stagioni; conclude la sua avventura anche Ugo Locatelli, il mediano campione olimpico e del mondo, dopo aver disputato 173 partite, vinto una Coppa Italia, segnati 8 gol.
Termina la sua carriera anche Magni, terzino, mediano, ala, mezzala, centroattacco. Unico in Italia, forse nel mondo, ad aver giocato in ogni ruolo. Un record, si perché un giorno in quel di Trieste ebbe a giocare anche con la maglia da portiere!

L’allegria e il buon umore ritrovati di quegli anni post guerra si interrompono però di colpo nelle redazioni e sui campi di allenamento.
Il 4 maggio 1949, la notizia che a Superga è precipitato un aereo, con a bordo il Grande Torino al completo e i giornalisti al seguito, non lascia scampo alla speranza. Tutti morti. Incredulità. Sconforto. Mancano le parole.
Il mondo intero piange nel lutto.
Bacigalupo, Aldo Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola, Bongiorni, Fadini, Operto, Grava, Dino Ballarin, Martelli, Schubert, i giocatori.
Agnisetta, Civalleri, Egri Erbstein, Lievesley, Cortina, Bonaiuti, i dirigenti accompagnatori.
Cavallero, Tosatti, Casalbore (il fondatore di TuttoSport), i giornalisti.
Meroni, Biancardi, Pangrazzi, D’Inca, l’equipaggio.
Trenuno uomini, tutti morti.

NB nelle foto: la spendida acrobazia di Carlo Parola in maniera sottile assurge a simbolo; il Grande Torino, “solo il destino lo vinse”.

 

Di Lorenzo Nicoletti

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