C'era una Volta

C’era una Volta capitolo 13 (Epoca degli Eroi)

#ceraunavolta

L’EPOCA DEGLI EROI – Capitolo tredicesimo

All’emozione e al dolore più genuino che colpisce al cuore dirigenti e giocatori, tifosi e il mondo dello sport nella sua più piena rappresentanza, la scomparsa di Edoardo Agnelli crea alla Juventus anche naturali problemi di ordine pratico. Da anni garantita dalla sua guida sicura e carismatica, abituata a prosperare senza alcuna difficoltà economica, ora, all’improvviso, viene a trovarsi a dover rivedere il proprio assetto, deve riconsiderare ogni più piccola cosa.
Riunito il consiglio nell’agosto, Mazzonis e Craveri, su invito dei soci, non si tirano indietro e trovano la forza di prendere in mano la Società.
L’avvocato Craveri è lo sportivo galantuomo per eccellenza, vedeva il gioco del calcio come una prova di lealtà, una dimostrazione di giovinezza. Non calcolo, non affarismo, soprattutto fair play: con questo spirito Craveri ha dato un grosso contributo all’affermazione dello “stile Juventus”.
Disse: <<Entrare nella Juventus significa imporsi un modo corretto di vivere lo sport, vincere non è sempre possibile, lottare con scrupolosa lealtà invece si. Ricordatevi pure che uno dei premi più importanti l’abbiamo consegnato ad un giocatore che, ad un avversario che gli aveva sputato in faccia, rispose: ” Potrei risponderti a pugni, ma penso alla squadra e al football”>>.

Ecco… questo episodio non può non condurci con una salto temporale carpiato con avvitamento ai giorni nostri, alla settimana scorsa. Quando a sputare è stato un nostro giocatore.
Si è vero sono altri tempi. Si è vero la Juve è cambiata e non ci sono più figure d’altri tempi a governarla.
Però certi valori dovrebbero tramandarsi di generazione in generazione, certe prerogative di educazione, garbo, galanteria, lealtà, dovrebbero sempre permeare la maglia bianconera e chi la indossa. La Società ovviamente non può controllare il comportamento in campo di un singolo giocatore, ma può subito dopo prendere le distanze e intervenire con severità. Su questo argomento apparirò fin troppo petulante e bacchettone, ma lo ritengo un episodio troppo lontano dalla nostra storia, infangante i nostri capisaldi etici e quindi mi sarei aspettato un altro comportamento dalla Società, anche per dare ai più giovani tifosi che seguono il calcio l’idea di quello che è realmente lo Stile Juve, non un modo di dire, ma un modo di essere. Di essere diversi.

Ma torniamo alla squadra di allora.
E allora proprio alla squadra toccava pensare in quel momento critico. Farlo come sempre nel migliore dei modi e nel rispetto delle spese. Che sono tante. Viri Rosetta pur continuando a giocare accetta la carica di allenatore, inoltre c’è la volontà condivisa di dare spazio alle zebrette.
In testa a tutti vi è Piero Rava, alessandrino di Cassine, ma torinese sin dalla tenera età quando seguì la famiglia nel capoluogo subalpino. Segnalato da Greppi, il biondo Rava viene cooptato all’istante. Gioca da terzino e del ruolo verrà ricordato tra i più grandi dell’epoca. <<Il più potente terzino del mondo>>, dirà di lui Pozzo. Rava fa valere la sua notevole statura atletica e non ha paura di niente e di nessuno; entra deciso e colpisce bene di destro e di sinistro, composto e furbo, e non fa rimpiangere Umberto Caligaris. Va ritenuto senz’altro alla stregua di uno fra i più grandi juventini di ogni tempo. Sia come atleta sia come uomo.
Nella storia del calcio, il nome di Piero Rava viaggia a braccetto con quello di Alfredo Foni. È la sorte che tocca soltanto ai grandi difensori, essere ricordati in coppia.
Rosetta e Caligaris sono stati la barriera invalicabile; Gentile e Cabrini lo saranno in una Juventus futura; Foni e Rava l’hanno edificata di questi tempi e sono preparati per sostenerla a lungo.
Fanno eccezione storica soltanto i baluardi della BBC: Barzagli, Bonucci e Chiellini hanno rinverdito certi fasti difensivi formando un trio su cui si sono costruiti gran parte dei successi della storia recente.

Alfredo Foni era approdato al calcio professionista nell’Udinese, senza per questo però trascurare gli studi che lo porteranno a laurearsi in economia (altra analogia con Giorgio Chiellini). Suona strano un dottore- terzino nel mondo del calcio, ma la finezza non sfugge agli almanacchi che, rispettosi, di lui parlano facendosi precedere dal dovuto titolo accademico.
Acquistato nel 1934 dalla Juventus come rincalzo di Rosetta e Caligaris, alla fine insieme allo scudetto aveva collezionato più presenze lui dei due vecchi campioni. Si era imposto alla generale attenzione, restandoci per anni. Spetta infatti a Foni un #record difficilmente raggiungibile anche nei giorni nostri: 229 partite consecutive nella Juventus, senza mai dare un forfait. Un primato, lungo a cedere, infranto soltanto anni dopo da Dino Zoff, suo conterraneo. Cose friulane, insomma.

Dopo la morte di Edoardo Agnelli si profilava dunque all’orizzonte una Juventus piemontese e povera, giovane. Adesso hanno il modo di farsi velere in modo continuativo anche Depetrini e Gabetto, mentre trovavano spazio nomi nuovi, quali Menti I e Diena. Resta una squadra dignitosa questa del 1935-36, che conclude il campionato in quinta posizione. I vari Varglien e Bertolini, Monti, Borel assicurano pur sempre il loro valore. Però la musica nel suo insieme è cambiata, né si può far finta di ignorarlo. Il mito dell’invincibile Juve si perde col passare dei mesi e sempre più si allontana. Dopo quattro anni e mezzo di imbattibilità casalinga, nel marzo del 1936 la Roma sfata l’inviolabilità del campo juventino. È un altro segnale che i tempi sono mutati

Con l’arrivo della primavera la Juventus si dà un nuovo presidente. Sulla prestigiosa poltrona sale l’aristocratico Emilio de la Forest de Divonne. Il conte nell’accettare vuole però al suo fianco la coppia Craveri-Mazzonis in qualità di vice, a cui si allinea nel compito Andrea Remmert. È l’inizio di una conduzione collegiale destinata a durare fino agli inizi degli anni Quaranta.

Nell’agosto del 1936 , intanto, si svolge a Berlino la XI Olimpiade dell’era moderna e l’Italia con una squadra composta da studenti vince l’oro nel calcio. La coppia di terzini formata da Foni e Rava <<è la migliore del torneo e contribuisce pienamente alla conquista del titolo olimpico>>, riferiscono a chiare lettere le cronache dell’epoca. La Juve, in qualche maniera, riesce sempre ad esserci e primeggiare.
Benché il calcio Italiano in questi anni sia soprattutto rappresentato dal Bologna, dall’Ambrosiana, dalla Roma (mentre sull’altra sponda del Po sta affilando all’ombra le armi il prepotente Torino), la squadra bianconera si mantiene assai bene sulla cresta dell’onda. Alla quinta piazza del 1936-37 fa seguire un secondo posto l’anno successivo e nella medesima stagione si aggiudica la Coppa Italia e raggiunge la finale – ancora una volta senza vincerla – nella Coppa Europa.
Tra i pali era subentrato Bodoira, un ragazzone soprannominato “Pinza” per via di due mani enormi. Borel e Gabetto andavano in gol con buona frequenza; Foni e Rava erano una sicurezza e sempre più per caratteristiche somigliavano a Rosetta e Caligaris: pacato e flemmatico Foni, esuberante e combattivo Rava; Depetrini mordeva garretti e non mollava mai; Varglien e Monti sapevano ancora farsi valere.
A Parigi, nel maggio del 1938, Foni e Rava fanno parte da protagonisti della Nazionale che si conferma Campione del Mondo nella Coppa Rimet. È una vittoria particolarmente merita quella dei ragazzi guidati da Vittorio Pozzo, perché ottenuta in un ambiente assai ostile.

Nel 1938-39 la Juve sotto la guida di Rosetta prima e Caligaris poi, non riesce ad andare oltre un anonimo ottavo posto.
Nel 1939-40 arrivano Rabitti e Parola, ma smettono Bertolini e Monti. Della Juve del quinquennio non è rimasto praticamente nulla. E la squadra chiude in terza posizione.

Un triste evento sta per avvenire: la morte improvvisa di Umberto Caligaris, sul prato di Piazza D’armi, con indosso ancora la maglia juventina.
È il 19 ottobre 1940. Combi, Rosetta, Caligaris…non hanno resistito al richiamo di una partita in famiglia, tra vecchie glorie, in compagnia di amici e dirigenti. Berto ce la mette tutta, come sempre. Né pensa ai postumi che una brutta broncopolmonite ha arrecato al suo generoso cuore. Dopo dieci minuti di sgroppate lo vedono allontanarsi dal campo, sedersi accanto alla porta, come per prendere fiato. La vista si annebbia e crolla, con negli occhi ancora la visione, per lui eterea, di maglie bianconere che si muovono, si rincorrono nel verde del prato.
Piange di nascosto Mazzonis. Né manca all’ultimo saluto al campione. Quindi dignitoso si allontana. Curva le spalle con l’andare degli anni e si fa bianco di capelli.
Nella sua abitazione al 22 di via Gioberti, di fronte al caminetto, prima di spegnersi come una candela nel 1966, racconta con voce lievemente rancorosa a Vladimiro Caminiti, forse l’unico giornalista a ricordarsi ancora di lui: <<Ho lasciato la Juventus. Mi hanno estromesso nel 1940. Ero stato presidente nel 1935, ma de la Forest, che era fascista, ricevette dal Federale Gazzotti la proposta di formare una dirigenza tutta fascista. E così fu. Io ero entrato nella Juve quando giocavamo al Motovelodromo, in corso Re Umberto, era il 1908>>.

N.B. nella foto Foni e Rava, gli olimpionici e mondiali terzini juventini, in compagnia di Bodoira, detto “Pinza”..

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di Lorenzo Nicoletti

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