C'era una Volta

C’era una Volta capitolo 12 (Epoca degli Eroi)

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L’EPOCA DEGLI EROI – Capitolo dodicesimo

Missione compiuta. Come tanti bravi soldati che hanno condotto a buon fine il compito loro assegnato, Pozzo e i Campioni si allineano felici e stanchi per le fotografie di rito. Forse un po’ meno allegri degli altri sono Caligaris, Rosetta e Combi per i quali è arrivato il capolinea della carriera azzurra.
L’epico evolversi del Mondiale porta il meritato titolo, ma segna dunque pure l’addio in Nazionale di questi tre grandi campioni che hanno segnato un’epoca. La leggenda nella leggenda.
I tempi incalzano, i ranghi dei giovani talenti premono, tutto si accelera e cambia. Stringe i denti la Juve, coi suoi tanti veterani.
Non ci sta a farsi da parte e porta un’altra zampata al campionato. Con questo, i titoli fanno cinque di fila. Un’impresa.
Il Quinquennio, appunto, eguagliato e superato solo ai giorni d’oggi dalla squadra di Andrea Agnelli.
Juventus Campione d’Italia 1934-35. Valinasso, Rosetta, Foni, Varglien I, Monti, Bertolini, Serantoni, Cesarini, Borel II, Ferrari, Orsi, Verglien II, Depetrini, Caligaris, Gabetto. 44 punti in classifica.
È un titolo sofferto, ma non per questo meno bello.
Conquistato, come si suol dire, sul filo di lana. Infatti, dopo la penultima partita Juventus e Ambrosiana sono alla pari.
Nell’ultima domenica i bianconeri vincono sul campo della Fiorentina; l’Ambrosiana perde a Roma contro la Lazio (vi ricorda per caso qualcos’altro di manzoniana memoria?!?!) e l’eccellenza juventina nuovamente si conferma.

La stagione degli addii intanto è cominciata.
Irremovibile Giampiero Combi: <<Dopo il mondiale smetto>>, aveva detto, ed era stato di parola.
Lasciato pure Carcano l’incarico a metà torneo, sulla panchina sono andati a sedersi Bigatto e Gola.
Scrive Giorgio Gandolfi: <<Ottimo tecnico, valente psicologo questo Carcano. Ebbe una parte importante nella storia delle Juventus del quinquennio, prima di essere tagliato fuori dalle scene bianconere per motivi che nulla hanno a che fare col calcio quali quelli legati alla sua omosessualità e sui quali si romanza ancora, anche se la questione era abbastanza chiara e scontata>>.
Anche Raimundo Orsi chiuse la sua fulgida carriera, tornò in Argentina, spinto dalla inquietudine per la piega che stavano prendendo le faccende internazionali date le mire italiane sull’Etiopia di Hailé Selassié. Partì in sordina, l’ala delle meraviglie, restio agli addii e alle celebrazioni. Ciò che aveva fatti vedere sui campi di calcio d’Europa era già di per sé un monumento.
Renato Cesarini gioco invece ancora le gare di Coppa Europa, prima di seguire anch’egli le orme di Mumo e ritornare in Argentina, suppergiù per le stesse ragioni che avevano indotto alla decisione l’amico Orsi.

A godere della serata d’onore per la vittoria dell’ennesimo scudetto ora troviamo quindi i volti un poco intimiditi, ma baldi, di neocampioni.
Baldo Depetrini, classe di ferro 1913. Mediano vercellese cresciuto nella Veloces, come Silvio Piola e Ferraris II. Culla e balia di atleti forti ed essenziali, tecnici, mai disposti a cedere, quella vercellese dunque.
Mai domo, Baldo. Laterale dai polmoni a soffietto. Un mantice.
Vincendo una agguerrita concorrenza, la Juve se lo era assicurato nel 1933. All’esordio sostituisce Sernagiotto all’ala destra e va subito in gol. Il giovanotto è in possesso di una tale vitalità che nel calcio potrebbe fare ogni cosa: si affermerà come laterale, restando in servizio permanente bianconero fino al 1948-49, cioè a dire per un totale di 15 stagioni. 359 presenze in campionato, 23 in Coppa Italia, 6 in Coppa Europa e 10 gol sono il suo tesoro juventino.
Cesare Valinasso, l’erede di Combi, alto e slanciato, transitato, in un baleno, dalla squadra “liberi” del rione Barca di Torino alla Biellese, alla Rappresentativa Piemontese, alla Juventus, riesce ad essere campione d’Italia per la seconda volta.
Guglielmo Gabetto, proveniente dalle zebrette giovanili bianconere. Simpaticissimo, argento vivo in corpo, che in campo si tramuta in fantastici colpi calcistici.
Ma in Società si è pronti a scommettere anche sulla prossima riuscita di altri elementi: Pietro Rava su tutti, il figlio del capostazione di Porta Susa.

Lo credeva pure Edoardo Agnelli, il vero faro juventino.
Tante cose sapeva re Edoardo, nel suo garbato e triste sorriso.
Non poteva però presagire l’assurdo destino che lo attendeva impietoso, in un caldo giorno d’estate.
<<Era in monoplano>>, ebbe a ricordare Umberto Maggioli, <<un Savoia-Marchetti S.80, con Arturo Ferrarin, un giovanotto incantevole, alto, di Thiene, asso di guerra, ufficiale pilota. Erano grandi amici. Andavano a Genova. Mentre ammaravano nell’interno della diga foranea del porto, un grosso pezzo di legno vagante ha sfondato lo scafo riempendolo d’acqua e causando una brusca frenata. Edoardo stava in piedi e per il contraccolpo è caduto contro l’elica che gli ha scoperchiato la testa>>.

È il 15 luglio 1935. La squadra bianconera apprende la dolorosa notizia della morte del Presidente in un albergo di Praga. Il giorno dopo deve vedersela con lo Sparta, per la semifinale d’andata della Coppa Europa. Perderà 2-0. Vincerà a Torino 3-1 nel ritorno. Nello spareggio disputato a Basilea lascia il campo travolta per 5-1.
Il gol della bandiera, su rigore, porta la firma di Alfredo Foni. Uno degli ultimi arrivati. Un forte terzino friulano che, chiamato a sostituire Caligaris, lo ha fatto degnamente per tutta la stagione.
Lascia la Juventus pure Gioanin Ferrari, dopo questo incontro.
Tuttavia il vero colpo di grazia alla leggenda del Quinquennio, che qui finisce, resta senz’altro la tragica dipartita del Presidente.

Ma che cosa aveva di speciale la Juventus del periodo d’oro? Come giocava?
Ebbe a dire a riguardo Varglien I: <<Combi in porta, Rosetta non marcava nessuno, Caligaris non marcava nessuno. Io pensavo all’ala destra, Bertolini all’ala sinistra. Monti marcava il centroavanti. Se l’avversario che dovevamo affrontare aveva classe, allora la marcatura era seria, altrimenti si giocava come sapevamo noi, ignorando l’avversario. Per l’attacco… la mia Juventus era maestra nel contrattacco. Munerati era una volpe sempre in agguato. Ferrari distribuiva con grande tecnica. Borel ed Orsi erano i suoi attaccanti più veloci. Cesarini era pieno di estro e formidabile nel gioco di testa e se c’era da picchiare… era sempre il primo>>.

E la panchina? La Società?
Spiegò Bertolini: <<Presidente era Edoardo Agnelli, cioè la ricchezza, e tutti sognavano la Juventus.
Vice presidente era il buon Mazzonis, che stava sempre con noi giocatori. E poi ci erano molto vicini il geometra Monateri e Carletto Levi, persone ammirabili.
Carcano come allenatore non veniva a contatto con il calciatore, relazionava la direzione ogni martedi, non ci dava consigli tecnici o tattici, prima della partita ci diceva la sua opinione, poi dovevamo pensare a tutto noi. E ci pensavamo sul serio!>>.

Con la morte di Agnelli si chiude un’era vincente e inimitabile, seguiranno stagioni d’attesa.

N.B. nella foto il modello di monoplano con cui Edoardo Agnelli trovò la morte a Genova nell’estate del 1935

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