Storia di un Grande Amore

Storia di un Grande Amore .. Evelina Bagnoli ( La Ragazza di Cardiff)

Per la rubrica #storiadiungrandeamore oggi ci racconta la sua Evelina Bagnoli.
So già che vi starete chiedendo: “Ma perché mi sembra di conoscerla questa ragazza?”.
E infatti avete regione, perché lei è l’amica che tutti avremmo voluto avere al nostro fianco la notte del 3 giugno 2017, colei che sciarpa tra le mani e sguardo fiero e lucido ci avrebbe reso orgogliosi ugualmente di noi ricordandoci chi siamo anche dopo una cocente sconfitta.
Leggetela tutta d’un fiato, ne vale la pena.
Perché nelle parole di Evelina ci troviamo quell’amore puro, eterno, incondizionato, che noi gobbi veri ci portiamo in fondo al cuore dalla nascita e che neanche la morte riuscirà a separare.

Sono Evelina, ho 24 anni, sono nata a Venosa, paese della Lucania e uno dei miei più grandi amori è la Juventus.
Non so definire il momento preciso in cui io mi sia innamorata di lei, non me lo ricordo ma non ricordo nemmeno un momento in cui lei non sia stata presente nella mia vita.
Ho una teoria che ogni volta sbandiero a chi mi chiede perché: non sono io che ho scelto la Juventus, è la Juventus che ha scelto me.
Mio padre, grande tifoso della Signora, sicuramente ha contribuito a iniziare questo mio folle amore ma l’ho sempre sentito ripetere che era una passione innata la mia, che cosi come ha preso me sulle gambe fin da pochi mesi di vita durante le partite, cosi ha preso mia sorella ma io ora sono pazza di Juve, mia sorella, invece, non è interessata al calcio e simpatizza Juve solo perché vuole bene a noi.
All’età di due anni avevo già il completino di Del Piero compreso di pantaloncini e calzettoni portatomi da mio padre direttamente da Tokio. Caratterialmente non sono possessiva con le cose materiali ma quel completino lo conservo con gelosia e sarà dei miei figli se mai ne avrò, come conservo con gelosia tutti i miei cimeli juventini accumulati nel corso degli anni a partire dalle mie raccolte di videocassette e dvd di ogni genere, i libri, le sciarpe, i palloni, i poster e le maglie autografate e non.
Cominciai ad andare a scuola elementare e le liti tra bambini per le squadre di calcio erano all’ordine del giorno. Io difendevo la mia Juve come se fosse un membro della mia famiglia, arrivando, qualche volta, anche alle botte con gli altri bambini e spesso con mio cugino, un fratello per me ma purtroppo napoletano. Quando si parla di calcio con lui, tutt’oggi, si mette automaticamente da parte l’amore che proviamo l’uno per l’altro e cominciano gli insulti, quelli sentiti, spontanei, rancorosi, che solo la difesa di un grande amore ti caccia fuori; le botte, invece, le abbiamo lasciate ai tempi in cui eravamo bambini.
La prima volta che andai allo stadio a vedere la Juve mi ci portò mio padre (e chi sennò?!). Eravamo al Dall’Ara, non ricordo quanti anni avevo, forse 7, ricordo però che pareggiammo 2-2 su rimonta. Gol di Zambrotta verso fine partita e poi Camoranesi a pochissimi secondi dalla fine. Le emozioni che provai le ricordo ancora e non si possono descrivere a parole. Ho la pelle d’oca quando provo a ricordare l’ingresso in campo dei miei giocatori, veder correre per la prima volta dal vivo le maglie bianconere, sapere di essere li, a respirare la loro stessa aria. La cosa che mi affascinò molto, fin dalla mia prima volta, furono i tifosi abituati a tenere quella sciarpa al collo e ad andare ogni domenica allo stadio, li riconoscevi subito, avevano quella naturalezza che gli invidiavo, pensai da subito che volevo essere anche io così.
Da li fu un susseguirsi di Bologna Juve, mio padre mi ci portava ogni anno – tranne quando il Bologna era in B – perché diceva che al Dall’Ara la partita si vedeva bene, ma secondo me anche per abitudine e nostalgia dato che molto più tardi venni a sapere che aveva uno zio tifossisimo della Juve, con cui andava sempre al Dall’Ara da giovane. A Bologna ho ricordi di molte partite, vinte e pareggiate. Vinte con punizioni di Del Piero e punizioni di Pavel, (quel siluro fu indimenticabile) e pareggiate con tanto di rigori sbagliati da Iaquinta oppure gol Di Vaio.
Dopo aver girato con mio padre diversi stadi, anche quello di Cesena in serie B, arrivò finalmente il momento di Torino. Stadio comunale, gennaio 2008, Juve Samp 0-0. La mia prima volta in casa, la mia prima volta a Torino. Fu la svolta. Ero in piazza Castello quando affermai che quando sarebbe arrivato il momento di andare via di casa, sarei andata a vivere a Torino, città che ho sentito mia fin da subito. Avrei fatto di tutto pur di realizzare il mio sogno più grande: andare ogni domenica allo stadio a vedere la Juve prendendo la mia sciarpa e un semplice autobus di linea.
Passarono gli anni e continuai a frequentare sempre più spesso Torino e lo stadio, facendo ogni volta 1000 km ad andare e 1000 a tornare per le partite con un gruppo di tifosi che partivano in pullman da un paese vicino al mio, molto spesso ero in compagnia del mio amico di vita e di stadio Gino e continuavo a vivere sempre con la speranza di realizzare il mio sogno una volta arrivato il momento: vivere nella città della Mole.
Finii la scuola superiore e decisi di intraprendere l’università. La facoltà che scelsi aveva i test d’ingresso, in più i miei non erano molto d’accordo, Torino era lontana ma a me non spaventava l’idea anzi ero entusiasta al solo pensiero di poter vivere nella città della Juventus e se ci fosse stata anche solo una possibilità io dovevo giocarmela. Subito dopo l’esame di stato, studiai 3 mesi ininterrottamente, non alzandomi mai dalla sedia, rinunciando completamente alle vacanze estive, facendo tanti, tantissimi sacrifici e tra paure e incertezze per il mio futuro e la mia vita, la mia unica certezza era la realizzazione del mio sogno tanto desiderato e atteso.
Passai il test d’ingresso e lo seppi il giorno del mio compleanno che ricordo come uno dei giorni più belli della mia vita. 24 ore dopo ero a Torino a immatricolarmi all’università e a cercare casa e all’età di 19 anni salutai la mia terra, la mia famiglia e i miei amici per iniziare la mia nuova avventura a Torino.
Ovviamente prima ancora di interessarmi all’università, mi interessai alla Juventus e a come fare per avere un accesso più facilitato e diretto allo stadio. Inizialmente mi appoggiai al gruppo con cui viaggiavo da giù, mi procuravano loro i biglietti e iniziai ad avvicinarmi all’ambiente della curva sud. In poco tempo conobbi un gruppo di ragazze, assidue frequentatrici della curva e grazie a loro riuscii ad avere un abbonamento in curva e a seguire assiduamente la Juve in casa e in trasferta. Da allora lo stadio è diventata una religione, la curva una passione e tutto sotto il segno dell’amore per la Juve. Grazie a lei ho conosciuto amici sinceri e persone fantastiche che vedo ogni domenica, ho visto partite indimenticabili , provato emozioni fortissime e costanti e ogni volta che vedo quel prato verde e quelle maglie bianconere entrare in campo è come se fosse la mia prima volta a Bologna. Nulla è cambiato.
La Juve è la passione più forte della mia vita, è tra quegli amori folli e rari per cui faresti di tutto. E’ l’ancora che mi tiene su quando tutto va male, è la luce che mi fa sentire viva sempre e che ha guidato e condizionato la mia vita fino ad ora. Potrei rinunciare a tutto ma mai alla mia Juve e questo lo sanno tutti quelli che mi conoscono da sempre, da tanto e da poco. E’ il sole dentro me e nessuno riuscirà mai a spegnerlo, nemmeno io stessa.

Di Lorenzo Nicoletti 

 

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