Storia di un Grande Amore

Storia di un Grande Amore… Michele Fusco

Per la rubrica #storiadiungrandeamore oggi ci racconta la sua il grande Michele Fusco, un uomo per cui nutro profonda stima e sincera simpatia.

Le sue parole mi hanno portato a fare diverse riflessioni, soprattutto perché con lui mi accomuna il percorso di esserci innamorati della Juve negli anni più lunghi di digiuno della sua storia recente, da metà anni ’80 a metà ’90. E io di questo vado molto orgoglioso e fiero in quanto ritengo che proprio questo tipo di percorso mi abbia temprato rendendomi un tifoso più forte e solido, con un senso di appartenenza spiccatissimo, alla faccia di chi dice che si tifa per la Juve se non si abita a Torino solo perché è la scelta più facile da fare da bimbo visto che vince sempre.
Quel rimanerle fedele da bambino per 9 anni senza vedere vittorie o quasi fa di un me e di quelli della mia generazione degli innamorati persi, che magari in lunghe annate di magra impiegavano il tempo a stropicciarsi gli occhi sulle gesta passate, sognandone di ancor più meravigliose per il futuro, con un atto di fede cieco e ostinato. E nelle stagioni di Lippi e in queste ultime sette credo che quell’atto sia stato ripagato con gli interessi.
Spero che le nuove leve, molto ben abituate, forse pure troppo, sappiano nei momenti di difficoltà che inevitabilmente arriveranno in futuro, trovare la capacità di resistere con dignità e amore incondizionato.

Grazie Michele per avermi emozionato e fatto ricordare pure un po’ del mio passato. Credo che succederà lo stesso a tanti che di seguito leggeranno.

Salve a tutti.
Mi chiamo Michele Fusco, sono dell’Isola d’Ischia, in provincia di Napoli, fortunatamente un’isola felice del tifo, con una numerosissima presenza di tifosi bianconeri.
Sono da 3 anni nel direttivo dell’Official Fan Club locale e ne curo la pagina Facebook.
Da circa 2 anni e mezzo ho l’ onore di collaborare con Juventibus.comcercando di scrivere sempre con una vena sarcastica ed ironica e montando video che ricordano il trash italiano degli anni ’90.
Da quasi 2 anni collaboro come co-autore con Massimo Zampini alla sua rubrica settimanale su JUVENTUS TV.
Tutto rigorosamente per hobby, per passione e per amore della Juventus, quindi AGGRATIS.
Mi si chiedeva come fosse nato il mio amore per questi colori: beh, il flasback è abbastanza consistente.

E’ il 5 luglio della torrida estate del 1982 e come spesso accade, sono a casa dei miei nonni a dormire poiché mia madre e mio padre lavorano fino a tardi.
Mio nonno, mio omonimo, era di Santa Maria Capua Vetere, con dei trascorsi come allenatore anche con Gladiator e Juve Sammaritana, dei quali mi mostrava i ritagli ingialliti di giornale ogni volta che poteva. Lui, a differenza di mio padre che non è mai stato un addicted del calcio, amava il calcio in ogni sua sfaccettatura, e non mi ha MAI dato a vedere per quale squadra tifasse, nè mi ha mai influenzato, anche se a volte una leggera preferenza per il Napoli se la faceva sfuggire.
Insomma era la serata di Italia – Brasile e ricordo perfettamente le parole di mio nonno “Chist’ fann paur, a palla nun cia fann verè proprio stasera”. Ma dalla palla al centro fino al 90simo i miei occhi guardavano un po’ la partita ed un po’ gli occhi lucidi di mio nonno. Era incredulo, stupito, rassegnato sui 2 pareggi e di nuovo entusiasta.
Io ne capivo ben poco, avevo 5 anni e mezzo, ma sentivo il nonno ripetere il nome di quelli che poi avrebbe chiamato #eroi.
Sentivo in continuazione “paolorossi” detto come se fosse un sol cognome, mentre il signore alla tv diceva Rossi, Rossi, Rossi ed io un po’ scemo ed un po’ ingenuo chiedevo al nonno – “Ma perché dice Rossi se siamo azzurri?” ed il nonno:
– “Rossi è il calciatore, Rossi è quello che sta giocando da più forte calciatore del mondo contro i più forti calciatori del mondo.”
– “E dove gioca?”
– “Nella Juventus”
Poi sentivo nominare Tardelli e chiedevo, avendo la stessa risposta.
Idem con Cabrini.
Idem con Scirea, accompagnato con un gesto della mano che oggi tradurremmo con “tanta roba”.
Poi alla fine di quella partita il portiere dal cognome strano fa una parata che fa sbottonare anche mio nonno, di solito composto, in un gesto dell’ ombrello rivolto ai brasiliani.
– “Nonno, ma quel portiere è italiano ?”
– “Sì, certo, altrimenti non potrebbe giocare nell’ Italia”
– “E perché si chiama strano?”
– “Si chiama Zoff di cognome, ma il nome è normale, si chiama Dino”
– “E dove gioca?”
– “Nella Juventus”
– “Wa nonno, ma giocano tutti nella Juventus… ma poi che vuol dire Juventus?”
Mio nonno, preso dalla concitazione del momento ed inventandoselo un po’, rispose con “giovani e vincenti”.
Proprio come mi sentivo io in quel momento.
Le altre due partite le volli vedere seduto vicino a lui, mi emozionai con lui che ormai ripeteva “paolorossi”, tutto una parola, come un mantra.
Per la finale mi comprò anche una magliettina azzurra con cui uscimmo a festeggiare dopo. Una bolgia immane di gente impazzita.
Quella maglietta credo la tolsi pochissime volte quell’ estate.
Poi ricominciò il campionato, ed i miei eroi in maglia azzurra li riascoltai alla radiolina del nonno e li rividi la domenica pomeriggio alle 18 con quel signore che aveva lo stesso nome di Rossi ma che di cognome faceva Valenti.
Avevano una maglia diversa. Era bianconera, a strisce. “Ah, ecco, sono loro i giovani e vincenti che diceva il nonno, sono loro la JUVENTUS !”
L’ amore ed il senso di appartenenza all’Italia si trasferirono immediatamente in quella squadra grazie alle gesta degli eroi che regalarono un’ estate incredibile ad un’ intera nazione.
Da lì in avanti non avrei più cambiato fede, neanche negli anni bui dell’ adolescenza quando gli amici che alle medie tifavano Milan e Napoli avevano molte occasioni di sfottò. In cuor mio aspettavo studiando il passato di quella gloriosa maglia, cercando di farmi una cultura del passato quando il presente non regalava soddisfazioni.
Aspettavo, fiducioso, e sapevo che un giorno saremmo tornati a far tremare il mondo, a vincere il Mondo.
Un’altra volta, e un’altra ancora, sapevo saremmo tornati a dominare.
Forse non mi aspettavo neanche così tanto.

di Lorenzo Nicoletti

 

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