C'era una Volta

C’era una Volta Capitolo 10 (Epoca dei Pionieri)

#ceraunavolta

L’EPOCA DEI PIONIERI – Capitolo decimo

Dopo il campionato del 1914 giocato in esilio in terra lombarda per evitare lo spettro della retrocessione, presidente diviene Giuseppe Hess, il quale è foriero di un nuovo comportamento, di un cambio di mentalità e di filosofia: non è più tempo di affidarsi allo spensierato e allegro spirito studentesco per non correre il rischio di imboccare la strada di un pericoloso declino, ma occorre acquisire una mentalità più solida, bisogna adeguarsi ai tempi che corrono.
Facendo loro questo pensiero, capitan Bona e compagnia sfoderano partite belle e gagliarde.
Alla Juventus intanto continuano a fare tutto loro: Hess, Varetti, Zambelli, Monateri e i fratelli Armano. Vendevano i biglietti e stavano dietro a tutto, anche all’impossibile, per far fare bella figura alla squadra.

Ma d’improvviso tutto cambia.
È scoppiata la Grande Guerra. Domenica 23 maggio 1915 il campionato è stato sospeso. Non si parla più di calcio né di ciclismo, non si parla più di alcuna attività sportiva. Tutto quanto si ferma. Numerosi giocatori e dirigenti bianconeri sono chiamati alle armi e mandati al fronte. Enrico Canfari, il secondo storico presidente, parte come Capitano di Compagnia per la #guerra ma non farà mai più ritorno.
Arriva come una fucilata la notizia della sua morte sull’Isonzo, 23 ottobre 1915.

La guerra sembra farsi ancora più bestiale e pare non voglia finire mai.
Partito per il fronte anche il presidente in carica Hess, per reggere le sorti della Società viene designata una gestione provvisoria formata da Armano, Nizza, Zambelli.
Le file si stanno assottigliando, sempre meno sono i bianconeri rimasti in borghese.
Per tenere i contatti con i molti soci calati in trincea viene deciso di stampare a cadenza mensile un bollettino societario: “HURRÀ!”.
È così chiamato nel nome del loro grido di gioia e nelle intenzioni c’è anche quella di far conoscere la Juventus alle nuove leve perché come scriveva Zambelli <<conoscerla significa amarla>>. È un bel modo inoltre per seguitare a stare insieme, in momenti così tribolati. Ma è anche una preoccupata ansia, il timore di scorrere il giornale e scoprire che altri volti amici non sarebbero più tornati.

Alla fine si riabbracciano increduli i reduci Malvano, Hess, Giriodi, Besozzi, Bona e altri… ma non è più come prima. Non può più esserlo. La guerra ha cambiato troppe cose, ha spazzato via, con la vita di milioni di persone, illusioni e ingenue semplicità. Il mondo è cambiato. Cambia il football. Cambia la Juventus, nella stessa Torino che non è più la medesima.

Ma è giusto ricominciare. L’intenzione si attiva, come in un magico passa parola, nell’intera penisola e in un attimo il calcio riprende con una forza tutta nuova, quasi dirompente. Si tratta di un fenomeno curioso e, al tempo stesso, solitario in quanto nessun’altra disciplina lo vive.

Lo slancio cresce in maniera assolutamente non confrontabile. E per la prima volta il fondamentale rapporto spettatori-giocatori subisce una variazione: non più i primi a dare legittimità con la loro presenza ai secondi, ma viceversa. Gli spettatori si accalcano ai bordi dei campi non più per ridere divertiti, ma per assistere ad un vero e proprio spettacolo e tener alti i colori della squadra del cuore. Diventa obbligatorio pagare l’ingresso al campo.
Il football va abbracciando l’Italia da nord a sud, sta diventando per davvero nazionale.

Si è tornati a sorridere alla Juventus. Ma non principalmente per gli incassi aumentati o per gli spettatori che sempre più numerosi vanno dimostrando simpatie per la Società, ma più semplicemente si è tornati a sorridere. Ecco tutto.
Pian piano si va riprendendo il gusto a sognare, anche se nel rispetto di una mentalità mutata e più in linea coi tempi. Adesso lo spirito dei giocatori mostra di offrire qualcosa in più della sola goliardia. Come la struttura della Società, che si sta facendo assai più organica: insieme gli juventini della prima ora e gli ultimi arrivati.
Al Campo Juventus invece hanno ripreso in pieno le partite.
Addio alle armi.

N.B. nelle foto: un giovanissimo Sandro Zambelli detto “Zambo” in una rara immagine anni ’10, tempo in cui fece ingresso nella Società per accompagnarla, nella sostanza, per un secolo intero; lettera autografa con cui il dirigente Zambelli ringrazia l’ex storico presidente Enrico Canfari per essersi prodigato nell’accogliere, con metodico zelo ogni domenica, la squadra juventina chiamata a cimentarsi sui campi lombardi nella fase di qualificazione per il torneo 1914, poi vinto dal Casale. È interessante porre attenzione alla intestazione del foglio, dove compaiono gli indirizzi della Sede e del Campo Sportivo della Società, la scritta è in chiaro Stile Liberty o Floreale, all’epoca imperante; la copertina dell’ “Hurrà!” del dicembre 1915, nel quale si comunica ai soci la morte in guerra di Enrico Canfari, avvenuta due mesi prima.
In alto a destra la gloriosa frase “LA VITTORIA È DEL FORTE CHE HA FEDE”.
È stata il nostro primo vero motto.

Di Lorenzo Nicoletti

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