Storia di un Grande Amore

Storia di un Grande Amore… Enrico Tordini

Per la rubrica #storiadiungrandeamore  ci racconta la sua Enrico Tordini.
Lo scrittore toscano è un dichiarato sostenitore bianconero ed è molto seguito dai tifosi juventini su Facebook: nei post che quotidianamente pubblica la sua tagliente ironia infatti affetta gli avversari, senza risparmiare all’occorrenza stilettate “interne” che con auto ironia inducono a riflettere strappando un sorriso.
Per Black & White 1897 regala un racconto a modo suo, ci dona un suo ricordo legato ad un giocatore la cui assenza tra le Glorie dello Stadium grida giustamente vendetta.

Enrico Tordini ha anche scritto, tra gli altri, un bellissimo libro intitolato “A un passo dal cielo” che non è sulla Vecchia Signora, bensì un’opera che parla di Storie legate alla Juventus. Storie in qualche modo “minori” per il grande pubblico ma che meritano di essere narrate affinché non si perda la memoria di chi ha comunque contribuito alla leggenda bianconera.

Un grazie di cuore ad Enrico per averci dedicato il suo tempo e prestato la sua penna.
Buona lettura.

L’ala destra avversaria effettua una finta, supera Marchetti, crossa al centro e Spinosi respinge di testa sui piedi di Furino; Beppe si guarda intorno e decide di appoggiare a Causio, che ha piedi più educati per giocare nello stretto. Il barone tergiversa per un attimo e poi, pressato, lancia la palla nella metà campo avversaria.
La palla viene agganciata da uno strano tipo biondo, uno che pare esser capitato lì per caso, un uomo corpulento e non più giovanissimo, che spicca alla grande in mezzo ad aitanti ed atletici ragazzotti. L’uomo si gira verso la porta avversaria, siamo più o meno a tre quarti di campo, e trotterella con la palla al piede. Il mediano avversario non si preoccupa più di tanto, ci sono tre dei suoi compagni tra il tracagnotto e la porta, ci penseranno loro.
Il biondo avanza e supera il terzino con un tunnel, senza scomporsi minimamente, si volta alla sua sinistra e finge di appoggiare il pallone a Roberto Bettega, che stava arrivando dalla retrovia, ma lo tocca col sinistro e manda a vuoto l’intervento dello stopper, che cade a terra malamente.
L’uomo tocca la palla, forse un po’ troppo lunga, il libero avversario interviene in scivolata per allontanare quando, come in un gioco di prestigio, il biondo allunga la gamba, riporta indietro la sfera di qualche centimetro ed osserva l’avversario mangiare erba.
A quel punto l’uomo è solo davanti alla porta: l’estremo difensore avversario esce alla disperata, una finta a destra, una piroetta a sinistra e via a segnare senza più ostacoli. Bettega e Causio si precipitano ad abbracciarlo, lui sorride tranquillo, empatico. Ha solo scartato mezza squadra avversaria e segnato un gol a porta sguarnita, cosa volete che sia?
Quest’uomo si chiamava Helmut Haller ed era un “tetesco di Cermania” molto atipico. Atipico perché i crucchi, a quei tempi, erano veramente come venivano dipinti: duri, rocciosi e fantasia zero, e non come oggi che la nazionale tedesca, schierando tanti naturalizzati o figli di immigrati, è diventata un vero melting pot del pallone.
Haller era un brasiliano nato in Germania, un distillato di talento purissimo, uno che negli ultimi anni di Juve, trentacinquenne e con un fisico da mastro birraio, si permetteva di far girare la testa a difensori giovani ed atletici. Uno che la stampa specializzata tedesca ha nominato “centrocampista del secolo”, tanto per rendervi l’idea, essì che tra Mattheus, Schuster, Netzer, Bonhof e gli altri la concorrenza non mancava.
Un personaggio pittoresco che quando vinceva correva a scolarsi quattro o cinque birre per festeggiare, quando perdeva lo faceva per consolarsi e quando pareggiava per non perdere l’abitudine. Un personaggio che fece impazzire i suoi allenatori, che la notte andavano a cercarlo per i night club di Torino, spesso pungolati ed accompagnati da sua moglie, una spagnola bellissima e gelosa.
Un giocatore fenomenale, che ad inizio degli anni ’70 fece da chioccia ai Causio, Bettega, Anastasi e gli altri giovani di allora che costituirono l’ossatura di una squadra fenomenale che andava prendendo forma, un uomo simpaticissimo e cordiale, che ci ha lasciati l’undici ottobre di due anni fa.
Ci ha lasciati in silenzio, con un ultimo dribbling, come suo costume. E pochi lo ricordano, presi come sono a leggere i tweet di Balotelli o l’ultima intervista di Conte. E secondo chi scrive il suo nome oggi dovrebbe essere tra le 50 stelle dello stadio, se lo sarebbe meritato, molto più di alcuni che compaiono in quella lista.
E’ lui che mi ha fatto innamorare della Vecchia Signora, e per questo gli sarò sempre grato…

di Lorenzo Nicoletti

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